Irma Bandiera, Medaglia
d’Oro al Valor Militare
Il
ricordo delle Medaglie al Valor Militare permette di mantenere il legame con
quella parte di vita vera che speriamo di non dover provare sulla nostra pelle:
persone che hanno dovuto affrontare problemi e incombenze alle quale mai
avrebbero pensato e che hanno stabilito il confine tra subire e voltarsi
dall’altra parte, oppure reagire, anche a costo della propria vita o di quella
dei propri cari.
Il
caso di Irma Bandiera è uno di quelli. Bolognese, classe 1915, apparteneva ad
una famiglia antifascista. Fidanzata con il militare Federico Cremonini di
stanza a Creta, se lo ritrovò fatto prigioniero dopo l’8 settembre e,
tragicamente, la nave che lo stava portando in un campo di prigionia verso il
Pireo venne bombardata dagli Alleati. Cremonini venne dato per disperso.
La
tragica situazione italiana e il dolore per la perdita di Federico, avvicinò
Irma ai resistenti che cominciò ad aiutare, entrando nel contempo nelle fila
del Partito Comunista.
Conosciuto
Dino Cipollani, noto con il nome di battaglia di Marco, Irma prese sempre più
parte attiva alla Resistenza diventando la sua staffetta con il nome di
battaglia di Mimma, fino al suo ingresso nella VII Brigata GAP di Bologna;
nella sua abitazione di Via Gorizia a Bologna allestì una base logistica
partigiana.
A
Funo, dove la donna aveva dei parenti che visitava di frequente, il 5 agosto
1944 venne ucciso un ufficiale tedesco e un comandante delle Brigate Nere: la
rappresaglia seguente portò all’arresto di tre partigiani e il 7 agosto anche
di Irma, che si era appena occupata di portare armi alla sua formazione. Venne
rinchiusa nelle scuole di San Giorgio di Piano separata dagli altri partigiani
arrestati, poi tradotta a Bologna e sottoposta a continue torture per sei
giorni per farle tradire i suoi compagni. Delle sevizie si occuparono i fascisti
della Compagnia Autonoma Speciale guidata dal capitano Renato Tartarotti. La
crudeltà nei confronti di Irma arrivò ad accecarla con una baionetta e, pur in
possesso di documenti cifrati, ella non rivelò i nomi dei suoi compagni oppure
la sede delle basi partigiane.
Il
14 agosto, in fin di vita e cieca, Irma venne portata sotto la sua abitazione
ancora nel tentativo di farla parlare. Date le inutili torture, i fascisti la
uccisero al Meloncello di Bologna.
I
familiari la cercarono ovunque, non avendo sue notizie: al centro di
smistamento delle Caserme Rosse in Via Coticella, o nel carcere bolognese di
San Giovanni in Monte; in Questura e al comando tedesco di Via Santa Chiara,
inutilmente.
Il
suo corpo venne ritrovato il 14 agosto sul selciato dello stabilimento di una
fabbrica di materiale sanitario dove doveva restare esposto per una giornata a
monito per chi sosteneva i partigiani.
Trasportato
il cadavere all’Istituto di Medicina Legale di Bologna, il custode scattò ai
poveri resti delle fotografie per testimoniare le torture alle quali era stata
sottoposta la donna.
Quindi
Irma Bandiera venne sepolta nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.
Il
Partito Comunista diramò un foglio clandestino per incitare ad intensificare
lotta contro gli occupanti, proprio in nome di Irma, e la formazione di
partigiani attivi a Bologna prese il suo nome: Prima Brigata Garibaldi “Irma
Bandiera”. Le venne intitolata una Brigata SAP e un Gruppo di Difesa della
Donna.
Al
termine del conflitto venne riconosciuta ad Irma Bandiera la Medaglia d’Oro al
Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: “Prima fra le donne bolognesi a impugnare le armi per la lotta nel nome
della libertà, si batté sempre con leonino coraggio. Catturata in combattimento
dalle SS tedesche, sottoposta a feroci torture, non disse una parola che
potesse compromettere i compagni. Dopo essere stata accecata fu barbaramente
trucidata e il corpo lasciato sulla pubblica via. Eroina purissima degna delle
virtù delle italiche donne, fu faro luminoso di tutti i patrioti bolognesi
nella guerra di liberazione”.
A Bologna la lapide in suo ricordo recita:
“Irma Bandiera/ Eroina nazionale/
1915 – 1944/ Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte/ La libertà e la
giovinezza offristi/ Per la vita e il riscatto del popolo e dell'Italia/ Solo
l'immenso orgoglio attenua il fiero dolore/ Dei compagni di lotta/ Quanti ti
conobbero e amarono/ Nel luogo del tuo sacrificio/ A perenne ricordo/ Posero”.
Lasciata Bologna, Renato Tartarotti si trasferì a Trieste. All’inizio del
1945, con gli uomini della sua Compagnia, si trovò a Vobarno (Brescia) dove
venne arrestato per estorsione e rapina e rinchiuso in carcere a Brescia.
Riuscito ad evadere, venne catturato il 16 maggio dai gappisti della
135esima Brigata Garibaldi in Val Trompia e riportato in carcere a Brescia.
Processato a Bologna dalla Corte d’Assise Straordinaria, venne condannato a
morte per fucilazione alla schiena. La sentenza venne applicata presso il
Poligono di Tiro di Bologna il 2 ottobre 1945, alle sei del mattino.
Alessia Biasiolo

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