Le Edizioni a Stampa del CESVAM 2014 - 2024

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Catalogo di tutte le edizioni a Stampa del Centro Studi sul valore Militare dell'Istituto del Nastro Azzurro

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO
Il volume e acquistabile presso tutte le librerie, oppure si può chiedere alla Casa Editrice (ordini@nuovacultura.it) o all'Istituto del nastro Azzurro (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

1866 Il Combattimento di Londrone

VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE

VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
Il Volume sarà disponibile dal 30 aprile 2025

Collana Storia in Laboratorio

Il piano editoriale per il 1917 è pubblicato con post in data 12 novembre 2016

Per i volumi pubblicati accedere al catalogo della Società Editrice Nuova Cultura con il seguente percorso:
www.nuovacultura.it/catalogo/collanescientifiche/storiainlaboratorio

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014
Collana Storia in Laboratorio . Aggiornamento sul Canale You Tube: ISTITUTO NASTRO AZZURRO CESVAM

Testo Progetto Storia In Laboratorio

Il testo completo del Progetto Storia in Laboratorio è riportato su questo blog alla data del 10 gennaio 2009.

Si può utilizzare anche la funzione "cerca" digitando Progetto Storia in Laboratorio.

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La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011

La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011
Direttore della Collana: Massimo Coltrinari. (massimo.coltrinari@libero.it)
I testi di "Storia in Laboratorio"
sono riportati
sul sito www.nuovacultura.it
all'indirizzo entra/pubblica con noi/collane scientifiche/collanastoriainlaboratorio/pagine 1 e 2

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domenica 18 settembre 2011

Istituto Colomba Antonietti Roma Giornata della memoria 27 gennaio 2011

Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici
 e noi stessi

intervengono:

-Dott.ssa Fiorella Rathaus : testimone, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati)

Dott.ssa Pina Deiana : psicologa, psicoterapeuta.

-Claudio Damiani : poeta.



27/01/2011 Aula magna ore 9:00/12:00 Via delle vigne, 205/209





Daniela Bravi, docente

Gli alunni dell’Istituto Colomba Antonietti, ormai da alcuni anni, intervistano e ascoltano i nonni, i testimoni sopravvissuti ai lager, gli anziani che vivono vicino a loro nel quartiere, nel Centro anziani, e attraverso i racconti hanno conosciuto storie di guerra e di sofferenza, ricordi piccoli, a volte confusi, che hanno scritto sulle pagine di questa rivista, affinchè non venissero dimenticati, perché la scrittura rende vivo ed eterno il ricordo.

Per questo motivo, ma anche per trovare una via di salvezza, per rendere meno straziante il dolore, molti di coloro che hanno conosciuto la deportazione e l’internamento nei lager hanno voluto scrivere la loro storia e grazie a quelle memorie noi, oggi, sappiamo. Così è stato per P. Levi che in “Se questo è un uomo” scrive che “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto (…) il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”, il libro fu scritto “nel giro di pochi mesi” tanto i ricordi gli “bruciavano dentro”.

Il ricordo che diventa letteratura e poesia non sarà dimenticato e Omero “il sacro vate, placando quello afflitte alme col canto,/ i Prenci Argivi eternerà per quante/ abbraccia terre il gran Padre Oceano” ed Ettore avrà “onore di pianti (…) finchè il sole risplenderà su le sciagure umane” (U. Foscolo, I Sepolcri).

Anche un grande poeta del Novecento, G. Ungaretti, nella poesia In Memoria riflette sul valore della poesia stessa. I suoi versi raccontano l’amicizia con Moammed Sceab, con il quale si ritroverà a Parigi; entrambi soffrono perché “in nessuna parte di terra” riescono a sentirsi a casa, ma se Ungaretti troverà nella poesia la forza di superare il dolore, Moammed “non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono” e per questo si tolse la vita.

Di tutto questo abbiamo parlato il 27 gennaio con gli studenti della Colomba Antonietti e con gli ospiti intervenuti alla Giornata della memoria: la dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del Consiglio italiano dei rifugiati; la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta; il signor Claudio Damiani, poeta.

I nostri alunni hanno partecipato attivamente intervenendo con letture e riflessioni sul tema della Memoria e la scrittura: ve ne proponiamo alcune.



Riflessione sulla Giornata della Memoria.

Veronica Lustri

Come tutti gli anni, la nostra scuola ha organizzato un incontro in occasione del Giorno della Memoria.

“Scrivendo salviamo le nostre radici e noi stessi”: questo era il tema della nostra Giornata.

Proprio questa frase ha portato me, come il resto degli alunni, a riflettere sull’importanza della scrittura, che ha una funzione fondamentale soprattutto per quanto riguarda la Shoah: il dovere di non dimenticare e di sensibilizzare le generazioni più giovani a vigilare perché l’uomo non torni ad essere una bestia.

L’incontro è iniziato con la visione di un filmato nel quale dei testimoni dell’Olocausto raccontavano le loro storie; tra questi ricordo Lia Levi e il signor Mieli, entrambi venuti già in passato nella nostra scuola come ospiti; ciò che mi ha colpito di più in questo video è stato il ricordo della signora Springer, tornata ad Auschwitz per testimoniare, nel campo di concentramento dove era prigioniera durante la Seconda guerra mondiale.

La signora , osservando quegli ambienti, ricorda come lei e gli altri deportati fossero costretti a vivere in condizioni tragiche, privati non solo dei loro vestiti, ma anche della loro dignità.

Dopo il video, l’incontro è proseguito con l’arrivo di tre importanti ospiti: la Dott.essa Fiorella Rathaus, la Dott.essa Pina Deiana e il poeta Claudio Damiani.

La signora Rathaus lavora presso il C.I.R, Consiglio Italiano per i Rifugiati (ONLUS).

La dottoressa ci ha parlato dei rifugiati, che sono persone in pericolo poiché costrette a fuggire dal proprio paese per un fondato timore di persecuzione per motivi etnici,politici, di nazionalità, religione, gruppo sociale di appartenenza.

Il rifugiato, infatti , non sceglie di spostarsi alla ricerca di una qualità di vita migliore, ma è costretto ad abbandonare la sua casa e a trovare protezione fuori dal proprio paese; analogamente è avvenuto al popolo ebraico.

Dopo la presentazione delle due ospiti, le classi quarta e quinta del liceo scientifico tecnologico hanno letto alcuni brani tratti da libri sulla Shoah, ad esempio “Se questo è un uomo” di Primo Levi e hanno elaborato ed esposto le riflessioni riguardanti il tema della giornata: la scrittura e la Memoria.

Di rilevante importanza è stata la presenza del poeta Claudio Damiani, il quale ha scritto numerose poesie che sono state lette da alcuni alunni delle classi prime della nostra scuola.

Il signor Damiani , come metafora per indicare la guerra, ha utilizzato un elemento naturale: il fuoco, che si accende da una piccola scintilla diventando poi un grande incendio.

Per concludere la professoressa Lorenzini ha letto la testimonianza di suo padre, anche lui vittima di quella storia dove il peggior nemico dell’uomo fu l’uomo stesso!







“La memoria attraverso la scrittura”



Elisa Agnoni





Oggi 27 gennaio 2011 celebriamo, come ormai da molti anni, la giornata della memoria, istituita per non dimenticare la Shoah e tutte le vittime dei crimini nazisti. Celebrare questa giornata è fondamentale affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo. Quest'anno abbiamo deciso di riflettere su un tema particolare, ovvero la scrittura, grazie al quale gli uomini nella storia riescono a comunicare fatti accaduti, emozioni provate e a consentire di non abbandonare mai il ricordo di eventi che hanno lasciato una profonda cicatrice nel nostro passato e che ancora oggi permane nei nostri cuori.

La Giornata ha avuto inizio con la visione di un video nel quale vi erano le dure testimonianze di persone che hanno vissuto direttamente gli eventi tragici di quegli anni e sono state costrette ad assistere alla morte delle loro persone care e a soffrire fame e freddo durante le atroci deportazioni nei campi di sterminio nazisti. Tra queste vi era la signora Springer, che tornando nei luoghi dove aveva vissuto il dolore e la disperazione e dove i tedeschi imponevano il loro rigido controllo, riporta alla luce ricordi terribili del suo passato i quali, anche se a distanza di molto tempo, ancora sono stampati perfettamente nella sua memoria. Appena varca la soglia di quel luogo e si addentra in quelle buie camere dove tutti gli ebrei stavano raccolti in attesa della loro fine, nei suoi occhi si riflette una forte emozione e sul suo viso scendono lente e profonde lacrime di tristezza e di disprezzo verso chi ha commesso l'orrendo delitto di condurre gli uomini verso la loro demolizione. Un'altra persona presente nel video era il signor Mieli che ha ricordato la sua esperienza personale da deportato e ha rammentato ai giovani presenti durante il suo racconto che la loro grande fortuna è quella di vivere felici e spensierati accanto alle persone amate, senza essere costretti a conservare il ricordo atroce di un passato incancellabile. Per questo non bisogna mai smettere di comprendere quanto la nostra vita sia preziosa e vada vissuta sempre restando accanto a coloro che amiamo, anche perchè bisogna pensare a chi nella sua infanzia ha desiderato farlo e non ha potuto. Anche nelle sue lacrime ho ritrovato sentimenti indescrivibili, di forte dolore e di commozione al solo pensiero di essere lì a parlare in prima persona di questo evento accaduto, mentre molti altri, suoi amici o suoi famigliari o semplici conoscenti, non ci sono più perchè lì in quei campi di sterminio hanno lasciato la loro vita.

La giornata prosegue con un intervento da parte della dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta. Anche loro hanno raccontato la loro esperienza personale lavorativa e hanno esposto i loro commenti su questa giornata. La signora Rathaus a riguardo ha espresso un pensiero che mi ha colpito molto, ovvero ha pronunciato questa frase: “L'olocausto della vita non finisce mai”. Questa affermazione molto forte mi ha trasmesso sia qualcosa di positivo che qualcosa di negativo. Positivo perchè in effetti, se riflettiamo a lungo, arriviamo a concludere che la deportazione degli ebrei nei Lager non è stata e non sarà l'unica tragedia che il nostro mondo sarà costretto ad affrontare, perchè purtroppo la vita è anche questo, un insieme di momenti felici ma anche di eventi dolorosi e tragici in cui l'uomo deve proiettarsi. Ma allo stesso tempo la ritengo una frase troppo pessimista perchè se l'uomo continua ad avere questi pensieri negativi nei confronti di tutto ciò che lo circonda, non riuscirà mai a prendere il controllo della situazione e a far sì che tutte queste terribili atrocità non si ripetano mai più. Un uomo deve riflettere sul suo passato per non dimenticare, per mantenere vivo il ricordo, ma soprattutto deve conoscere il passato anche per evitare che gli errori si ripetano nel tempo. La dott.ssa Deiana invece ha parlato soprattutto del tema della scrittura che, come abbiamo annunciato all'apertura della giornata, permette di salvare le nostre radici e noi stessi. A riguardo noi ragazzi quest'anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, in seguito al suo ritorno dal campo di sterminio di Auschwitz. In particolare di questo testo mi ha colpito molto la grande capacità di Levi di descrivere, nei minimi dettagli, la realtà orrenda che lo circondava e ciò ha permesso a noi lettori di comprendere ancor di più alcuni aspetti particolari e profondi della vita delle persone all'interno dei Lager. La descrizione della fame e del freddo, del lavoro duro e delle notti insonni di milioni di persone colpevoli soltanto di appartenere ad un credo diverso e di essere nati in un momento sbagliato della storia. Bisogna pensare anche che persone come Levi, Mieli e quei pochi altri che sono riusciti a fare ritorno nelle loro case, vivono con l'angoscia e la disperazione di chi porta avanti un peso insostenibile, di chi si sente in colpa e si chiede il motivo per il quale il destino ha salvato proprio lui e magari non un bambino ebreo che aveva tutti i diritti di vivere la sua vita. Anche questa è una condizione terribile, nessuno penso si augura di affrontare la sua esistenza in questo modo.

La giornata si conclude con la lettura di alcune poesie scritte dal poeta Claudio Damiani sul tema della guerra e due testimonianze, una del signor Lorenzini che ha vissuto, come tanti altri, quei momenti e che dopo tanto tempo è finalmente riuscito a raccontarli. L'altro racconto riguardava l'amicizia tra due ragazze, una delle quali è la mamma della Prof.ssa Laudenzi che, nonostante appartenessero ad una religione diversa rimarranno sempre unite e si completeranno l'un l'altra.

Tutte le persone del mondo sono uguali, anche se appartenenti a credi, abitudini e culture differenti, e soprattutto ognuna di loro ha il diritto inalienabile di vivere la propria vita serenamente accanto all'affetto di tutti i suoi cari, senza subire soprusi, ingiustizie, condanne e morte da chi si ritiene superiore.

Scrivere, ricordare, riflettere può aiutarci affinché il desiderio di vivere serenamente uniti e senza distinzioni si possa realizzare.



“Ricordare per non dimenticare”

Matteo Lucia

Il 27 Gennaio 2011 nella nostra scuola, in Aula magna, è stata celebrata la Giornata della memoria, per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e di tutti coloro che si sono opposti al nazi-fascismo. Anche se non era la prima volta che partecipavo a questo progetto ero emozionato come se lo fosse, me ne sono reso conto subito dopo aver guardato il video iniziale dove la signora Springer, sopravvissuta allo sterminio nei campi di concentramento, raccontava come veniva trattata dall’esercito tedesco durante il suo internamento ad Auschwitz, ricordando i terribili momenti vissuti. Gli occhi della signora mi hanno colpito molto per le forti emozioni che trasmettevano: il dolore e la sofferenza di chi ha subito violenze e crudeltà. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stato quando la signora ha raccontato il momento in cui i tedeschi costringevano tutti gli ebrei a mettersi in fila, senza abiti, ad attendere di compiere gli ultimi passi per arrivare all’unico pasto giornaliero che avevano a disposizione. Questo stava a significare per tutte quelle povere persone la loro perdita di dignità, come fossero semplici oggetti da sfruttare o meglio bestie!. Tutto ciò è veramente assurdo, una condizione più misera non si può immaginare. Quest’anno la giornata si è concentrata sul tema della scrittura; sono intervenute la Dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la Dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta, le quali, in particolare, hanno sottolineato l’importanza della scrittura per tutti coloro che hanno vissuto momenti drammatici e dolorosi quando erano costretti a vivere nei campi di sterminio. La scrittura, infatti, è molto importante per ricordare momenti passati e non dimenticare emozioni vissute. A volte si scrive anche una pagina di diario per semplice sfogo, per lasciare nella memoria istanti felici o tristi della nostra esistenza. Su questo tema noi ragazzi quest’anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi ed abbiamo scelto alcune frasi significative per comprendere l’esperienza vissuta dall’autore quando era deportato ad Auschwitz, costretto a soffrire fame e freddo. Nel momento in cui abbiamo letto queste frasi l’emozione è stata davvero incredibile nei visi di tutte le persone presenti alla giornata. Ricordare è indispensabile per non dimenticare mai gli errori commessi nel passato, affinché essi non si ripetano nel nostro futuro.

La giornata della memoria

Laura Tomassoni Rita Anselmi Leila Betti



Il 27 Gennaio è una data che ricorre nella nostra vita, nelle nostre menti ma soprattutto nel nostro cuore. Questo è infatti il giorno in cui si ricorda lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento durante la dittatura nazista. Il 27 Gennaio è una delle date più importanti del nostro calendario, una di quelle date indelebili, impossibili da dimenticare. "Dimenticare" è proprio la parola d' ordine dell'incontro che la nostra scuola , come tutti gli anni, ha organizzato con degli ospiti per parlare di quello che viene ricordato come il capitolo più vergognoso della storia italiana.

Il tema della giornata è stato : "Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici e noi stessi".

Si è parlato, dunque, di quanto sia importante tramandare il ricordo parlando di tutta la sofferenza che ha caratterizzato gli anni della Seconda Guerra Mondiale, in modo tale da non dimenticare tutte quelle atrocità e fissarle per sempre nella nostra memoria per non farle più accadere. Per questa occasione sono state invitate la dott.ssa Pina Deiana, la dott.ssa Fiorella Rathaus ed il poeta Claudio Damiani.

La giornata si è aperta con la proiezione di un video il quale mostrava delle interviste fatte a dei testimoni dell' Olocausto, alcuni già venuti in passato nella nostra scuola, come il Sig.Mieli e la Sig.ra Lia Levi, che con le lacrime agli occhi e tanta sofferenza riportavano gli anni della guerra, gli anni dove la loro casa era un lager.

Tutti e due nati da famiglie ebree, hanno vissuto esperienze completamente differenti . Il Sig .Mieli fu imprigionato ad Auschwitz, costretto a lavorare duramente patendo la fame e senza avere notizie dei suoi familiari. La Sig.ra Levi, invece, riuscì a salvarsi dai rastrellamenti rifugiandosi in un collegio di suore a Roma insieme alle sue due sorelle. Una testimonianza senza dubbio toccante è stata quella della sig.ra Springer tornata a testimoniare nel campo di concentramento dove era stata prigioniera. La signora, osservando quella prigione all' aperto, ricorda l' orrore della sua esperienza quando lei e gli altri deportati erano stati privati oltre che della loro personalità anche della dignità. In seguito al video ha preso la parola la dottoressa Deiana esponendoci la funzione salvifica della scrittura, spiegando quanto questa, appunto, possa essere utile a noi stessi ed al nostro animo, per scrivere i propri ricordi, anche quelli più profondi, riuscendo ad allontanare le ansie e le angosce di cui non riusciamo a parlare. Proprio a questo proposito la dottoressa ci ha fatto l'esempio di un suo paziente che con il suo aiuto, dopo moltissimi anni è riuscito a scrivere i ricordi della sua commovente ed orribile esperienza da rifugiato. Collegandosi all'esperienza di quest' uomo la dott.ssa Rathaus, che lavora presso il consiglio italiano per i rifugiati, CIR, ci ha spiegato il netto e visibile collegamento tra i rifugiati e gli ebrei durante la shoah. Il rifugiato infatti è una persona che a causa di persecuzioni per razza, nazionalità e religione la sua famiglia dovette abbandonare il proprio paese. Molto interessante è stato anche l'intervento del Sig.Damiani che ha utilizzato la metafora del fuoco per parlare della guerra. Il poeta ha utilizzato questo elemento naturale il quale accendendosi da una piccola scintilla può diventare una potente arma distruttiva. L' incontro è terminato con la lettura della testimonianza del padre della professoressa Lorenzini, anche lui vittima di quella tragica prigionia. E’ stata una giornata particolarmente emozionante per il grande peso storico, ma soprattutto morale, una giornata che, come tutti gli anni ci ha ricordato che dimenticare tutto quello che è successo sarebbe come ricommettere quelle follie.



La memoria e la scrittura

27 Gennaio 1945.

Eleonora Sebastianelli



I cancelli si aprono al mondo, e i deportati vedono dopo giorni, mesi, forse anni una luce diversa sul loro viso, quella mattina non andranno a lavorare, non moriranno di fame e di sete per tuta la giornata. Quel giorno torneranno a casa, potranno abbracciare i loro cari, potranno andare sotto una doccia senza la paura di morire, potranno mangiare molto di più di un pezzo di pane, potranno dormire in un letto comodo, potranno non soffrire il freddo e il vento. Dopo qualche mese o anno inizieranno a raccontare la loro storia, e il mondo si commuoverà, cercherà di non credere a quegli orrori ma capirà guardando nei loro occhi che è tutto vero.

27 Gennaio 2011.

Sono passati 65 anni da quando i cancelli del campo di annientamento di Auschwitz-Birkenau furono aperti e 10 dall’istituzione di questa giornata, e come ogni anno io e i miei compagni siamo qui a ricordare quel giorno, a ricordare le vittime e i carnefici; a capire cosa può aver portato a un orrore così grande.

Oggi è il 27 gennaio, il “Giorno della Memoria”. Perchè quando nel 2000 fu istituita questa ricorrenza gli venne dato il nome “Giorno della Memoria”? In altre parole, cos’è la memoria?

Con memoria si intende la capacità di ricordare il passato. Ma ricordare a cosa serve? E poi, è giusto ricordare?

Quando usiamo i termini memoria e ricordo ci vengono in mente la Shoah, l’Olocausto e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Allora ricordare serve per non dimenticare questi orrori, per far sì che gli errori commessi in passato dall’uomo possano non ripetersi mai più.

Molti dei sopravvissuti, sia coloro che hanno assistito alle atrocità della guerra, sia coloro che sono tornati dai campi di concentramento hanno cercato non solo di raccontare ciò che hanno visto e provato, ma hanno anche pensato di scrivere ciò che gli è accaduto. È proprio questo il tema della giornata della memoria di quest’anno, LA MEMORIA E LA SCRITTURA.

Quando scriviamo lasciamo sulla carta una piccola parte di noi, quell’attimo che per un istante vogliamo fermare, un attimo felice oppure un attimo tristissimo, ma che comunque non vogliamo che vada perso, è proprio questo al centro del ricordo. I sopravvissuto hanno scritto forse perchè era più semplice che parlare di fronte a delle persone e raccontare, portare una testimonianza della loro agonia, dell’angoscia, di tutti quei sentimenti di dolore e paura che hanno provato vedendo e subendo quegli orrori.

A questa giornata hanno partecipato diverse persone, ma i loro interventi non sono stati interessanti come quelli degli anni precedenti, non si trattava di persone sopravvissute o persone che avevano vissuto la guerra, erano persone “comuni” che, come me, come noi, hanno vissuto una vita comune senza troppo dolore e paura. Invece mi è piaciuto molto il video che abbiamo visto all’inizio. Quattro persone, quattro storie diverse. La signora Springer: torna a visitare il capannone e il campo di annientamento nazista dove fu imprigionata; la signora Vergalli: ex staffetta partigiana, racconta i suoi momenti di paura, del suo coraggio e della sua forza d’animo. Si è dimostrata una persona forte e fragile allo stesso tempo; poi il signor Mieli e infine la scrittrice Lia Levi. Al termine del filmato sono intervenuti i nostri ospiti, anzi le nostre ospiti. Alla fine del loro discorso alcune di noi sono intervenute, come ogni anno, con la lettura di brani da noi scelti: alcuni erano delle nostre riflessioni personali sulla scrittura, altri erano delle parti di libri che abbiamo letto durante le nostre vacanze estive.

La giornata si è conclusa con la lettura di alcune poesie.

Ma il vero senso della giornata secondo me viene alla fine, perchè solo dopo le notizie apprese, le nuove conoscenze ottenute possiamo soffermarci a riflettere. E allora mi sono chiesta: qual è il significato profondo di questa giornata?

Serve a non dimenticare le tragedie passate attraverso i racconti e le memorie di coloro che le hanno vissute, perché è grazie a queste che possiamo, forse, immaginare la loro sofferenza ed il loro dolore, per evitare che certi errori si ripetano. Per questo motivo è giusto ringraziare tutti coloro che ci aiutano a ricordare.



Primo Levi: se conoscere è possibile, comprendere è necessario

Eleonora Sebastianelli



Nel corso delle mie vacanze estive mi sono trovata, diciamo costretta, a leggere il libro di Primo Levi “ Se questo è un uomo “.

Non credevo di rimanere colpita e affascinata da questo romanzo, lo credevo pesante e noioso, invece l‘ho trovato interessante, istruttivo ed educativo.

Il libro venne pubblicato nel 1947, due anni dopo la liberazione dello scrittore dal campo di sterminio di Auschwitz. Il libro è un resoconto, una testimonianza, della prigionia dello scrittore nel lager, dal Dicembre 1943 (anno della sua deportazione) fino al 27 Gennaio 1945 (anno della liberazione dal campo di sterminio). Anni, mesi, giorni e notti che Levi descrive con minuzia, nei minimi particolari.

La vicenda inizia il 13 Dicembre 1943, Levi viene deportato al campo di Fossoli, un semplice campo di transito, da lì un treno porterà lui e gli altri deportati fino in Polonia. Anche se nel treno le condizioni disumane portano molti ebrei alla morte, le vere atrocità iniziano solo nel campo; ai prigionieri viene tolto il loro nome e gli viene tatuato un Haftling, un numero di serie, un numero che da quel momento sarà la loro identità. Dopo l’assegnazione del numero si inizia il lavoro nel campo, un lavoro stremante e faticoso che porta molti prigionieri alla morte.

Levi con il passare del tempo capisce le poche regole del campo:

- far finta di capire tutto;

- saper apprezzare il valore degli oggetti essenziali, quali le scarpe e il cucchiaio.

Nonostante la fame, gli stenti e la dura vita nel lager, Levi riuscirà a sopravvivere fino all’arrivo dei sovietici. Questa, in poche parole, è la trama del romanzo più conosciuto di Levi, ma un altro suo libro di grande importanza è quello intitolato “ I sommersi e i salvati “.

“I sommersi e i salvati” fu pubblicato solamente nel 1986.

Il romanzo è diviso in otto capitoli, accompagnati tutti da una prefazione e una conclusione dell’autore.

Il tema dominante è quello della memoria, già affrontato nel suo libro del 1947; e la memoria viene affrontata sia dal punto di vista dei persecutori, sia dal punto di vista dei perseguitati.

Due capitoli molto importanti sono quelli intitolati: “ Comunicazione “ e “ Violenza civile “.

Entrambi affrontano il tema della dignità dell’uomo, che i nazisti cercano in tutti i modi di reprimere nel lager. Tema affrontato analogamente nel capolavoro “ Se questo è un uomo “.

Questo libro è intriso di una profonda ed elaborata morale dell’autore : Auschwitz ritornerà?

Nei capitoli conclusivi del romanzo lo scrittore cercherà di dare delle risposte alle domande che per più di quarant’anni lo hanno ossessionato: i tedeschi, come hanno potuto farlo? Perchè gli ebrei glielo hanno lascito fare? Perchè non si sono ribellati? Perchè non sono fuggiti?

Un concetto che scaturisce dall’attenta riflessione dell’autore è quello della vergogna. I salvati, coloro che non hanno completamente toccato il fondo perchè altrimenti non sarebbero tornati, provano vergogna. Vergogna perchè sono sopravvissuti durante la prigionia nel campo, a differenza dei loro familiari, amici e compagni.

Levi è solo uno dei reduci del campo di concentramento, ma è uno sicuramente dei pochi che ha avuto la forza di parlare e scrivere di quelle atroci vicende da lui stesso vissute.

L’esperienza nel lager non viene, però, mai del tutto superata. Proprio per questo motivo nel 1987 Levi si toglierà la vita.

I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi



I Sommersi e i Salvati è un romanzo-testimonianza di Primo Levi. In questo capolavoro della letteratura lo scrittore parla non della sua prigionia nel Lager, ma di coloro che dal Lager si sono salvati, di coloro che nel Lager hanno visto finire la propria vita e di coloro che sono stati gli << aguzzini >>. Leggendo questo libro ho ritenuto necessario evidenziare alcune frasi che per me sono state più profonde e significative:



1) Le prime notizie sui campi d’annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell’anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe tuttavia tra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità. E’ significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli. [...] I militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: << [...] nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se qualcuno dovesse scappare, il mondo non gli crederà. [...] Non ci saranno certezze, perchè noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla >>;



2) Circondato dalla morte, spesso il deportato non era in grado di valutare la misura della strage che si svolgeva sotto i suoi occhi;



3) A distanza di anni, si può oggi bene affermare che la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall’incomprensione;



4) Alle domande << perchè lo hai fatto? >>, o << cosa pensavi facendolo? >>, non esistono risposte attendibili, perchè gli stati d’animo sono labili per natura, e ancora più labile è la loro memoria;



5) Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per << comprendere >> coincide con << semplificare >>. [...] . Tendiamo a semplificare anche la storia;



6) Hai vergogna perchè sei vivo al posto di un altro? E in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito. [...] Al mio ritorno dalla prigionia è venuto a visitarmi un amico più anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione. [...] Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturo e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l’essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, o di un accumularsi di circostanze fortunate ( come sostenevo e tuttora sostengo io ), bensì della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancora meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, mi rispose. Forse perchè scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia? Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro. [...] I << salvati >> del lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della << zona grigia >>, le spie. [...] Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca di una giustificazione. [...] Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.[...] Non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. [...] . Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deportazione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione. [...] Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso << per conto di terzi >>, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perchè la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega;



7) A partire dall’inizio del 1942, ad Auschwitz e nei Lager che ne dipendevano il numero di matricola dei prigionieri non veniva più soltanto cucito agli abiti, ma tatuato sull’avambraccio sinistro. [...] . Gli uomini dovevano essere tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno; il numero degli zingari doveva essere preceduto da una Z; quello degli ebrei, a partire dal maggio1944 doveva essere preceduto da una A, poco dopo da una B. Fino al settembre 1944 non c’erano bambini: venivano uccisi tutti col gas al loro arrivo [...]. L’operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che s' imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita;



9) Ci viene chiesto [...] chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri << aguzzini >>. [...] erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: [...] Avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.







Questi sono solo alcuni brani che ho ritenuto più significativi. Credo che per capire veramente a fondo questo libro bisognerebbe iniziare col porsi una domanda: perché Levi provava vergogna per essersi salvato?

Lo scrittore non è felice di essere un salvato, sa benissimo di essere “intruppato”tra i salvati, come scrive nel libro, ma non prova gioia nell’esserlo. Prova, come tutti gli altri salvati vergogna, una vergogna nata dal fatto che è sopravvissuto. Levi afferma che i salvati del lager erano i peggiori, ma perchè dice questo?

La risposta è alquanto semplice, si è salvato chi era più furbo, chi ha saputo sfruttare i momenti e le situazioni, ma sopratutto sono sopravvissuti i sostenitori della << zona grigia >>, coloro che hanno collaborato con le autorità e che Levi identifica con il nome di “privilegiati”.

Essere un salvato non è per Levi un vanto, è angoscioso, così angoscioso che lo scrittore non riuscirà a continuare la propria vita con questo peso, e dopo 40 anni da quel fatidico giorno, il 27 Gennaio 1945, deciderà di togliersi la vita. Infatti, i veri protagonisti della storia, e del libro, sono i sommersi, coloro che hanno visto e vissuto fino in fondo le atrocità del lager, coloro che devono essere ricordati.

Levi parla anche degli aguzzini. Coloro che volevano distruggere ogni prova, coloro che non volevano far emergere alcuna testimonianza, coloro che avevano fatto erigere i lager e che poi volevano distruggerli perchè erano diventati troppo pericolosi anche per i tedeschi stessi, in quanto al loro interno racchiudevano un segreto enorme, il massimo crimine della storia dell’umanità.

Levi diceva: ” Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perchè ciò che è accaduto può ritornare, le conoscenze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre ”.

Cosa vuol dire?

Sta a significare che i fatti che sono accaduti devono essere conosciuti, e se possibile anche compresi, così che possano non ripetersi mai più. Dobbiamo ricordare i sommersi. Dobbiamo ringraziare i salvati. Perchè i loro ricordi, le loro testimonianze possono sensibilizzarci e commuoverci e da loro possiamo imparare a non dimenticare.



Sebastianelli Eleonora 18 anni

Istituto Colomba Antonietti

Classe V S Liceo Scientifico-Tecnologico



“La Storia” di Elsa Morante

.Brani tratti dal libro.



Durante il corso dell’ anno scolastico , noi alunni della 4°s abbiamo letto “ la Storia ” di Elsa Morante . Un romanzo ambientato a Roma durante il periodo della seconda guerra mondiale e nell’ immediato dopo guerra. “La Storia” narra le tragiche vicende di Useppe, un bambino nato dalla violenza che la madre , Ida Ramundo, un’ insegnante di origine ebraica, vedova Mancuso e madre di Nino , ha subito da un giovane militare tedesco . Cresciuto gracile e minuto tra gli stenti e la fame di una Roma occupata , Useppe muore stroncato da una grave forma di epilessia . La povera Ida , dopo aver perso anche il primogenito Nino , che nel frattempo aveva deciso di partire per la guerra dapprima come militante nelle squadre fasciste poi come partigiano, non riesce a sopportare questo dolore e impazzisce.

Abbiamo scelto alcuni brani tratti da questo libro che a noi sono sembrati più significativi .



• “ Useppe alzò gli occhi al cielo e disse : “<< Lioplani>> , e in quel momento l’ aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle il terreno saltava d’ intorno a loro , sminuzzato in una mitraglia di frammenti. “



• “ La maggior parte dei presenti si guardavano in faccia inebetiti senza dir nulla . Molti avevano i vestiti a pezzi bruciacchiati, certuni sanguinavano. Da qualche parte là fuori, fra un rumorio sterminato e incoerente , ogni tanto si levava qualche urlo feroce . “



• “ Si vedeva un viale alberato di città, lungo la spalletta di un ponte semidistrutto. Da ogni albero del viale pendeva un corpo, tutti in fila, nella stessa identica posizione, con la testa inclinata su un orecchio , i piedi un poco divaricati e le due mani legate dietro la schiena . Erano tutti giovani , e tutti malvestiti, dall’ aria povera . Su ognuno di loro stava appeso un cartello con la scritta : PARTIGIANO. “



• “ L’ interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo , rintronava sempre di quel vocio incessante . Nel suo disordine , si accalcavano dei vagiti , degli alterchi , dei parlottii senza senso , delle voci senili che chiamavano la madre, delle altre che conversano appartate , quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano . E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti ; oppure altri , di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come : << bere! >> << aria!>>. Da uno dei vagoni estremi sorpassando tutte le altre voci , una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti , tipiche delle doglie del parto.”



• “ Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita . Ora nella mente solida di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio , ruotarono anche le scene della Storia umana ( La Storia) che essa percepì come LE SPIRE MULTIPLE DI UN ASSASSINIO INTERMINABILE. E oggi l’ ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe . Tutta la Storia e le nazioni della Terra si erano concordate a questo fine : la strage del bambinello Useppe Ramundo. “





Abbiamo scelto questi brani perché ci fanno riflettere su come in un momento tutto possa cambiare; senza preavviso tutto ciò che hai , una casa, una famiglia, un cane magari, tutta la tua vita , viene improvvisamente portato via . E solo una cosa è in grado di rendere possibile tutto ciò con una facilità e una velocità quasi innaturali: la guerra.

Crediamo che la guerra danneggi il mondo, perchè ferisce il cuore e gli animi della gente, perchè indebolisce la speranza e la sicurezza di tutti, perchè non distrugge solo case ma anche la sensibilità e il riso non solo degli adulti , ma soprattutto dei bambini.



Alunni IV S Liceo scientifico tecnologico

La Notte Elie Wiesel

Il racconto è articolato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo disgregarsi e disperdersi della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio: vede la madre e l’ adorata sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso… e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, nel Dio dei Padri, fino ad allora sempre forte e viva, che viene sostituita dal dubbio, dall'incertezza, dalla disperazione. Alle immagini dell'infanzia si sostituiscono gli scenari dell'orrore, in una serie di istantanee crudeli, impossibili da dimenticare, che segneranno il futuro di un uomo che non è mai stato bambino. L'immagine della notte, dell'oscurità, del dolore, come un manto nero si stende lungo le pagine e sull'anima, lasciando una forte commozione nel lettore, un'emozione indimenticabile.

De Lorenzo Jessica

Anni 18

Classe V S Liceo scientifico tecnologico

Introduzione a “La Notte” di Elie Wiesel

Il racconto “La Notte” è basato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo allontanamento della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio dove vede la madre e la sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso; e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, sempre viva fino ad allora, che viene sostituita dal dubbio, dall’incertezza e dalla disperazione che lo accompagneranno fino al giorno della liberazione e soprattutto che gli hanno fatto perdere interamente la giovinezza.

Ecco alcuni brani del libro, che a noi sono sembrati più significativi:

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformati in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede.

Nel carro dove era stato gettato il pane era scoppiata una vera e propria battaglia. Si buttavano gli uni sugli altri, pestandosi, dilaniandosi, mordendosi. Animali da presa scatenati, odio bestiale negli occhi; una vitalità straordinaria si era impossessata di loro, gli aveva aguzzato denti e unghie.[…] Un pezzetto cascò anche nel nostro vagone. Vidi non lontano da me un vecchio che si trascinava carponi. Si era appena svincolato dalla mischia. Portò una mano al cuore. Prima credetti che avesse ricevuto un colpo al petto, poi capii: teneva sotto la giacca un pezzo di pane. […] Un’ombra si era appena allungata accanto a lui, e quell’ombra gli si gettò addosso. Carico di botte, ubriaco di colpi, il vecchio gridava:

-Meir, mio piccolo Meir! Non mi riconosci? Sono tuo padre… mi fai male… stai assassinando tuo padre… ho del pane… anche per te… anche per te…

Crollò. Aveva ancora nel pugno chiuso un pezzetto di pane. Volle portarlo alla bocca, ma l’altro si gettò su di lui e glielo prese. Il vecchio mormorò ancora qualcosa, emise un rantolo, e morì nell’indifferenza generale. Suo figlio lo frugò, prese il pezzetto di pane e cominciò a divorarlo, ma non poté andare molto lontano: due uomini lo avevano visto e si precipitarono su di lui. Altri se ne aggiunsero. Quando se ne andarono c’erano vicino a me due morti, uno accanto all’altro: il padre e il figlio. Io avevo quindici anni.



Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

-Che il Suo Nome sia magnificato e santificato… - mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me.

Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva. Di cosa dovevo ringraziarLo?



Entrò nel capannone e i suoi occhi, più brillanti che mai, sembravano cercare qualcuno:

-Forse avete visto mio figlio da qualche parte?

Aveva perso il figlio nella ressa. Lo aveva cercato invano fra gli agonizzanti, poi aveva grattato via la neve per ritrovare il suo cadavere, ma senza risultato.

[…] -È accaduto sulla strada. Ci siamo persi di vista durante il cammino. Io ero rimasto un po’ indietro: non avevo più la forza di correre.

-No, Rabbi Eliahu, non l’ho visto.

[…] Improvvisamente mi ricordai che avevo visto suo figlio correre accanto a me. L’avevo dimenticato e non l’avevo detto a Rabbi Eliahu!

Poi però mi ricordai un’altra cosa: il figlio aveva visto il padre perdere terreno, finire zoppicando in fondo alla colonna, L’aveva visto e aveva continuato a correre in testa, lasciando che la distanza fra di loro aumentasse.

Un pensiero terribile mi venne in mente: aveva voluto sbarazzarsi di suo padre! Lo aveva visto in difficoltà, aveva creduto che ormai fosse la fine e aveva cercato quella separazione per togliersi di dosso quel peso, per liberarsi di un fardello che poteva diminuire le sue proprie possibilità di salvezza.



Abbiamo scelto questi brani perché danno chiaramente l’idea della disperazione che gli uomini hanno vissuto stando all’interno dei campi di sterminio, della distruzione fisica e psicologica, che fa diventare gli uomini delle bestie incapaci di controllare i loro istinti pur di sopravvivere. Questi ricordi dimostrano chiaramente il modo terribile, spietato, con cui venivano trattati, le brutalità che erano costretti a subire giorno dopo giorno e che li hanno cambiati, che li hanno plasmati in esseri senza morale pronti anche ad uccidere i propri familiari pur di sopravvivere, che li hanno spinti a perdere tutto quello in cui credevano, compresa la loro Fede. Totalmente delusi e portati all'odio, perchè circondati solamente da morte, dolore e nessuna possibilità di salvezza.

Jessica De Lorenzo

Andrea Toma

Anni 18 V S Liceo Scientifico Tecnologico



SCRIVENDO I RICORDI SALVIAMO LE NOSTRE RADICI E NOI STESSI



La scrittura è forse lo strumento più potente di cui l’uomo disponga in quanto scrivendo abbiamo la possibilità di fermare degli attimi importanti, di catturare e fare un’ istantanea delle sensazioni e degli eventi accaduti in passato.

Basti pensare alla storia, e a come essa si basi in maniera significativa su numerosi reperti scritti che descrivono in modo più o meno dettagliato la vita di quegli anni passati.

Poniamo ad esempio l’attenzione sulle numerose testimonianze della seconda guerra mondiale e sullo sterminio nazista.

A centinaia si contano i testi che riportano le torture, le paure e le umiliazioni a cui gli ebrei sono stati sottoposti a partire dal ’38, anno in cui vennero promulgate le leggi razziali.

Proprio riguardo a questo, in onore della giornata della memoria, che come ogni anno ricorre il 27 Gennaio, abbiamo letto il libro “SE QUESTO E’ UN UOMO” di Primo Levi, un sopravvissuto.

Deportato ad Auschwitz, descrive in maniera dettagliata ed oggettiva la vita che si conduceva all’interno del lager.

Scrive di come l’identità di un uomo venisse poco a poco annullata e di come inevitabilmente in quel luogo andasse persa la concezione ci ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’importante per tutti era sopravvivere.

Rileggendo quelle pagine non si può fare a meno di provare orrore nel pensare che realmente l’uomo è stato capace di compiere tali azioni.

Comunque quella lasciata da Levi è solo una delle tante testimonianze che oggi abbiamo a disposizione, un altro esempio potrebbe essere “IL DIARIO DI ANNA FRANK” che ella stessa scrisse nel periodo in cui insieme alla famiglia si nascose nella speranza di sfuggire ai tedeschi.

Un diario, chi non ha mai tenuto un diario in cui scrivere i propri segreti, i propri pensieri più intimi che quotidianamente ha paura o vergogna di mostrare agli altri.

E’ questo il paradosso; spesso e volentieri ciò che scriviamo rappresenta la parte più vera di noi stessi, eppure, nel momento in cui ci troviamo a rapportarci con gli altri, preferiamo mostrare una maschera.

Io stessa tenevo un “diario segreto” qualche tempo fa e ammetto che ancora oggi spesso mi ritrovo a scrivere i miei pensieri su qualsiasi pezzo di carta.

Il motivo per cui lo faccio è semplice, scrivendo mi sfogo, è l’unico modo di dire tutto ciò che penso senza avere il timore d’essere giudicata.





Ilarioni Bruna

anni 18

Liceo Scientifico-tecnologico

Colomba Antonietti classe V S





Il lager come l’Inferno – Levi e Dante



La letteratura ha rappresentato per Levi un aiuto di fronte ad una vicissitudine così traumatica come quella nel campo di sterminio, ed in un certo senso lo ha “salvato” in quanto, una volta conclusasi quella tremenda esperienza , ha trovato nella scrittura una sorta di terapia del dolore che gli ha consentito di attingere alla memoria per lasciarci un indelebile ricordo nel suo libro "Se questo è un uomo".

Mentre si trovava nel lager ad Auschwitz, Levi comprende che nulla poteva essere spiegato dalla ragione e come gli disse un deportato: "Qui non c'è un perchè".In quel momento così insensato della sua vita, vide accanto a sè Dante e la Divina Commedia entrò a far parte della sua quotidianità tanto che lo aiutò a sopravvivere .

In “ Se questo è un uomo”, in particolare nel primo capitolo, è possibile quasi sovrapporre atmosfere dantesche a quelle del lager.

Ad esempio:

Dante : vv." Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva /sovr'una fonte che bolle e riversa/per un fossato che da lei deriva/ L'acqua era buia assai piu che persa/e noi , in compagnia de l'onde bige,/intrammo giù per una via diversa./In la palude va c'ha nome Stige /questo tristo ruscel, quand'è disceso/al piè de le maligne piagge grige./E io , che di mirare stava inteso,/vidi genti fangose in quel pantano,/ignude tutte , con sembiate offeso./Queste si percotean non pur con mano,/ma con la testa e col petto e coi piedi,/troncandosi co'denti a brano a brano".

Levi: "Siamo scesi , ci hanno fatto entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo!! Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto : sopra c'è un cartello, che dice che è proibito bere perchè l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è un beffa, "essi" sanno che noi moriamo di sete , e ci mettono in una camera e c'è un rubinetto, e WASSERTRINKEN VERBOTEN. Io bevo , e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra , ha odore di palude".

Come per Dante "L'acqua era buia" anche per Levi "L'acqua era imbevibile tiepida e dolciastra".

L’esperienza di Levi deve insegnare alle nuove generazioni come nella vita tutti attraversiamo un momento di oscurità per la perdita di una persona cara , per il venir meno degli affetti , o a causa della malattia, ma grazie alla letteratura, spesso studiata contro voglia negli anni del liceo, si può sopravvivere e trovare la forza per andare avanti.

Forse se Levi non avesse mai studiato Dante, non sarebbe riuscito a rielaborare la sua devastante esperienza, e a farla rivivere così intensamente nella sua opera. In un certo senso la letteratura "l'ha salvato" perché lo ha aiutato a mantenere il ricordo.



Istituto “Colomba Antonietti” III R - De Angelis Sara e D’Andrea Michela anni 17









INTRODUZIONE



In occasione della Giornata della memoria, affinché si possa riflettere a fondo su fatti che hanno cambiato il volto della nostra storia e delle persone che ne hanno preso parte, abbiamo deciso di evidenziare alcuni brani significativi tratti dal libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, nel 1947, in occasione del suo ritorno da Auschwitz. Una straordinaria testimonianza sull'inferno dei Lager, sulle umiliazioni, le atrocità, i soprusi e la morte che gli uomini sono stati costretti ad affrontare.



Da “Se questo è un uomo”



• Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. […] Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che i potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine << Campo di annientamento >> e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.



• Eccomi dunque sul fondo, a dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall'ingresso, […] già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l'un l'altro.





• Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perchè era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.



• A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che <>. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, allora al termine della catena, sta il Lager.



• Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.



• A Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e selvaggio, estraneo all'odio e alla paura […] Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.



• L'anno scorso a quest'ora io ero un uomo libero […] Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.



COMMENTO



Abbiamo scelto in particolare queste frasi perché ci sembravano le più significative per comprendere al meglio le dure e sofferte vicende di vita all'interno dei Lager nazisti, dove migliaia di persone sono state costrette a vivere momenti atroci. Leggere questi brani ci aiuta a renderci conto del significato del termine “Giacere sul Fondo”; ci fa capire i sentimenti e le angosce di tutte quelle persone che si sono ritrovate immerse in quell'inferno di dolore, rendendosi conto che la loro esistenza era oramai nella mani di un terribile destino che li avrebbe condotti alla morte o ad un passo dalla morte, verso una strada senza più via d'uscita.



Da “Se questo è un uomo”



• Qualcuno molto tempo fa, ha scritto che anche i libri, come gli esseri umani, hanno un loro destino, imprevedibile, diverso da quello che per loro si desiderava e si attendeva. Anche questo libro ha avuto uno strano destino. […] era talmente forte in noi il bisogno di raccontare, che il libro avevo incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perchè se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita. Ma ho scritto il libro non appena sono tornato, nel giro di pochi mesi: tanto quei ricordi mi bruciavano dentro.



• In campo, alla sera e al mattino, nulla mi distingue dal gregge, ma di giorno, al lavoro, io sto al coperto e al caldo, e nessuno mi picchia; rubo e vendo sapone e benzina, senza serio rischio, e forse avrò un buono per le scarpe di cuoio. Inoltre si può chiamare lavoro questo mio? […] sto seduto tutto il giorno ho un quadernetto e una matita, e mi hanno perfino dato un libro per rinfrescarmi la memoria sui metodi analitici. […] i compagni del Kommando mi invidiano, e hanno ragione; non dovrei forse essere contento? Ma non appena, al mattino, io mi sottraggo alla rabbia del vento e varco la soglia del laboratorio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua, del Ka-Be e delle domeniche di riposo: la pena di ricordarsi, il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all'istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno.



COMMENTO



Abbiamo evidenziato queste frasi relative al tema della scrittura perchè ci permettono di scoprire come sia importante per tutti gli uomini riuscire ad esprimere, attraverso la scrittura, i propri sentimenti e raccontare il dolore, i pensieri di momenti difficili, lasciare impresse in un foglio bianco tutte le atrocità di cui sono stati vittime. Scrivere è uno strumento fondamentale, come afferma Levi, che permette all'uomo di liberarsi dal peso di un dolore che lo opprime e permette soprattutto di riportare alla luce ricordi incancellabili del nostro passato affinchè chi li leggerà in un futuro si renda conto che gli errori commessi in passato non devono più ripetersi nel futuro.



Alunni classe V S

Liceo scientifico tecnologico

















Istituto Colomba Antonietti




GIORNATA DELLA MEMORIA

27 gennaio 2011







Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici

e noi stessi







intervengono:



-Dott.ssa Fiorella Rathaus : testimone, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati)



-Dott.ssa Pina Deiana : psicologa, psicoterapeuta.



-Claudio Damiani : poeta.









27/01/2011 Aula magna ore 9:00/12:00

Via delle vigne, 205/209



27 gennaio 2011, la Giornata della Memoria all’Istituto Colomba Antonietti





“Scrivendo i ricordi.

salviamo le nostre radici e noi stessi”:

questo è stato il tema della nostra Giornata della Memoria.



Daniela Bravi

docente



Gli alunni dell’Istituto Colomba Antonietti, ormai da alcuni anni, intervistano e ascoltano i nonni, i testimoni sopravvissuti ai lager, gli anziani che vivono vicino a loro nel quartiere, nel Centro anziani, e attraverso i racconti hanno conosciuto storie di guerra e di sofferenza, ricordi piccoli, a volte confusi, che hanno scritto sulle pagine di questa rivista, affinchè non venissero dimenticati, perché la scrittura rende vivo ed eterno il ricordo.

Per questo motivo, ma anche per trovare una via di salvezza, per rendere meno straziante il dolore, molti di coloro che hanno conosciuto la deportazione e l’internamento nei lager hanno voluto scrivere la loro storia e grazie a quelle memorie noi, oggi, sappiamo. Così è stato per P. Levi che in “Se questo è un uomo” scrive che “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto (…) il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”, il libro fu scritto “nel giro di pochi mesi” tanto i ricordi gli “bruciavano dentro”.

Il ricordo che diventa letteratura e poesia non sarà dimenticato e Omero “il sacro vate, placando quello afflitte alme col canto,/ i Prenci Argivi eternerà per quante/ abbraccia terre il gran Padre Oceano” ed Ettore avrà “onore di pianti (…) finchè il sole risplenderà su le sciagure umane” (U. Foscolo, I Sepolcri).

Anche un grande poeta del Novecento, G. Ungaretti, nella poesia In Memoria riflette sul valore della poesia stessa. I suoi versi raccontano l’amicizia con Moammed Sceab, con il quale si ritroverà a Parigi; entrambi soffrono perché “in nessuna parte di terra” riescono a sentirsi a casa, ma se Ungaretti troverà nella poesia la forza di superare il dolore, Moammed “non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono” e per questo si tolse la vita.

Di tutto questo abbiamo parlato il 27 gennaio con gli studenti della Colomba Antonietti e con gli ospiti intervenuti alla Giornata della memoria: la dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del Consiglio italiano dei rifugiati; la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta; il signor Claudio Damiani, poeta.

I nostri alunni hanno partecipato attivamente intervenendo con letture e riflessioni sul tema della Memoria e la scrittura: ve ne proponiamo alcune.



Riflessione sulla Giornata della Memoria.

Veronica Lustri

Come tutti gli anni, la nostra scuola ha organizzato un incontro in occasione del Giorno della Memoria.

“Scrivendo salviamo le nostre radici e noi stessi”: questo era il tema della nostra Giornata.

Proprio questa frase ha portato me, come il resto degli alunni, a riflettere sull’importanza della scrittura, che ha una funzione fondamentale soprattutto per quanto riguarda la Shoah: il dovere di non dimenticare e di sensibilizzare le generazioni più giovani a vigilare perché l’uomo non torni ad essere una bestia.

L’incontro è iniziato con la visione di un filmato nel quale dei testimoni dell’Olocausto raccontavano le loro storie; tra questi ricordo Lia Levi e il signor Mieli, entrambi venuti già in passato nella nostra scuola come ospiti; ciò che mi ha colpito di più in questo video è stato il ricordo della signora Springer, tornata ad Auschwitz per testimoniare, nel campo di concentramento dove era prigioniera durante la Seconda guerra mondiale.

La signora , osservando quegli ambienti, ricorda come lei e gli altri deportati fossero costretti a vivere in condizioni tragiche, privati non solo dei loro vestiti, ma anche della loro dignità.

Dopo il video, l’incontro è proseguito con l’arrivo di tre importanti ospiti: la Dott.essa Fiorella Rathaus, la Dott.essa Pina Deiana e il poeta Claudio Damiani.

La signora Rathaus lavora presso il C.I.R, Consiglio Italiano per i Rifugiati (ONLUS).

La dottoressa ci ha parlato dei rifugiati, che sono persone in pericolo poiché costrette a fuggire dal proprio paese per un fondato timore di persecuzione per motivi etnici,politici, di nazionalità, religione, gruppo sociale di appartenenza.

Il rifugiato, infatti , non sceglie di spostarsi alla ricerca di una qualità di vita migliore, ma è costretto ad abbandonare la sua casa e a trovare protezione fuori dal proprio paese; analogamente è avvenuto al popolo ebraico.

Dopo la presentazione delle due ospiti, le classi quarta e quinta del liceo scientifico tecnologico hanno letto alcuni brani tratti da libri sulla Shoah, ad esempio “Se questo è un uomo” di Primo Levi e hanno elaborato ed esposto le riflessioni riguardanti il tema della giornata: la scrittura e la Memoria.

Di rilevante importanza è stata la presenza del poeta Claudio Damiani, il quale ha scritto numerose poesie che sono state lette da alcuni alunni delle classi prime della nostra scuola.

Il signor Damiani , come metafora per indicare la guerra, ha utilizzato un elemento naturale: il fuoco, che si accende da una piccola scintilla diventando poi un grande incendio.

Per concludere la professoressa Lorenzini ha letto la testimonianza di suo padre, anche lui vittima di quella storia dove il peggior nemico dell’uomo fu l’uomo stesso!







“La memoria attraverso la scrittura”



Elisa Agnoni





Oggi 27 gennaio 2011 celebriamo, come ormai da molti anni, la giornata della memoria, istituita per non dimenticare la Shoah e tutte le vittime dei crimini nazisti. Celebrare questa giornata è fondamentale affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo. Quest'anno abbiamo deciso di riflettere su un tema particolare, ovvero la scrittura, grazie al quale gli uomini nella storia riescono a comunicare fatti accaduti, emozioni provate e a consentire di non abbandonare mai il ricordo di eventi che hanno lasciato una profonda cicatrice nel nostro passato e che ancora oggi permane nei nostri cuori.

La Giornata ha avuto inizio con la visione di un video nel quale vi erano le dure testimonianze di persone che hanno vissuto direttamente gli eventi tragici di quegli anni e sono state costrette ad assistere alla morte delle loro persone care e a soffrire fame e freddo durante le atroci deportazioni nei campi di sterminio nazisti. Tra queste vi era la signora Springer, che tornando nei luoghi dove aveva vissuto il dolore e la disperazione e dove i tedeschi imponevano il loro rigido controllo, riporta alla luce ricordi terribili del suo passato i quali, anche se a distanza di molto tempo, ancora sono stampati perfettamente nella sua memoria. Appena varca la soglia di quel luogo e si addentra in quelle buie camere dove tutti gli ebrei stavano raccolti in attesa della loro fine, nei suoi occhi si riflette una forte emozione e sul suo viso scendono lente e profonde lacrime di tristezza e di disprezzo verso chi ha commesso l'orrendo delitto di condurre gli uomini verso la loro demolizione. Un'altra persona presente nel video era il signor Mieli che ha ricordato la sua esperienza personale da deportato e ha rammentato ai giovani presenti durante il suo racconto che la loro grande fortuna è quella di vivere felici e spensierati accanto alle persone amate, senza essere costretti a conservare il ricordo atroce di un passato incancellabile. Per questo non bisogna mai smettere di comprendere quanto la nostra vita sia preziosa e vada vissuta sempre restando accanto a coloro che amiamo, anche perchè bisogna pensare a chi nella sua infanzia ha desiderato farlo e non ha potuto. Anche nelle sue lacrime ho ritrovato sentimenti indescrivibili, di forte dolore e di commozione al solo pensiero di essere lì a parlare in prima persona di questo evento accaduto, mentre molti altri, suoi amici o suoi famigliari o semplici conoscenti, non ci sono più perchè lì in quei campi di sterminio hanno lasciato la loro vita.

La giornata prosegue con un intervento da parte della dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta. Anche loro hanno raccontato la loro esperienza personale lavorativa e hanno esposto i loro commenti su questa giornata. La signora Rathaus a riguardo ha espresso un pensiero che mi ha colpito molto, ovvero ha pronunciato questa frase: “L'olocausto della vita non finisce mai”. Questa affermazione molto forte mi ha trasmesso sia qualcosa di positivo che qualcosa di negativo. Positivo perchè in effetti, se riflettiamo a lungo, arriviamo a concludere che la deportazione degli ebrei nei Lager non è stata e non sarà l'unica tragedia che il nostro mondo sarà costretto ad affrontare, perchè purtroppo la vita è anche questo, un insieme di momenti felici ma anche di eventi dolorosi e tragici in cui l'uomo deve proiettarsi. Ma allo stesso tempo la ritengo una frase troppo pessimista perchè se l'uomo continua ad avere questi pensieri negativi nei confronti di tutto ciò che lo circonda, non riuscirà mai a prendere il controllo della situazione e a far sì che tutte queste terribili atrocità non si ripetano mai più. Un uomo deve riflettere sul suo passato per non dimenticare, per mantenere vivo il ricordo, ma soprattutto deve conoscere il passato anche per evitare che gli errori si ripetano nel tempo. La dott.ssa Deiana invece ha parlato soprattutto del tema della scrittura che, come abbiamo annunciato all'apertura della giornata, permette di salvare le nostre radici e noi stessi. A riguardo noi ragazzi quest'anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, in seguito al suo ritorno dal campo di sterminio di Auschwitz. In particolare di questo testo mi ha colpito molto la grande capacità di Levi di descrivere, nei minimi dettagli, la realtà orrenda che lo circondava e ciò ha permesso a noi lettori di comprendere ancor di più alcuni aspetti particolari e profondi della vita delle persone all'interno dei Lager. La descrizione della fame e del freddo, del lavoro duro e delle notti insonni di milioni di persone colpevoli soltanto di appartenere ad un credo diverso e di essere nati in un momento sbagliato della storia. Bisogna pensare anche che persone come Levi, Mieli e quei pochi altri che sono riusciti a fare ritorno nelle loro case, vivono con l'angoscia e la disperazione di chi porta avanti un peso insostenibile, di chi si sente in colpa e si chiede il motivo per il quale il destino ha salvato proprio lui e magari non un bambino ebreo che aveva tutti i diritti di vivere la sua vita. Anche questa è una condizione terribile, nessuno penso si augura di affrontare la sua esistenza in questo modo.

La giornata si conclude con la lettura di alcune poesie scritte dal poeta Claudio Damiani sul tema della guerra e due testimonianze, una del signor Lorenzini che ha vissuto, come tanti altri, quei momenti e che dopo tanto tempo è finalmente riuscito a raccontarli. L'altro racconto riguardava l'amicizia tra due ragazze, una delle quali è la mamma della Prof.ssa Laudenzi che, nonostante appartenessero ad una religione diversa rimarranno sempre unite e si completeranno l'un l'altra.

Tutte le persone del mondo sono uguali, anche se appartenenti a credi, abitudini e culture differenti, e soprattutto ognuna di loro ha il diritto inalienabile di vivere la propria vita serenamente accanto all'affetto di tutti i suoi cari, senza subire soprusi, ingiustizie, condanne e morte da chi si ritiene superiore.

Scrivere, ricordare, riflettere può aiutarci affinché il desiderio di vivere serenamente uniti e senza distinzioni si possa realizzare.



“Ricordare per non dimenticare”

Matteo Lucia

Il 27 Gennaio 2011 nella nostra scuola, in Aula magna, è stata celebrata la Giornata della memoria, per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e di tutti coloro che si sono opposti al nazi-fascismo. Anche se non era la prima volta che partecipavo a questo progetto ero emozionato come se lo fosse, me ne sono reso conto subito dopo aver guardato il video iniziale dove la signora Springer, sopravvissuta allo sterminio nei campi di concentramento, raccontava come veniva trattata dall’esercito tedesco durante il suo internamento ad Auschwitz, ricordando i terribili momenti vissuti. Gli occhi della signora mi hanno colpito molto per le forti emozioni che trasmettevano: il dolore e la sofferenza di chi ha subito violenze e crudeltà. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stato quando la signora ha raccontato il momento in cui i tedeschi costringevano tutti gli ebrei a mettersi in fila, senza abiti, ad attendere di compiere gli ultimi passi per arrivare all’unico pasto giornaliero che avevano a disposizione. Questo stava a significare per tutte quelle povere persone la loro perdita di dignità, come fossero semplici oggetti da sfruttare o meglio bestie!. Tutto ciò è veramente assurdo, una condizione più misera non si può immaginare. Quest’anno la giornata si è concentrata sul tema della scrittura; sono intervenute la Dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la Dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta, le quali, in particolare, hanno sottolineato l’importanza della scrittura per tutti coloro che hanno vissuto momenti drammatici e dolorosi quando erano costretti a vivere nei campi di sterminio. La scrittura, infatti, è molto importante per ricordare momenti passati e non dimenticare emozioni vissute. A volte si scrive anche una pagina di diario per semplice sfogo, per lasciare nella memoria istanti felici o tristi della nostra esistenza. Su questo tema noi ragazzi quest’anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi ed abbiamo scelto alcune frasi significative per comprendere l’esperienza vissuta dall’autore quando era deportato ad Auschwitz, costretto a soffrire fame e freddo. Nel momento in cui abbiamo letto queste frasi l’emozione è stata davvero incredibile nei visi di tutte le persone presenti alla giornata. Ricordare è indispensabile per non dimenticare mai gli errori commessi nel passato, affinché essi non si ripetano nel nostro futuro.

La giornata della memoria

Laura Tomassoni Rita Anselmi Leila Betti



Il 27 Gennaio è una data che ricorre nella nostra vita, nelle nostre menti ma soprattutto nel nostro cuore. Questo è infatti il giorno in cui si ricorda lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento durante la dittatura nazista. Il 27 Gennaio è una delle date più importanti del nostro calendario, una di quelle date indelebili, impossibili da dimenticare. "Dimenticare" è proprio la parola d' ordine dell'incontro che la nostra scuola , come tutti gli anni, ha organizzato con degli ospiti per parlare di quello che viene ricordato come il capitolo più vergognoso della storia italiana.

Il tema della giornata è stato : "Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici e noi stessi".

Si è parlato, dunque, di quanto sia importante tramandare il ricordo parlando di tutta la sofferenza che ha caratterizzato gli anni della Seconda Guerra Mondiale, in modo tale da non dimenticare tutte quelle atrocità e fissarle per sempre nella nostra memoria per non farle più accadere. Per questa occasione sono state invitate la dott.ssa Pina Deiana, la dott.ssa Fiorella Rathaus ed il poeta Claudio Damiani.

La giornata si è aperta con la proiezione di un video il quale mostrava delle interviste fatte a dei testimoni dell' Olocausto, alcuni già venuti in passato nella nostra scuola, come il Sig.Mieli e la Sig.ra Lia Levi, che con le lacrime agli occhi e tanta sofferenza riportavano gli anni della guerra, gli anni dove la loro casa era un lager.

Tutti e due nati da famiglie ebree, hanno vissuto esperienze completamente differenti . Il Sig .Mieli fu imprigionato ad Auschwitz, costretto a lavorare duramente patendo la fame e senza avere notizie dei suoi familiari. La Sig.ra Levi, invece, riuscì a salvarsi dai rastrellamenti rifugiandosi in un collegio di suore a Roma insieme alle sue due sorelle. Una testimonianza senza dubbio toccante è stata quella della sig.ra Springer tornata a testimoniare nel campo di concentramento dove era stata prigioniera. La signora, osservando quella prigione all' aperto, ricorda l' orrore della sua esperienza quando lei e gli altri deportati erano stati privati oltre che della loro personalità anche della dignità. In seguito al video ha preso la parola la dottoressa Deiana esponendoci la funzione salvifica della scrittura, spiegando quanto questa, appunto, possa essere utile a noi stessi ed al nostro animo, per scrivere i propri ricordi, anche quelli più profondi, riuscendo ad allontanare le ansie e le angosce di cui non riusciamo a parlare. Proprio a questo proposito la dottoressa ci ha fatto l'esempio di un suo paziente che con il suo aiuto, dopo moltissimi anni è riuscito a scrivere i ricordi della sua commovente ed orribile esperienza da rifugiato. Collegandosi all'esperienza di quest' uomo la dott.ssa Rathaus, che lavora presso il consiglio italiano per i rifugiati, CIR, ci ha spiegato il netto e visibile collegamento tra i rifugiati e gli ebrei durante la shoah. Il rifugiato infatti è una persona che a causa di persecuzioni per razza, nazionalità e religione la sua famiglia dovette abbandonare il proprio paese. Molto interessante è stato anche l'intervento del Sig.Damiani che ha utilizzato la metafora del fuoco per parlare della guerra. Il poeta ha utilizzato questo elemento naturale il quale accendendosi da una piccola scintilla può diventare una potente arma distruttiva. L' incontro è terminato con la lettura della testimonianza del padre della professoressa Lorenzini, anche lui vittima di quella tragica prigionia. E’ stata una giornata particolarmente emozionante per il grande peso storico, ma soprattutto morale, una giornata che, come tutti gli anni ci ha ricordato che dimenticare tutto quello che è successo sarebbe come ricommettere quelle follie.



La memoria e la scrittura

27 Gennaio 1945.

Eleonora Sebastianelli



I cancelli si aprono al mondo, e i deportati vedono dopo giorni, mesi, forse anni una luce diversa sul loro viso, quella mattina non andranno a lavorare, non moriranno di fame e di sete per tuta la giornata. Quel giorno torneranno a casa, potranno abbracciare i loro cari, potranno andare sotto una doccia senza la paura di morire, potranno mangiare molto di più di un pezzo di pane, potranno dormire in un letto comodo, potranno non soffrire il freddo e il vento. Dopo qualche mese o anno inizieranno a raccontare la loro storia, e il mondo si commuoverà, cercherà di non credere a quegli orrori ma capirà guardando nei loro occhi che è tutto vero.

27 Gennaio 2011.

Sono passati 65 anni da quando i cancelli del campo di annientamento di Auschwitz-Birkenau furono aperti e 10 dall’istituzione di questa giornata, e come ogni anno io e i miei compagni siamo qui a ricordare quel giorno, a ricordare le vittime e i carnefici; a capire cosa può aver portato a un orrore così grande.

Oggi è il 27 gennaio, il “Giorno della Memoria”. Perchè quando nel 2000 fu istituita questa ricorrenza gli venne dato il nome “Giorno della Memoria”? In altre parole, cos’è la memoria?

Con memoria si intende la capacità di ricordare il passato. Ma ricordare a cosa serve? E poi, è giusto ricordare?

Quando usiamo i termini memoria e ricordo ci vengono in mente la Shoah, l’Olocausto e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Allora ricordare serve per non dimenticare questi orrori, per far sì che gli errori commessi in passato dall’uomo possano non ripetersi mai più.

Molti dei sopravvissuti, sia coloro che hanno assistito alle atrocità della guerra, sia coloro che sono tornati dai campi di concentramento hanno cercato non solo di raccontare ciò che hanno visto e provato, ma hanno anche pensato di scrivere ciò che gli è accaduto. È proprio questo il tema della giornata della memoria di quest’anno, LA MEMORIA E LA SCRITTURA.

Quando scriviamo lasciamo sulla carta una piccola parte di noi, quell’attimo che per un istante vogliamo fermare, un attimo felice oppure un attimo tristissimo, ma che comunque non vogliamo che vada perso, è proprio questo al centro del ricordo. I sopravvissuto hanno scritto forse perchè era più semplice che parlare di fronte a delle persone e raccontare, portare una testimonianza della loro agonia, dell’angoscia, di tutti quei sentimenti di dolore e paura che hanno provato vedendo e subendo quegli orrori.

A questa giornata hanno partecipato diverse persone, ma i loro interventi non sono stati interessanti come quelli degli anni precedenti, non si trattava di persone sopravvissute o persone che avevano vissuto la guerra, erano persone “comuni” che, come me, come noi, hanno vissuto una vita comune senza troppo dolore e paura. Invece mi è piaciuto molto il video che abbiamo visto all’inizio. Quattro persone, quattro storie diverse. La signora Springer: torna a visitare il capannone e il campo di annientamento nazista dove fu imprigionata; la signora Vergalli: ex staffetta partigiana, racconta i suoi momenti di paura, del suo coraggio e della sua forza d’animo. Si è dimostrata una persona forte e fragile allo stesso tempo; poi il signor Mieli e infine la scrittrice Lia Levi. Al termine del filmato sono intervenuti i nostri ospiti, anzi le nostre ospiti. Alla fine del loro discorso alcune di noi sono intervenute, come ogni anno, con la lettura di brani da noi scelti: alcuni erano delle nostre riflessioni personali sulla scrittura, altri erano delle parti di libri che abbiamo letto durante le nostre vacanze estive.

La giornata si è conclusa con la lettura di alcune poesie.

Ma il vero senso della giornata secondo me viene alla fine, perchè solo dopo le notizie apprese, le nuove conoscenze ottenute possiamo soffermarci a riflettere. E allora mi sono chiesta: qual è il significato profondo di questa giornata?

Serve a non dimenticare le tragedie passate attraverso i racconti e le memorie di coloro che le hanno vissute, perché è grazie a queste che possiamo, forse, immaginare la loro sofferenza ed il loro dolore, per evitare che certi errori si ripetano. Per questo motivo è giusto ringraziare tutti coloro che ci aiutano a ricordare.



Primo Levi: se conoscere è possibile, comprendere è necessario

Eleonora Sebastianelli



Nel corso delle mie vacanze estive mi sono trovata, diciamo costretta, a leggere il libro di Primo Levi “ Se questo è un uomo “.

Non credevo di rimanere colpita e affascinata da questo romanzo, lo credevo pesante e noioso, invece l‘ho trovato interessante, istruttivo ed educativo.

Il libro venne pubblicato nel 1947, due anni dopo la liberazione dello scrittore dal campo di sterminio di Auschwitz. Il libro è un resoconto, una testimonianza, della prigionia dello scrittore nel lager, dal Dicembre 1943 (anno della sua deportazione) fino al 27 Gennaio 1945 (anno della liberazione dal campo di sterminio). Anni, mesi, giorni e notti che Levi descrive con minuzia, nei minimi particolari.

La vicenda inizia il 13 Dicembre 1943, Levi viene deportato al campo di Fossoli, un semplice campo di transito, da lì un treno porterà lui e gli altri deportati fino in Polonia. Anche se nel treno le condizioni disumane portano molti ebrei alla morte, le vere atrocità iniziano solo nel campo; ai prigionieri viene tolto il loro nome e gli viene tatuato un Haftling, un numero di serie, un numero che da quel momento sarà la loro identità. Dopo l’assegnazione del numero si inizia il lavoro nel campo, un lavoro stremante e faticoso che porta molti prigionieri alla morte.

Levi con il passare del tempo capisce le poche regole del campo:

- far finta di capire tutto;

- saper apprezzare il valore degli oggetti essenziali, quali le scarpe e il cucchiaio.

Nonostante la fame, gli stenti e la dura vita nel lager, Levi riuscirà a sopravvivere fino all’arrivo dei sovietici. Questa, in poche parole, è la trama del romanzo più conosciuto di Levi, ma un altro suo libro di grande importanza è quello intitolato “ I sommersi e i salvati “.

“I sommersi e i salvati” fu pubblicato solamente nel 1986.

Il romanzo è diviso in otto capitoli, accompagnati tutti da una prefazione e una conclusione dell’autore.

Il tema dominante è quello della memoria, già affrontato nel suo libro del 1947; e la memoria viene affrontata sia dal punto di vista dei persecutori, sia dal punto di vista dei perseguitati.

Due capitoli molto importanti sono quelli intitolati: “ Comunicazione “ e “ Violenza civile “.

Entrambi affrontano il tema della dignità dell’uomo, che i nazisti cercano in tutti i modi di reprimere nel lager. Tema affrontato analogamente nel capolavoro “ Se questo è un uomo “.

Questo libro è intriso di una profonda ed elaborata morale dell’autore : Auschwitz ritornerà?

Nei capitoli conclusivi del romanzo lo scrittore cercherà di dare delle risposte alle domande che per più di quarant’anni lo hanno ossessionato: i tedeschi, come hanno potuto farlo? Perchè gli ebrei glielo hanno lascito fare? Perchè non si sono ribellati? Perchè non sono fuggiti?

Un concetto che scaturisce dall’attenta riflessione dell’autore è quello della vergogna. I salvati, coloro che non hanno completamente toccato il fondo perchè altrimenti non sarebbero tornati, provano vergogna. Vergogna perchè sono sopravvissuti durante la prigionia nel campo, a differenza dei loro familiari, amici e compagni.

Levi è solo uno dei reduci del campo di concentramento, ma è uno sicuramente dei pochi che ha avuto la forza di parlare e scrivere di quelle atroci vicende da lui stesso vissute.

L’esperienza nel lager non viene, però, mai del tutto superata. Proprio per questo motivo nel 1987 Levi si toglierà la vita.

I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi



I Sommersi e i Salvati è un romanzo-testimonianza di Primo Levi. In questo capolavoro della letteratura lo scrittore parla non della sua prigionia nel Lager, ma di coloro che dal Lager si sono salvati, di coloro che nel Lager hanno visto finire la propria vita e di coloro che sono stati gli << aguzzini >>. Leggendo questo libro ho ritenuto necessario evidenziare alcune frasi che per me sono state più profonde e significative:



1) Le prime notizie sui campi d’annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell’anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe tuttavia tra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità. E’ significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli. [...] I militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: << [...] nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se qualcuno dovesse scappare, il mondo non gli crederà. [...] Non ci saranno certezze, perchè noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla >>;



2) Circondato dalla morte, spesso il deportato non era in grado di valutare la misura della strage che si svolgeva sotto i suoi occhi;



3) A distanza di anni, si può oggi bene affermare che la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall’incomprensione;



4) Alle domande << perchè lo hai fatto? >>, o << cosa pensavi facendolo? >>, non esistono risposte attendibili, perchè gli stati d’animo sono labili per natura, e ancora più labile è la loro memoria;



5) Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per << comprendere >> coincide con << semplificare >>. [...] . Tendiamo a semplificare anche la storia;



6) Hai vergogna perchè sei vivo al posto di un altro? E in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito. [...] Al mio ritorno dalla prigionia è venuto a visitarmi un amico più anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione. [...] Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturo e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l’essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, o di un accumularsi di circostanze fortunate ( come sostenevo e tuttora sostengo io ), bensì della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancora meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, mi rispose. Forse perchè scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia? Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro. [...] I << salvati >> del lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della << zona grigia >>, le spie. [...] Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca di una giustificazione. [...] Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.[...] Non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. [...] . Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deportazione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione. [...] Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso << per conto di terzi >>, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perchè la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega;



7) A partire dall’inizio del 1942, ad Auschwitz e nei Lager che ne dipendevano il numero di matricola dei prigionieri non veniva più soltanto cucito agli abiti, ma tatuato sull’avambraccio sinistro. [...] . Gli uomini dovevano essere tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno; il numero degli zingari doveva essere preceduto da una Z; quello degli ebrei, a partire dal maggio1944 doveva essere preceduto da una A, poco dopo da una B. Fino al settembre 1944 non c’erano bambini: venivano uccisi tutti col gas al loro arrivo [...]. L’operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che s' imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita;



9) Ci viene chiesto [...] chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri << aguzzini >>. [...] erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: [...] Avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.







Questi sono solo alcuni brani che ho ritenuto più significativi. Credo che per capire veramente a fondo questo libro bisognerebbe iniziare col porsi una domanda: perché Levi provava vergogna per essersi salvato?

Lo scrittore non è felice di essere un salvato, sa benissimo di essere “intruppato”tra i salvati, come scrive nel libro, ma non prova gioia nell’esserlo. Prova, come tutti gli altri salvati vergogna, una vergogna nata dal fatto che è sopravvissuto. Levi afferma che i salvati del lager erano i peggiori, ma perchè dice questo?

La risposta è alquanto semplice, si è salvato chi era più furbo, chi ha saputo sfruttare i momenti e le situazioni, ma sopratutto sono sopravvissuti i sostenitori della << zona grigia >>, coloro che hanno collaborato con le autorità e che Levi identifica con il nome di “privilegiati”.

Essere un salvato non è per Levi un vanto, è angoscioso, così angoscioso che lo scrittore non riuscirà a continuare la propria vita con questo peso, e dopo 40 anni da quel fatidico giorno, il 27 Gennaio 1945, deciderà di togliersi la vita. Infatti, i veri protagonisti della storia, e del libro, sono i sommersi, coloro che hanno visto e vissuto fino in fondo le atrocità del lager, coloro che devono essere ricordati.

Levi parla anche degli aguzzini. Coloro che volevano distruggere ogni prova, coloro che non volevano far emergere alcuna testimonianza, coloro che avevano fatto erigere i lager e che poi volevano distruggerli perchè erano diventati troppo pericolosi anche per i tedeschi stessi, in quanto al loro interno racchiudevano un segreto enorme, il massimo crimine della storia dell’umanità.

Levi diceva: ” Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perchè ciò che è accaduto può ritornare, le conoscenze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre ”.

Cosa vuol dire?

Sta a significare che i fatti che sono accaduti devono essere conosciuti, e se possibile anche compresi, così che possano non ripetersi mai più. Dobbiamo ricordare i sommersi. Dobbiamo ringraziare i salvati. Perchè i loro ricordi, le loro testimonianze possono sensibilizzarci e commuoverci e da loro possiamo imparare a non dimenticare.



Sebastianelli Eleonora 18 anni

Istituto Colomba Antonietti

Classe V S Liceo Scientifico-Tecnologico



“La Storia” di Elsa Morante

.Brani tratti dal libro.



Durante il corso dell’ anno scolastico , noi alunni della 4°s abbiamo letto “ la Storia ” di Elsa Morante . Un romanzo ambientato a Roma durante il periodo della seconda guerra mondiale e nell’ immediato dopo guerra. “La Storia” narra le tragiche vicende di Useppe, un bambino nato dalla violenza che la madre , Ida Ramundo, un’ insegnante di origine ebraica, vedova Mancuso e madre di Nino , ha subito da un giovane militare tedesco . Cresciuto gracile e minuto tra gli stenti e la fame di una Roma occupata , Useppe muore stroncato da una grave forma di epilessia . La povera Ida , dopo aver perso anche il primogenito Nino , che nel frattempo aveva deciso di partire per la guerra dapprima come militante nelle squadre fasciste poi come partigiano, non riesce a sopportare questo dolore e impazzisce.

Abbiamo scelto alcuni brani tratti da questo libro che a noi sono sembrati più significativi .



• “ Useppe alzò gli occhi al cielo e disse : “<< Lioplani>> , e in quel momento l’ aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle il terreno saltava d’ intorno a loro , sminuzzato in una mitraglia di frammenti. “



• “ La maggior parte dei presenti si guardavano in faccia inebetiti senza dir nulla . Molti avevano i vestiti a pezzi bruciacchiati, certuni sanguinavano. Da qualche parte là fuori, fra un rumorio sterminato e incoerente , ogni tanto si levava qualche urlo feroce . “



• “ Si vedeva un viale alberato di città, lungo la spalletta di un ponte semidistrutto. Da ogni albero del viale pendeva un corpo, tutti in fila, nella stessa identica posizione, con la testa inclinata su un orecchio , i piedi un poco divaricati e le due mani legate dietro la schiena . Erano tutti giovani , e tutti malvestiti, dall’ aria povera . Su ognuno di loro stava appeso un cartello con la scritta : PARTIGIANO. “



• “ L’ interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo , rintronava sempre di quel vocio incessante . Nel suo disordine , si accalcavano dei vagiti , degli alterchi , dei parlottii senza senso , delle voci senili che chiamavano la madre, delle altre che conversano appartate , quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano . E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti ; oppure altri , di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come : << bere! >> << aria!>>. Da uno dei vagoni estremi sorpassando tutte le altre voci , una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti , tipiche delle doglie del parto.”



• “ Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita . Ora nella mente solida di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio , ruotarono anche le scene della Storia umana ( La Storia) che essa percepì come LE SPIRE MULTIPLE DI UN ASSASSINIO INTERMINABILE. E oggi l’ ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe . Tutta la Storia e le nazioni della Terra si erano concordate a questo fine : la strage del bambinello Useppe Ramundo. “





Abbiamo scelto questi brani perché ci fanno riflettere su come in un momento tutto possa cambiare; senza preavviso tutto ciò che hai , una casa, una famiglia, un cane magari, tutta la tua vita , viene improvvisamente portato via . E solo una cosa è in grado di rendere possibile tutto ciò con una facilità e una velocità quasi innaturali: la guerra.

Crediamo che la guerra danneggi il mondo, perchè ferisce il cuore e gli animi della gente, perchè indebolisce la speranza e la sicurezza di tutti, perchè non distrugge solo case ma anche la sensibilità e il riso non solo degli adulti , ma soprattutto dei bambini.



Alunni IV S Liceo scientifico tecnologico

La Notte Elie Wiesel

Il racconto è articolato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo disgregarsi e disperdersi della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio: vede la madre e l’ adorata sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso… e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, nel Dio dei Padri, fino ad allora sempre forte e viva, che viene sostituita dal dubbio, dall'incertezza, dalla disperazione. Alle immagini dell'infanzia si sostituiscono gli scenari dell'orrore, in una serie di istantanee crudeli, impossibili da dimenticare, che segneranno il futuro di un uomo che non è mai stato bambino. L'immagine della notte, dell'oscurità, del dolore, come un manto nero si stende lungo le pagine e sull'anima, lasciando una forte commozione nel lettore, un'emozione indimenticabile.

De Lorenzo Jessica

Anni 18

Classe V S Liceo scientifico tecnologico

Introduzione a “La Notte” di Elie Wiesel

Il racconto “La Notte” è basato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo allontanamento della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio dove vede la madre e la sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso; e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, sempre viva fino ad allora, che viene sostituita dal dubbio, dall’incertezza e dalla disperazione che lo accompagneranno fino al giorno della liberazione e soprattutto che gli hanno fatto perdere interamente la giovinezza.

Ecco alcuni brani del libro, che a noi sono sembrati più significativi:

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformati in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede.

Nel carro dove era stato gettato il pane era scoppiata una vera e propria battaglia. Si buttavano gli uni sugli altri, pestandosi, dilaniandosi, mordendosi. Animali da presa scatenati, odio bestiale negli occhi; una vitalità straordinaria si era impossessata di loro, gli aveva aguzzato denti e unghie.[…] Un pezzetto cascò anche nel nostro vagone. Vidi non lontano da me un vecchio che si trascinava carponi. Si era appena svincolato dalla mischia. Portò una mano al cuore. Prima credetti che avesse ricevuto un colpo al petto, poi capii: teneva sotto la giacca un pezzo di pane. […] Un’ombra si era appena allungata accanto a lui, e quell’ombra gli si gettò addosso. Carico di botte, ubriaco di colpi, il vecchio gridava:

-Meir, mio piccolo Meir! Non mi riconosci? Sono tuo padre… mi fai male… stai assassinando tuo padre… ho del pane… anche per te… anche per te…

Crollò. Aveva ancora nel pugno chiuso un pezzetto di pane. Volle portarlo alla bocca, ma l’altro si gettò su di lui e glielo prese. Il vecchio mormorò ancora qualcosa, emise un rantolo, e morì nell’indifferenza generale. Suo figlio lo frugò, prese il pezzetto di pane e cominciò a divorarlo, ma non poté andare molto lontano: due uomini lo avevano visto e si precipitarono su di lui. Altri se ne aggiunsero. Quando se ne andarono c’erano vicino a me due morti, uno accanto all’altro: il padre e il figlio. Io avevo quindici anni.



Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

-Che il Suo Nome sia magnificato e santificato… - mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me.

Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva. Di cosa dovevo ringraziarLo?



Entrò nel capannone e i suoi occhi, più brillanti che mai, sembravano cercare qualcuno:

-Forse avete visto mio figlio da qualche parte?

Aveva perso il figlio nella ressa. Lo aveva cercato invano fra gli agonizzanti, poi aveva grattato via la neve per ritrovare il suo cadavere, ma senza risultato.

[…] -È accaduto sulla strada. Ci siamo persi di vista durante il cammino. Io ero rimasto un po’ indietro: non avevo più la forza di correre.

-No, Rabbi Eliahu, non l’ho visto.

[…] Improvvisamente mi ricordai che avevo visto suo figlio correre accanto a me. L’avevo dimenticato e non l’avevo detto a Rabbi Eliahu!

Poi però mi ricordai un’altra cosa: il figlio aveva visto il padre perdere terreno, finire zoppicando in fondo alla colonna, L’aveva visto e aveva continuato a correre in testa, lasciando che la distanza fra di loro aumentasse.

Un pensiero terribile mi venne in mente: aveva voluto sbarazzarsi di suo padre! Lo aveva visto in difficoltà, aveva creduto che ormai fosse la fine e aveva cercato quella separazione per togliersi di dosso quel peso, per liberarsi di un fardello che poteva diminuire le sue proprie possibilità di salvezza.



Abbiamo scelto questi brani perché danno chiaramente l’idea della disperazione che gli uomini hanno vissuto stando all’interno dei campi di sterminio, della distruzione fisica e psicologica, che fa diventare gli uomini delle bestie incapaci di controllare i loro istinti pur di sopravvivere. Questi ricordi dimostrano chiaramente il modo terribile, spietato, con cui venivano trattati, le brutalità che erano costretti a subire giorno dopo giorno e che li hanno cambiati, che li hanno plasmati in esseri senza morale pronti anche ad uccidere i propri familiari pur di sopravvivere, che li hanno spinti a perdere tutto quello in cui credevano, compresa la loro Fede. Totalmente delusi e portati all'odio, perchè circondati solamente da morte, dolore e nessuna possibilità di salvezza.

Jessica De Lorenzo

Andrea Toma

Anni 18 V S Liceo Scientifico Tecnologico



SCRIVENDO I RICORDI SALVIAMO LE NOSTRE RADICI E NOI STESSI



La scrittura è forse lo strumento più potente di cui l’uomo disponga in quanto scrivendo abbiamo la possibilità di fermare degli attimi importanti, di catturare e fare un’ istantanea delle sensazioni e degli eventi accaduti in passato.

Basti pensare alla storia, e a come essa si basi in maniera significativa su numerosi reperti scritti che descrivono in modo più o meno dettagliato la vita di quegli anni passati.

Poniamo ad esempio l’attenzione sulle numerose testimonianze della seconda guerra mondiale e sullo sterminio nazista.

A centinaia si contano i testi che riportano le torture, le paure e le umiliazioni a cui gli ebrei sono stati sottoposti a partire dal ’38, anno in cui vennero promulgate le leggi razziali.

Proprio riguardo a questo, in onore della giornata della memoria, che come ogni anno ricorre il 27 Gennaio, abbiamo letto il libro “SE QUESTO E’ UN UOMO” di Primo Levi, un sopravvissuto.

Deportato ad Auschwitz, descrive in maniera dettagliata ed oggettiva la vita che si conduceva all’interno del lager.

Scrive di come l’identità di un uomo venisse poco a poco annullata e di come inevitabilmente in quel luogo andasse persa la concezione ci ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’importante per tutti era sopravvivere.

Rileggendo quelle pagine non si può fare a meno di provare orrore nel pensare che realmente l’uomo è stato capace di compiere tali azioni.

Comunque quella lasciata da Levi è solo una delle tante testimonianze che oggi abbiamo a disposizione, un altro esempio potrebbe essere “IL DIARIO DI ANNA FRANK” che ella stessa scrisse nel periodo in cui insieme alla famiglia si nascose nella speranza di sfuggire ai tedeschi.

Un diario, chi non ha mai tenuto un diario in cui scrivere i propri segreti, i propri pensieri più intimi che quotidianamente ha paura o vergogna di mostrare agli altri.

E’ questo il paradosso; spesso e volentieri ciò che scriviamo rappresenta la parte più vera di noi stessi, eppure, nel momento in cui ci troviamo a rapportarci con gli altri, preferiamo mostrare una maschera.

Io stessa tenevo un “diario segreto” qualche tempo fa e ammetto che ancora oggi spesso mi ritrovo a scrivere i miei pensieri su qualsiasi pezzo di carta.

Il motivo per cui lo faccio è semplice, scrivendo mi sfogo, è l’unico modo di dire tutto ciò che penso senza avere il timore d’essere giudicata.





Ilarioni Bruna

anni 18

Liceo Scientifico-tecnologico

Colomba Antonietti classe V S





Il lager come l’Inferno – Levi e Dante



La letteratura ha rappresentato per Levi un aiuto di fronte ad una vicissitudine così traumatica come quella nel campo di sterminio, ed in un certo senso lo ha “salvato” in quanto, una volta conclusasi quella tremenda esperienza , ha trovato nella scrittura una sorta di terapia del dolore che gli ha consentito di attingere alla memoria per lasciarci un indelebile ricordo nel suo libro "Se questo è un uomo".

Mentre si trovava nel lager ad Auschwitz, Levi comprende che nulla poteva essere spiegato dalla ragione e come gli disse un deportato: "Qui non c'è un perchè".In quel momento così insensato della sua vita, vide accanto a sè Dante e la Divina Commedia entrò a far parte della sua quotidianità tanto che lo aiutò a sopravvivere .

In “ Se questo è un uomo”, in particolare nel primo capitolo, è possibile quasi sovrapporre atmosfere dantesche a quelle del lager.

Ad esempio:

Dante : vv." Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva /sovr'una fonte che bolle e riversa/per un fossato che da lei deriva/ L'acqua era buia assai piu che persa/e noi , in compagnia de l'onde bige,/intrammo giù per una via diversa./In la palude va c'ha nome Stige /questo tristo ruscel, quand'è disceso/al piè de le maligne piagge grige./E io , che di mirare stava inteso,/vidi genti fangose in quel pantano,/ignude tutte , con sembiate offeso./Queste si percotean non pur con mano,/ma con la testa e col petto e coi piedi,/troncandosi co'denti a brano a brano".

Levi: "Siamo scesi , ci hanno fatto entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo!! Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto : sopra c'è un cartello, che dice che è proibito bere perchè l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è un beffa, "essi" sanno che noi moriamo di sete , e ci mettono in una camera e c'è un rubinetto, e WASSERTRINKEN VERBOTEN. Io bevo , e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra , ha odore di palude".

Come per Dante "L'acqua era buia" anche per Levi "L'acqua era imbevibile tiepida e dolciastra".

L’esperienza di Levi deve insegnare alle nuove generazioni come nella vita tutti attraversiamo un momento di oscurità per la perdita di una persona cara , per il venir meno degli affetti , o a causa della malattia, ma grazie alla letteratura, spesso studiata contro voglia negli anni del liceo, si può sopravvivere e trovare la forza per andare avanti.

Forse se Levi non avesse mai studiato Dante, non sarebbe riuscito a rielaborare la sua devastante esperienza, e a farla rivivere così intensamente nella sua opera. In un certo senso la letteratura "l'ha salvato" perché lo ha aiutato a mantenere il ricordo.



Istituto “Colomba Antonietti” III R - De Angelis Sara e D’Andrea Michela anni 17









INTRODUZIONE



In occasione della Giornata della memoria, affinché si possa riflettere a fondo su fatti che hanno cambiato il volto della nostra storia e delle persone che ne hanno preso parte, abbiamo deciso di evidenziare alcuni brani significativi tratti dal libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, nel 1947, in occasione del suo ritorno da Auschwitz. Una straordinaria testimonianza sull'inferno dei Lager, sulle umiliazioni, le atrocità, i soprusi e la morte che gli uomini sono stati costretti ad affrontare.



Da “Se questo è un uomo”



• Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. […] Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che i potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine << Campo di annientamento >> e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.



• Eccomi dunque sul fondo, a dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall'ingresso, […] già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l'un l'altro.





• Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perchè era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.



• A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che <>. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, allora al termine della catena, sta il Lager.



• Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.



• A Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e selvaggio, estraneo all'odio e alla paura […] Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.



• L'anno scorso a quest'ora io ero un uomo libero […] Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.



COMMENTO



Abbiamo scelto in particolare queste frasi perché ci sembravano le più significative per comprendere al meglio le dure e sofferte vicende di vita all'interno dei Lager nazisti, dove migliaia di persone sono state costrette a vivere momenti atroci. Leggere questi brani ci aiuta a renderci conto del significato del termine “Giacere sul Fondo”; ci fa capire i sentimenti e le angosce di tutte quelle persone che si sono ritrovate immerse in quell'inferno di dolore, rendendosi conto che la loro esistenza era oramai nella mani di un terribile destino che li avrebbe condotti alla morte o ad un passo dalla morte, verso una strada senza più via d'uscita.



Da “Se questo è un uomo”



• Qualcuno molto tempo fa, ha scritto che anche i libri, come gli esseri umani, hanno un loro destino, imprevedibile, diverso da quello che per loro si desiderava e si attendeva. Anche questo libro ha avuto uno strano destino. […] era talmente forte in noi il bisogno di raccontare, che il libro avevo incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perchè se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita. Ma ho scritto il libro non appena sono tornato, nel giro di pochi mesi: tanto quei ricordi mi bruciavano dentro.



• In campo, alla sera e al mattino, nulla mi distingue dal gregge, ma di giorno, al lavoro, io sto al coperto e al caldo, e nessuno mi picchia; rubo e vendo sapone e benzina, senza serio rischio, e forse avrò un buono per le scarpe di cuoio. Inoltre si può chiamare lavoro questo mio? […] sto seduto tutto il giorno ho un quadernetto e una matita, e mi hanno perfino dato un libro per rinfrescarmi la memoria sui metodi analitici. […] i compagni del Kommando mi invidiano, e hanno ragione; non dovrei forse essere contento? Ma non appena, al mattino, io mi sottraggo alla rabbia del vento e varco la soglia del laboratorio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua, del Ka-Be e delle domeniche di riposo: la pena di ricordarsi, il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all'istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno.



COMMENTO



Abbiamo evidenziato queste frasi relative al tema della scrittura perchè ci permettono di scoprire come sia importante per tutti gli uomini riuscire ad esprimere, attraverso la scrittura, i propri sentimenti e raccontare il dolore, i pensieri di momenti difficili, lasciare impresse in un foglio bianco tutte le atrocità di cui sono stati vittime. Scrivere è uno strumento fondamentale, come afferma Levi, che permette all'uomo di liberarsi dal peso di un dolore che lo opprime e permette soprattutto di riportare alla luce ricordi incancellabili del nostro passato affinchè chi li leggerà in un futuro si renda conto che gli errori commessi in passato non devono più ripetersi nel futuro.



Alunni classe V S

Liceo scientifico tecnologico

















I PRIGIONIERI: PECCATORI CONTRO LA PATRIA?




Di Massimo Coltrinari



La prigionia di guerra costituisce un'esperienza che ha toccato, all'indomani della prima e della seconda guerra mondiale , oltre due milioni di soldati italiani. Per ragioni complesse, recondite e spesso inconfessabili, di questa esperienza di massa ci si è voluti molto spesso dimenticare: All'indomani della vittoria di Vittorio Veneto, nel tripudio della stessa, di tutto si parlò meno degli oltre 600.000 soldati italiani (di cui 100.000 morti) prigionieri.

Nella monumentale bibliografia dedicata al primo conflitto mondiale, da parte non solo italiana, le opere inerenti completamente alla prigionia si contano sulla punta delle dita. Si possono citare, ad esempio, di Carlo Emilio Gadda "Giornale di Guerra e di Prigionia" (Einaudi Torino, 1965) e "Taccuino di Caporetto: Dia di Guerra e Prigionia" (Garzanti, Milano 1991). Pubblicazioni sicuramente dovute alla fama dell'Autore, più che ad un reale interesse per la materia.

La stessa Relazione ufficiale dello Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, dedica alla prigionia pagine interessanti, ma non approfondite. Le altre opere, tutte edite prima del 1940, sono in tino minore, dimesso, quasi che i prigionieri non avessero il coraggio o l'ardire di raccontare le loro vicende e disavventure.

Occorre rilevare che i fascismo non aveva alcuna interesse a parlare di vicende e situazioni che andavano contro la sua retorica ufficiale.

Stesso atteggiamento all'indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale. In pieno disastro morale e materiale, nella problematica e ferita società italiana della metà degli anni quaranta, pochi avevano interesse e voglia di interessarsi dei problemi e delle vicende della prigionia militare italiana: In più vi era l'orrore della scoperta dell'altra tragedia consimile, quella dell'Internamento in Germania, inserita in quell'enorme vergogna che è l'Olocausto e lo sterminio di massa. Anche nel secondo dopoguerra, quindi, in fretta si cercò di dimenticare le vicende della prigionia.

Eppure, la vicenda della prigionia interessa oltre due milioni di soldati italiani, una massa di uomini che dovrebbero attirare l'interesse di studiosi e storici. A fronte d ciò occorre rilevare che nei paesi anglosassoni e in Francia il prigioniero di guerra è tenuto nella massima considerazione. In pratica esso è considerato un soldato sfortunato, che però nella difficile vita di cattività ha contribuito a servire il suo Paese. Basti ricordare il film "Il ponte sul fiume Kway" per comprendere questo assioma.

In Italia, invece, nulla di tutto questo. L'origine di tale atteggiamento può essere trovata nella formazione di uno stato Unitario Italiano.

Chiamato questo Sttao alla difficilissima prova della prima guerra mondiale, Che è bene dirlo fino alla vigilia di Caporetto si hanno oltre 70.000 disertori, molte difficoltà di amalgama e di senso civico vennero a nudo. Una di queste era la profonda sfiducia (per lo più ingiustificata) che i vertici politico-militari ed i comandanti nutrivano verso i loro soldati. Nel dover affrontare le dure prove del combattimento, questi comandanti erano ossessionati dall'idea che i soldati, di fronte al pericolo, disertassero o si arrendessero troppo facilmente. Nell'accezione generale dei nostri comandanti della prima guerra mondiale, i prigionieri erano considerati dei vili, dei pessimi soldati, quasi assimilabili ai disertori.

Nonostante azioni di alto valore, si ebbero 600.000 prigionieri di cui almeno 300.000 per effetto della ritirata al Piave: Fu una prigionia dura, ma nell'alveo delle norme internazionali allora in vigore, marcata a fondo da una fame crescente, ciò non fu voluto dagli austro-ungarici detentori dei nostri prigionieri, ma dalla carenza dei rifornimenti.

La fame , che fu patita in misura uguale dalla stessa popolazione austriaca, fu, per i soldati prigionieri, disperata. Il risultato di questa situazione fu l'altissima mortalità: oltre 100.000 uomini morirono dietro i reticolati.

E' una cifra, come tutte quelle riferite alla prigionia della prima guerra mondiale, tenuta per anni accuratamente nascosta. Questa cifra non entra nemmeno nel calcolo generale delle eprdite italiane del conflitto. Infatti tutte le fonti portarono solo il numero dei morti italiani (oltre 600.000) avuti in combattimento e per cause di combattimento.

Per sottolineare il diverso approccio, rispetto a noi italiani, che gli anglo-francesi avevano verso i prigionieri, occorre dire che le Autorità sia di Francia che di Gran Bretagna organizzavano un regolare invio di treni carichi di viveri per i loro prigionieri in Germania. Il risultato fu che su un totale di 600.000 prigionieri anglo-francesi 8numero uguale a quello degli italiani) i loro morti furono "solo" 20.000.

Le Autorità italiane, sia politiche che militari, rifiutarono categoricamente di organizzare l'invio di viveri, attraverso la Svizzera, per i nostri prigionieri: Si era quasi soddisfatti che il nemico lasciasse morire di fame i nostri soldati: che tale voce si spargesse tra le trincee, affinchè tutti i combattenti si convincessero che era poco conveniente arrendersi o darsi prigionieri.

I risultati, come detto, furono 100.000 morti (un prigioniero su sei), mentre la mortalità fu minore fra gli ufficiali (500 su 19.500), in quanto potevano ricevere pacchi dalle famiglie e non erano obbligati al lavoro.

Un'altra considerazione: 600.000 furono gli internati militari italiani nel periodo'43 - '45, e tutti conosciamo le tragiche e inumane condizioni in cui furono tenuti. Ebbene tra loro si ebbero in totale circa 50.000 morti, ma molti di meno, di quelli della prima guerra mondiale.

Tutto questo era causato dalla convinzione delle nostre Autorità che la prigionia fosse una vergogna, un disonore, una viltà, se non un vero e proprio tradimento.

Ed il vate, colui che fu il primo propagandista della grande guerra, quel Gabriele D'Annunzio che nel bene e nel male, tanto incise nel nostro tessuto sociale, chiamava i prigionieri, condannandoli al disprezzo, "i soldati italiani sventurati e svergognati", una genia "che aveva peccato contro la Patria".

Questa idea si è tanto bene radicata nel nostro paese, che è ben facile comprendere il disinteresse con cui furono trattati i prigionieri italiani della prima e della seconda guerra mondiale.

Non può sorprendere pertanto la scarsezza degli studi sulla prigionia e sulle vicende , spesso drammatiche, ad essa collegate . del resto tutto questo è stato alimentato dall'ultima "scelta" dei protagonisti: il prigioniero non vuole raccontare la sua esperienza.

Quale udienza ed ascolto, peraltro, può avere chi era considerato un peccatore contro la Patria.

Con questa noto vogliamo avviare una serie di articoli sul tema della prigionia, andando un po’ contro corrente nella speranza di dare un contributo per invertire la tendenza in atto.

lunedì 6 giugno 2011

7 giugno 2011, ore 19.00
Concerto di musica sacra russa nella Basilica di Santa Prassede a Roma

Moleben, una preghiera ortodossa
con la partecipazione di

Parrocchia Stavropigiale di San Nicola Taumaturgo a Roma

Coro da camera del Conservatorio di Santa Cecilia

Gruppo Organico della Basilica di Santa Prassede

Coro maschile «Anima russa»
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7 июня 2011 г. в 19.00

Концерт русской духовной музыки

и торжественный православный молебен

в Базилике Св. Пракседы в Риме

Именно здесь в греческом монастыре провели последние два года своей жизни братья Константин (Кирилл) и Мефодий, там же и почил Св.Кирилл.

при участии:

Ставропигиального прихода Святителя Николая Чудотворца в Риме

Камерного хора Римской консерватории Санта Чечилия

Органной группы Базилики Св.Праксиды

Мужского хора «Русская душа»

martedì 26 aprile 2011

Uscito il volume n. 14 della Collana Storia in Laboratorio


 Massimo Colttrinari

La guerra italiana all'URSS. 1941-1943. Le operazioni

Roma, Società Editrice Nuova Cultura, pag. 260, 17x24, Euro 20

per ordinazioni

Il volume descrive le varie fasi di questa campagna; dall’opera ben fatta del Corpo Italiano di Spedizione In Russia (C.S.I.R) alla marcia al Don della primavera-estate del 1942, la prima e sopratutto la seconda battaglia difensiva del Don in cui si consuma la tragedia delle Forze Armate italiane in terra russa. L’ultimo capitolo è dedicato alla perdite, in termini di Caduti, Dispersi, Prigionieri. Un numero veramente impressionante, che non può trovare giustificazione, secondo quando ormai è sedimentato nella pubblica opinione italiana, nel cattivo equipaggiamento dei nostri soldati. L’autore sostiene che atre cause concorrono a questa tragedia. Anche con il miglior equipaggiamento possibile per quei tempi, ma anche quello disponibile oggi, le condizioni i cui i nostri soldati furono costretti ad operare furono e divennero tali che si sarebbero avute le abnormi perdite che si ebbero. Una volta che le nostre forze ebbero svolto l’azione di frenaggio e resistenza, e questa durò per oltre 10 giorni, un tempo ragionevole per permettere alle forze mobili tedesche di reagire e ripristinare la situazione, avendo la violenza dell’attacco sovietico sconvolto tutta l’area della battaglia, ci si doveva arrendere sul posto, cercando di avere il coraggio virile di trovare nella prigionia e nella clemenza del nemico la via di salvezza. Sicuramente molti Italiani sarebbero sopravissuti. Aver cercato a tutti i costi di arretrare in quelle condizioni fu a causa primaria della tragedia.
Una tesi che si vuole portare alla discussione, soprattutto dei giovani studenti, che attraverso il materiale acquisito attraverso il Progetto Storia in Laboratorio, sia feconda di considerazioni ed osservazioni.

Di seguito la Presentazione del Volume da parte dell’Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis.

Presentazione

Presentazione








Il Volume descrive le operazioni condotte dalle Forze Armate Italiane dal luglio 1941 al marzo del 1943 in Russia e si inserisce nel Progetto Storia in Laboratorio che ha lo scopo ultimo di mettere a disposizione degli studenti materali di approfondimento riguardo alla nostra storia recente.

Il Progetto Storia in Laboratorio, che la Associazione Nazionali Combattenti della Guerra di Liberazione ha avviato fin dal 2004, oltre a sostenere la pubblicazione dei vari contributi avuti dagli Studenti nella Rivista 2Il Secondo Risorgimento d’Italia”, ha svolto anche attività di ricerca e acquisizione di documenti e memorie dei Combattenti della Guerra di Liberazione, in particolare e Combattenti Italiani, in generale. La acquisizione recente di un lascito d’archivio del Signor Aldo resta, a cui noi va il nostro grato e riconoscente ricordo, ci ha permesso di formulare un ulteriore segmento di attività dedicato alla Campagna di Russia. Era da tempo che si acquisivano elementi per attivare questo segmento, come, ad esempio, l’archivio fotografico della Famiglia Grilli di Castelferretti (Ancona) individuato nel 2008 contenente oltre 200 fotografie ed altro materiale sulla campagna di Russia, gli scritti di altri reduci dell’area anconetana, nonché materiale vario acquisito nelle attività editoriali e di convegni.

Su questa base si è ben accolta la proposta dell’Autore di questo volume, Massimo Coltrinari, di inserire nel Progetto Storia in Laboratorio i risultati ottenuti in un progetto dedicato alla Prigionia in terra sovietica avviato fra il 1999 ed il 2002 dalla Associazioni Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione. Questo progetto prevedeva la pubblicazione di un volume dedicato alla Prigionia italiana in mano alla Unione Sovietica, che doveva essere il terzo dedicato alla Prigionia Italiana della Seconda Guerra Mondiale. La ricerca svolta presso la A.N.R.P. ebbe un contributo estremamente significativo dall’UNIRR, l’associazione che raggruppa i reduci ed i familiari dei caduti in Russia, con la collaborazione oltre che del presidente nazionale Piazza, anche di Carlo Vicentini ed Aldo Resta. Questa collaborazione con l’Autore con Aldo Resta, che, occorre ricordarlo, al momento del rientro in Italia nel 1943, all’indomani della crisi armistiziale entrò a far parte del I Raggruppamento Motorizzato e combatté tutta la guerra di liberazione, è all’origine del lascito archivistico, secondo le precise volontà di resta che la famiglia ha scrupolosamente osservato.

Su queste basi si è deciso di arricchire il progetto Storia in Laboratorio dandogli un ulteriore obbiettivo, ovvero quello di far conoscere la Campagna di Russia ai giovani studenti, e in via subordinata, dare un ulteriore contributo storiografico alla conoscenza di questa campagna riordinando i materiali d’archivio pervenuti.

Le Modalità per attuare questo sono quelle previste dal Progetto Storia in Laboratorio, a cui si aggiunge, oltre alla pubblicazione di volumi specifici, anche la raccolta, la catalogazione, e la messa a disposizione del materiale d’archivio, di libri e di volumi inerenti la Campagna di Russia.

Da qui nasce la collaborazione con la Associazione Pro Castelferretto, che ha di buon grado accolto la proposta di dedicare un apposito spazio a questo materiale, nell’ambito del “Fondo Coltrinari” esistente presso la stessa biblioteca. Tale collaborazione ha permesso di poter versare alla Biblioteca “L. Radoni” il materiale d’archivio pervenuto dalla volontà di Aldo resta sotto la dizione di “Carteggio Resta”. Questa specifica iniziativa prelude ad altre simili, ovvero inserire nel Fondo Coltrinari con le stesse modalità anche altri eventuali carteggi che le famiglie dei reduci dalla Russia eventualmente possono versare o donare oppure rimanere di proprietà ma in uso di consultazione e/o in copia.

Questo quadro di iniziative e di collaborazioni fra le varie associazioni combattentistiche e le famiglie dei reduci contribuisce ad arricchire quella memoria storia che è fondamentale per la nostra Nazione e la nostra Patria, senza la quale non vi è futuro.

Ed è per questo che di buon grado ho approvato la pubblicazione di volumi che testimoniassero su carta queste attività, che non ci si fermasse alla sola attività di acquisizione in archivio e conservazione, ma che si facesse ogni sforzo per divulgare quanto acquisito, pur nei nostri limiti ti risorse e capacità.

Un attento esame del rapporto costo efficacia, e considerate le nostre risorse sia umane che economiche, ci permette di aver adottato un piano editoriale che, per quando riguarda questo segmento del progetto Storia in Laboratorio, è la edizione, nell’arco di tempo di circa 24 mesi, di una quadrilogia di volumi dedicati alla campagna di Russia. Sembra un programma quanto mai ambizioso, ma nella realtà si completano progetti già precedentemente avviti e non conclusi, e ci si avvale della attività della Sezione “Studenti e Cultori della Materia” della nostra Associazione, che sta dando brillanti risultati. Una quadrilogia che prevede nel primo volume la descrizione delle operazioni che si sono svolte i Russia da parte delle Forze Armate Italiane, dal luglio 1941 al marzo 1943; nel secondo volume, la descrizione della prigionia sia russa in mano italiana sia italiana in mano sovietica; nel terzo la pubblicazione delle memorie, dei ricordi di coloro che furono i protagonisti degli eventi, come specifica attività di raccolta di fonti orali; nel quarto la pubblicazioni di materiale iconografico, documenti significativi ed i risultati delle ricerche su base documentale concernente la campagna.

E’ evidente che il terzo volume è dedicato principalmente ai Familiari, soprattutto ai figli e nipoti affinché la memoria dei Padri venga conservata almeno in famiglia; il quardo è dedicato agli studenti che intendono svolgere ulteriori attività di ricerca, mentre i primi due sono dedicati a chi vuole approfondire la tematica della Campagna di Russia.

Anche da queste pagine, è caldo l’invito a coloro che hanno materiale documentale, fotografico o altro di congiunti che sono stati combattenti in Russia di prendere contatto con noi affinché si possa anche con loro instaurare un proficuo rapporto.

Queste premesse erano necessarie per presentare questo primo volume, dedicato alle operazioni. Trovo significativo il titolo: La guerra italiana alla URSS. Nella sua percezione di grandezza, fuori da ogni realtà, il fascismo ed il suo Capo, non esitarono a mettersi al fianco della Germania, dei Nazisti, di quel regime che io definisco del genocidio, che, avendo fallito contro l’Inghilterra, geostrategicamente pensava di attaccare la Unione Sovietica, sconfiggerla e quindi stritolare e strangolare la Gran Bretagna. Un disegno che già Napoleone aveva fallito, e che ebbe la stessa fine. Ma a differenza di Napoleone, i nazisti operarono contro la URSS in modo così violento ed ottuso che riuscirono a farsi nemici coloro, come gli Ucraini, che li accolsero come liberatori dal regime comunista di Stalin.Una guerra di massacri e genocidi, senza criterio, che fu spietata al di la di ogni dire.

Non richiesti, nel 1941, noi Italiani decidemmo di andarvi a partecipare, pur avendo aperto il fronte dell’Africa Settentrionale ove già avendo avuto sconfitte e che necessitava di essere rafforzato e consolidato. Un esempio, e questo si coglie bene nel volume, di dispersione di forze, di non persistenza sull’obbiettivo, e di confusione strategica. I vertici militari, che nel dopoguerra, a disastro avvenuto, si affannarono a dimostrare che la “colpa” di tata sventura era solo dei “politici”, non fecero nulla per impedire questa spedizione che, dal loro punto di vista, violando vari principi dell’Arte Militare, doveva sembrare assurda e da contrastare. Vi fu, invece, una gara a chi offriva le migliori unità e i migliori reggimenti, come se si andasse ad una gara sportiva. E tutto questo, quando i Tedeschi e lo stesso Hitler, pur non contrastando questo invio di forze, si raccomandavano di rinforza i fronti aperti in cui l’Italia era in difficoltà.

Dopo la battaglia di Mosca, quando la vittoria più volte annunciata, non fu conseguita, con la primavera, i tedeschi, in difficoltà, ed ormai cosci che in Russia non si poteva vincere, almeno nelle menti dei loro generali più avveduti ed equilibrati, richiesero ulteriori forze per fronteggiare una situazione che era divenuta difficile. Qui, ance se di mala voglia, si fu costretti ad inviare altri due corpi d’armata, per un totale di 229.000 uomini, con il relativo materiale, che furono sottratti non solo al fronte libico, ma anche alla difesa del suolo metropolitano. Se, dispiace dirlo, ma è una realtà gli uomini inviati in Russia poco potevano fare nella difesa della patria nel 1943, il materiale inviato, in termini di automezzi, armi, equipaggiamenti, ed altro, sarebbe stato utilissimo ed essenziale. Dalla Russia, come materiale, non ritornò nulla di efficiente ed utilizzabile.

Il volume descrive le varie fasi di questa campagna; dall’opera ben fatta del Corpo Italiano di Spedizione In Russia (C.S.I.R) alla marcia al Don della primavera-estate del 1942, la prima e sopratutto la seconda battaglia difensiva del Don in cui si consuma la tragedia delle Forze Armate italiane in terra russa. L’ultimo capitolo è dedicato alla perdite, in termini di Caduti, Dispersi, Prigionieri. Un numero veramente impressionante, che non può trovare giustificazione, secondo quando ormai è sedimentato nella pubblica opinione italiana, nel cattivo equipaggiamento dei nostri soldati. L’autore sostiene che atre cause concorrono a questa tragedia. Anche con il miglior equipaggiamento possibile per quei tempi, ma anche quello disponibile oggi, le condizioni i cui i nostri soldati furono costretti ad operare furono e divennero tali che si sarebbero avute le abnormi perdite che si ebbero. Una volta che le nostre forze ebbero svolto l’azione di frenaggio e resistenza, e questa durò per oltre 10 giorni, un tempo ragionevole per permettere alle forze mobili tedesche di reagire e ripristinare la situazione, avendo la violenza dell’attacco sovietico sconvolto tutta l’area della battaglia, ci si doveva arrendere sul posto, cercando di avere il coraggio virile di trovare nella prigionia e nella clemenza del nemico la via di salvezza. Sicuramente molti Italiani sarebbero sopravissuti. Aver cercato a tutti i costi di arretrare in quelle condizioni fu a causa primaria della tragedia.

Una tesi che io addito alla discussione, soprattutto dei giovani studenti, che attraverso il materiale acquisito attraverso il Progetto Storia in Laboratorio, sia feconda di considerazioni ed osservazioni.

venerdì 8 aprile 2011

Progetto “Storia in Laboratorio”

Scuola Media “Maria Montessori” Castelferreti Falconara Marittima Ancona

Luigi Tonelli
Spesso le cose migliori riescono se non vi è una preparazione che le precede. Nel quadro di una manifestazione dedicata alla data anniversaria della morte del Duca Ferriti di Castelferreto, il prof. Luigi Tonelli, che aveva collaborato con noi, grazie alla iniziativa di Mario Brutti riguardante le testimonianze della guerra, al numero speciale dedicato alle Marche nel 1944, ha preso l’iniziativa, quasi sul tamburo, di organizzare un incontro con i ragazzi della Scuola Media “Montessori” sui temi della Guerra di Liberazione, su quello della Resistenza in Italia e in Europa e su quello dell’Internamento in Germania e dell’Olocausto.

I ragazzi, tutti delle terza classe, avevano già svolto un ampio lavoro sui temi accennati, in particolare su quello della Resistenza in occasione della data anniversaria del 25 Aprile. Dalle 9,45 alle 11, nell’arco di tempo che si ritiene utile per suscitare nei ragazzi la curiosità e l’interesse per i temi che andiamo proponendo, senza tediarli o affondandoli con le lezioni frontali che suscitano solo reazioni negative, si è parlato del fenomeno della Resistenza in Europa, partendo dal concetto che in Italia dal 1943 al 1945 si è combattuta una Guerra di Liberazione. Una Liberazione da CHI e da Che Cosa? Spiegato il fenomeno del fascismo e del nazismo, si sono tracciate le linee essenziali dei movimenti di liberazione in Grecia, in Albania, in Jugoslavia, in Francia, in Polonia, in Unione Sovietica, sottolineando il fatto che si combatteva in questi paesi, come poi in Italia,e per avere un avvenire migliore, senza violenze e guerre. Ovvero è nato in questo movimento europeo il seme dell’Europa Unita. In particolare, si è presentata la Guerra di Liberazione in Italia, come una guerra un cinque fronti: il Regno del Sud, con ampi cenni a Montelungo, al C.I.L. ed ai gruppi di Combattimenti, al nord, con il movimento partigiano, all’Internamento in Germania, alla resistenza dei Militari Italiani all’estero ed alla prigionia di Guerra. Un ulteriore tempo è stato dedicato al fenomeno concentrazionario tedesco, alla ideologia nazista come ideologia di sterminio e si è accennato all’origine culturale della teoria della razza, che ha portato alla aberrazione dei campi di sterminio. Un interessante scambio di battute e idee con i ragazzi ha concluso l’incontro.



Sono giunti in redazione i temi svolti dai ragazzi, preceduti da questa cordiale ed apprezzata lettera
Gent.mo Signor Massimo,
La ringraziamo sentitamente per la bella lezione di storia, ma anche di vita, che ha tenuto nella nostra scuola.
Con semplicità, ma anche divertendoci, è riuscito a farci capire meglio quanto importante sia stato il Movimento della Resistenza, non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa e come, proprio la lotta armata antinazifascista, che ha visto impegnati non solo dei soldati, ma anche e soprattutto dei civili non politicizzati, ma solo desiderosi di libertà e democrazia, sia il vero fondamento dell’Unione Europea.
Della sua lezione ricorderemo anche l’attenzione che ha posto sul ruolo dei soldati italiani, alcuni, soprattutto prima del ’43, torturatori, massacratori per obbedienza al potere politico –militare, altri, invece, fieri oppositori al regime, decisivi per la riuscita della lotta partigiana cui diedero l’apporto importante della loro esperienza bellica..
Dopo aver ascoltato testimonianze di diversi partigiani e letto quelle dei nostri concittadini raccolte dal prof. Tonelli, la sua lezione ha contribuito a rinsaldare in noi la certezza che la libertà, la democrazia di cui godiamo è il frutto di tanti sacrifici, di tanti lutti, ma anche di tanti gesti eroici.
Per questi motivi la dobbiamo apprezzare di più e, nel nostro processo di maturazione anche socio-politica, cercare di preservarla in ogni modo.
Ringraziandola ancora per la sua disponibilità Le inviamo, come da accordi, alcuni degli elaborati con cui abbiamo partecipato al concorso “25 Aprile” indetto dall’Amministrazione del Comune di Falconara.

Falconara 31 maggio 2006 Distinti saluti




Gli alunni e gli insegnanti della scuola media “Maria Montessori”
Castelferretti (Falconara M.ma)

I Ragazzi scrivono:



Silvia Vignoni

La resistenza è stata un movimento Europeo, che ha interessato le zone sotto l’occupazione tedesca, quindi anche Castelferretti. Il popolo castelferrettese durante l’occupazione tedesca ha vissuto un periodo di continua tensione. Il nostro paese era a rischio di bombardamenti perché presenti nella zona l’aeroporto, la stazione, il porto d’Ancona e la foce dell’Esino. Oltre a questo continuo stato i tensione il popolo pativa anche la fame, pur essendo un popolo agricolo, ed era spesso vittima di razzie tedesche. Il nostro professore Luigi Tonelli che in un suo libro ha raccolto le testimonianze dell’epoca, ci ha raccontato che c’erano rapporti di terrore e di tensione tra i soldati ed il popolo e che c’era anche la paura verso i fascisti.

Nelle case c’erano speso delle violenze tra i familiari,causate da un diverso pensiero politico. Sulla base di questo il prof Tonelli ci ha narrato un fatto:

dei ragazzi avevano trascorso insieme il pomeriggio, ma poi alcuni di loro, la sera si trovavano per le strade dopo il coprifuoco e vennero picchiati dal resto del gruppo, anche se erano amici, poiché appartenevano a due schieramenti politici diversi.

E proprio durante questo brutto periodo che è emersa la solidarietà e la collaborazione tra il popolo. Il popolo era unito, unito contro Hitler, si dividevano quel poco che avevano: generi alimentari, vestiario … oppure si aiutavano gli uni con gli altri per nascondere le scorte di cibo sopra gli alberi oppure sotto la fascine.

Erano costretti a nascondere le scorte di cibo perché i tedeschi gliele avrebbero portate via. Avevano bisogno di quel cibo perché quello razionato era poco poteva essere preso solo con le tessere Annonarie, che prevedevano la distribuzione dei generi alimentari in base all’età e al numero di componenti di una famiglia.

A girare in paese erano prevalentemente le donne, gli anziani e i bambini piccoli perché i ragazzi e gli uomini erano costretti a stare nascosti per non essere arruolati nell’esercito e perché avevano scelto di entrare nei gruppi partigiani, che sorsero spontaneamente dal popolo per sconfiggere i tedeschi, liberare i prigionieri, e quindi riportare la pace. Dalle testimonianze del Ragionier Gianfranco Pistola, Elio Raffaelli e Livia Pergoli ho percepito l’importanza dei partigiani e la pericolosità delle loro lotte. Correvano sempre il rischio di essere scoperti e quindi torturati e uccisi dai tedeschi. Se un componente di u gruppo partigiano veniva catturato il gruppo si scioglieva e spostava la sua sede perché avevano paura che il prigioniero sotto tortura parlasse. Questo non accadeva quasi mai infatti molto uomini morirono a causa delle torture tedesche, ma senza dire una parola. I gruppi partigiani erano come delle associazioni segrete, infatti per comunicare tra di loro senza essere scoperti usavano dei segnali particolari o delle parole in codice. Le donne ricoprivano un ruolo importante perché, non essendo sospettate dai tedeschi, potevano passare liberamente i posti di blocco e portare materiale bellico o messaggi ai partigiani. Durante la guerra hanno ricoperto un ruolo importante anche i contadini, che facevano rifugiare i partigiani nelle loro case, li coprivano e li sfamavano. I contadini mettendosi di guardia sulla porta della loro casa permettevano ai partigiani anche di ricevere aggiornamenti sulla guerra tramite Radio Londra che era appunto vietato ascoltare.

Spesso i partigiani erano giovani e non capivano la politica ma sentivano che a loro mancava la libertà e per questo avevano scelto di arruolarsi nella resistenza. Il valore della libertà è stato sottolineato più volte dai partigiani che ci hanno lasciato le loro testimonianze e ci hanno raccomandato come adulti del futuro di mantenerla, per far si che i loro sforzi non siano stati vani, perché, come scrive Piero Calamandrei, “la pace è come l’aria, ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare”.

Io penso che Calamandrei abbia ragione, i partigiani sanno cosa vuol dire vivere in un paese occupato da gente ostile, hanno provato questa brutta esperienza, e per questo ci raccomandano di non perdere mai più questo importante valore.



Damiano Pietrella

Era il 10 Giugno del 1940, quando dalla radio posta sul davanzale di una finestra, i cittadini di Castelferretti hanno appreso la notizia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra.

I giovani, che erano continuamente influenzati dalla propaganda del partito fascista, alla notizia erano felici ed allegri,mentre le donne e gli anziani che avevano già partecipato ad un’altra guerra, non lo erano affatto, poiché sapevano che cosa sarebbe successo. E non si sbagliavano, ben presto si è diffusa la fame, il partito razionava la vendita dei beni di qualsiasi genere e per poter comprare bisognava sempre avere con se la tessere annonaria, nella quale ad ogni acquisto venivano messi dei bollini.

Ma con la fame era cresciuto anche un grande spirito di solidarietà e via via si faceva più forte il legame tra l’intera popolazione.

Legame che si intensificò ancor più, quando a Castelferretti arrivarono i tedeschi, non più alleati ma nemici dell’Italia che ora collaborava con le potenze angloamericane.

I tedeschi rubavano tutto dalle case e per questo la gente nascondeva quello che poteva, dove poteva. Come ci ha spiegato il professor Tonelli, che ha raccolto in un libro le testimonianze dei castelferrettesi , spesso accadeva che i prosciutti e i salami vanivano nascosti tra i rami degli alberi o sotto le fascine. In quel periodo di occupazione tedesca è nata la Resistenza, un movimento formato da antifascisti che volevano liberarsi dall’oppressione nemica e di un regime che aveva portato l’Italia in una guerra disastrosa.

Gli ex partigiani: Luigi Pergoli, Gianfranco Pistola ed Elio Raffaelli ci hanno raccontato le loro esperienze di giovani partigiani e di come ad animarli, a far loro rischiare la vita fosse un ideale: la libertà.

Compivano atti contro i tedeschi e i fascisti, con imboscate, sabotaggi ecc…

Nei loro racconti hanno sottolineato quanto importante sia stato il ruolo della popolazione che aiutava i partigiani come poteva. Alcuni davano loro del cibo o dei vestiti quando non ne avevano a sufficienza neanche per loro, oppure li ospitavano nelle loro case, pur sapendo che se fossero stati scoperti dai fascisti o dai tedeschi sarebbero stati uccisi o imprigionati.

Migliaia e migliaia di partigiani, soldati del disciolto esercito italiano giovani e meno giovani, donne, gente comune, semplici lavoratori hanno combattuto per la libertà dell’Italia e grazie a loro oggi noi possiamo vivere nella democrazia che è la massima forma di libertà.



Robin Anydiegwu

La resistenza non ci fu solo ed esclusivamente in Italia, ma anche in diversi stati i cui popoli, oppressi dall’occupazione tedesca, si opposero valorosamente salvando non solo il territorio ma anche la libertà e la democrazia.

In Jugoslavia ad esempio, con il maresciallo Tito, ci fu una tale resistenza contro gli italiani che li costrinse a richiedere l’aiuto tedesco.

Anche in Italia ci fu un’importante resistenza partigiana che si oppose valorosamente all’occupazione dei tedeschi, i quali prima dell’8 settembre 1943, anno in cui l’Italia firmò un armistizio con gli alleati, erano nostri alleati.

La Germania prevedendo questa resa aveva già disposto i suoi soldati sul territorio italiano.

Pietro Badoglio e Vittorio Emanuele II scapparono a Brindisi con la speranza di essere protetti dagli Anglo-Americani i quali sbarcati in Sicilia avevano cominciato a risalire l’Italia per liberarla dai tedeschi. I tedeschi con la speranza di bloccare l’avanzata degli Anglo-Americani, posero vicino a Montecassino una linea difensiva la quale nel ’44 fu sfondata immediatamente dall’avanzata degli Alleati. Gli alleati dopo aver liberato Roma(4 giugno) ,Firenze(4 Agosto) e tutta la Toscana, si fermarono sulla linea Gotica, in attesa che l0’inverno finisse.

Nel frattempo in Italia si erano formati gruppi di partigiani che si trovavano in prevalenza nell’Italia Settentrionale.

I partigiani organizzavano azioni di guerriglia e di sabotaggi spesso favoriti dall’appoggio della popolazione. La popolazione durante la resistenza italiana, si rese anch’essa protagonista, aiutando i partigiani dando loro generi alimentari, armi ecc….Le staffette erano molto importanti durante la resistenza, perchè portavano messaggi, armi e tutto ciò che poteva essere utile.

Ma cominciarono, da parte dei fascisti e tedeschi rastrellamenti durante i quali le zone ritenute covo dei partigiani, erano perlustrate metro per metro con grande spiegamento di forze. I partigiani catturati venivano torturati e impiccati; i villaggi che li ospitavano venivano, per rappresaglia, dati alle fiamme insieme ai vecchi, donne, e ai bambini. Feroci rappresaglie come queste avvennero a Sant’Andrea di Stazzema in Toscana. A Boves in provincia di Cuneo e a Marzabotto in provincia di Bologna. Rastrellamenti ed eccidi avvennero anche in altre parti d’Italia come ad esempio nelle Fosse Ardeatine, dove furono uccise 335 persone. Poiché la lotta si faceva sempre più dura, i partigiani organizzarono meglio i gruppi dispersi di combattenti, trasformandoli in un vero e proprio esercito della resistenza. Il Corpo dei Volontari per la Libertà(CVL).

Al movimento partigiano si unirono molti soldati provenienti dalla Russia, Jugoslavia, Francia, Inghilterra, Polonia ed addirittura dall’Austria. Tra le forze della Resistenza militavano gruppi partigiani diversi per formazione e obiettivi politici. Questi gruppi di partigiani formarono per molto tempo il CLN cioè in Comitato di Liberazione Nazionale. Tutti questi uomini,donne, ragazzi combattevano per la libertà perchè, come dice Piero Calamandrei la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare. La lotta partigiana unita all’intervento degli alleati ha portato alla liberazione dell’Italia nella primavera del 1945, quando gli alleati sfondarono la line Gotica e dilagarono nella pianura Padana: fu questo il momento scelto per l’insurrezione generale, popolare e partigiana, che divampò nelle città del nord pochi giorni prima che gli alleati vi entrassero.

Il 25 aprile i partigiani liberarono Milano, Torino e Genova. Quattro giorni dopo, i tedeschi trattarono la resa in Italia. Il 27 aprile 1945 Mussolini, catturato mentre cercava di fuggire i Svizzera, venne fucilato dai partigiani su ordine del Comitato di Liberazione Alta Italia. Anche Castelferretti e i dintorni furono oppressi dall’invasione tedesca, ma nonostante ciò le città resistettero eroicamente grazie anche all’aiuto dei polacchi. Il 17 Gennaio 1944 ci fu un grande bombardamento a Chiaravalle durante la festa del patrono. Vicino all’ospedale c’era un accampamento tedesco, e fu per questo motivo che Chiaravalle fu bombardata. Quando l’esercito polacco arrivò a Castelferretti, si fermò a Montedomini nell’attesa che i tedeschi se ne andassero.

I tedeschi finsero la ritirata, e si nascosero nelle case civili; quando i polacchi nono videro più nemmeno un tedesco, scesero il Cassero e giunsero nel cuore nel cuore della città; ma non appena giunsero nel paese, i tedeschi tesero loro un agguato che costò la vita a molti polacchi. Alla fine della guerra, molta era la gente che esultava, che ballava e mangiava, moti andavano in chiesa per ringraziare il Signore. Tanti piangevano, ma non tutti di felicità; alcuni erano trafitti dal dolore a causa dei familiari dispersi o morti durante la guerra. Io fortunatamente come tanti altri ragazzi, non sono nato durante la guerra, bensì molto più tardi. Se adesso noi viviamo una vita libera, il merito lo dobbiamo ai partigiani, che, hanno sacrificato le loro vite per la liberazione del territorio italiano. Io non sono del tutto italiano, perchè pur essendo nato in Italia ho origini nigeriane, ma dopo aver sentito il modo con cui i partigiani hanno difeso il territorio, mi sono sentito più stretto all’Italia.





Lorenzo Giorgini

Dopo l’8 Settembre del 1943 cioè dopo l’armistizio, anche intorno a Castelferretti si sono formati i primi movimenti di resistenza partigiana. I partigiani erano uomini e donne molto valorosi. Quando prima di essere uccisi scrivevano delle lettere, contenenti il loro testamento, alla fine era sempre presente la frase “Viva la Libertà”. Quello che colpisce di più e che la lotta partigiana non è stata una lotta voluta da un governo o da un re, ma è stata una lotta voluta dal popolo perché nessuno a chiesto al popolo di imbracciare le armi e assaltare i tedeschi. La lotta partigiana ha sicuramente contribuito alla liberazione dell’Italia. Di queste rivolte abbiamo ancora oggi le testimonianze dei sopravvissuti, come il ragioniere Gianfranco pistola che combatte nell’esercito di liberazione, e il signor Elio Raffaelli, che allora era giovanissimo,ma pronto a rischiare la sua vita per cercare armi. Anche le donne, come la signora Livia Pergoli, erano molto attive nella resistenza.

Alcune di esse come la signora aiutavano i partigiani andando a prelevare delle bombe o dei fucili dai contadini. La signora Pergoli ha raccontato che lei nascondeva le armi nel calesse e le ricopriva di paglia, oppure aiutava facendo staffette. Infatti le donne, come i ragazzi, riuscivano a passare più facilmente i posti di blocco dei tedeschi. Il ragioniere Pistola, che combatteva anche nell’esercito italiano di liberazione, ha iniziato la sua esperienza di partigiano a Jesi, a fine settembre. Il suo gruppo era di sei persone e per il ruolo che ricopriva lui era sempre in pericolo di morte. I suoi comandanti organizzarono anche un attacco a un treno per liberare altri partigiani ma due di loro sono stati uccisi. Comunque il suo gruppo è riuscito a prendere dei generi alimentari e materiale bellico. Però dopo l’attacco i comandanti li rimandarono a casa. Il signor Pistola è stato anche bastonato e arrestato. Il suo gruppo venne assegnato ad un’armata britannica e fu destinato al fronte di Ravenna e combatterono sino alla liberazione di Venezia. Bisogna anche ricordare l’umanità dei partigiani che quando catturavano un fascista, non lo uccidevano ma di convincerlo a passare dalla loro parte. Tra la popolazione soprattutto i contadini aiutavano i partigiani, nascondendoli dando loro del cibo oppure del materiale bellico. La popolazione civile in quell’epoca ascoltava radio Londra che però era illegale e i tedeschi con degli speciali apparecchi riuscivano ad individuare le frequenze di queste radio, e facevano irruzione nelle case. Di notte la popolazione restava chiusa in casa e chi usciva rischiava di ricevere bastonate perché c’era il coprifuoco per tutti. I tedeschi, quando erano ubriachi di notte assaltavano le case derubando i liquori e portandosi via anche delle donne. Ad aggravare la situazione a Castelferretti e in tutta l’Italia la popolazione soffriva la fame e per fare la spesa ci voleva la tessera annonaria che era una tessera dove erano scritti tutti i dati di una persona: lavoro, figli ecc.. e dove veniva registrato il quantitativo di cibo che si poteva acquistare. Durante le ricognizioni degli aerei “cicogna” la popolazione nascondeva le mucche nelle stalle e colorava di verde le oche affinché i tedeschi non le riconoscessero. Da sottolineare la morte di molte persone per salvare la vita dei partigiani ma anche per la libertà. La lotta partigiana ha liberato l’Italia dal dominio fascista e tutti dobbiamo essere grati sia ai partigiani sia al sacrificio di gran parte della popolazione.



Kevin Appoggietti

Tutto in quegli anni era terribile: partigiani da una parte che volevano la liberazione dell’Italia, i fascisti dall’altra che credevano in un regime dittatoriale e dall’altra ancora i Tedeschi che occupavano il nostro stato.

A Castelferretti si cominciò a parlare della guerra dall’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio e del ritiro a Brindisi del generale Badoglio e il re.

Come ha detto il ragionier Pistola, Presidente dell’ANPI, si combatteva da tutte le età, dai 14 ai 60 anni.

La seconda guerra mondiale aveva cambiato il modo di combattere infatti le armi erano più potenti e perfezionate. Non morivano solo i soldati al fronte, ma anche i civili, vittime di bombardamenti e di rappresaglie perché, come a Castelferretti, aiutavano come potevano i partigiani.

Fascisti, nazisti,alleati e partigiani sparavano uccidendo persone innocenti, che non c’entravano niente e che volevano vivere in pace.

Nella città la cosa più sofferta era la fame, perché la quantità di cibo, decisa da carte annonarie, non era sufficiente anche se veniva stabilito in base ai componenti della famiglia e del lavoro che essi facevano.

Dalle testimonianze della signora Pergoli e del signor Raffaelli abbiamo appreso che in quel tempo molte donne e ragazzi, chiamate staffette, andavano da una parte all’altra della città portando bombe e altro materiale esplosivo per attentati e sabotaggi.

Il popolo ci ha fatto capire con il suo alto numero di morti che è stato partecipe e unito per la liberazione della nazione.

A Castelferretti la solidarietà era spontanea e importante.

Al Museo della Resistenza, la guida ha detto che i Tedeschi contavano molto sulla paura, in effetti minacciavano di morte quelli che aiutavano gli antifascisti e promettevano ricompense a chi faceva catturare partigiani e alleati, ma non penso fossero in tanti a tradire.

Sempre il ragionier Pistola ha parlato di quello che i fascisti facevano se un partigiano veniva catturato, lo bastonavano e lo picchiavano, al contrario i partigiani cercavano di fare il lavaggio del cervello ai fascisti catturati ed erano molto contenti se qualcuno passava dalla loro parte.

Castelferretti era in posizione strategica insieme ad Ancona e Falconara perciò era un luogo bombardato. Come Montedomini che offriva un buon punto di avvistamento dei nemici che attaccavano, ma era anche un rifugio per gli abitanti di Castelferretti che si riunivano nelle grotte. Vicino c’erano ponti, importanti vie di transito, ma soprattutto un deposito di carburante che costituiva un importante centro di riferimento.

Anche Ancona subì molti attacchi per il porto e per gli scambi che questo offriva.

A Castelferretti tutti i partigiani ascoltavano Radio Londra, una stazione radio illegale.

La nostra città viene liberata il 17-18 luglio 1944 dai polacchi.

La Resistenza è stato un fenomeno europeo infatti anche in altri paesi il popolo aveva combattuto contro l’esercito tedesco occupante.

Contro i Nazisti molti stati avevano iniziato una lotta partigiana come la ex-Iugoslavia.

La drammaticità della guerra è tuttora nei pensieri dei più anziani che ricordano questo come un bruttissimo momento per l’Italia.

I morti, che erano in maggioranza padri, si sono sacrificati per i lori figli.

Pietro Calamandrei scrive nel brano “la libertà è come l’aria” che la libertà è così importante che è come l’aria, ce se ne accorge quando ci viene a mancare e conferma che noi dobbiamo renderci conto di ciò che facciamo in ogni momento. Secondo me questo è stato uno dei periodi più cupi della storia italiana e mi auguro che nessuno possa perdere un figlio, un marito, un padre per una guerra.

La violenza infatti non è mai giusta e l’uomo da quando è apparso sulla Terra l’ha usata sempre per risolvere i suoi problemi, ha cambiato solamente le armi che sono diventate più potenti.

Purtroppo i figli non hanno ancora compreso gli errori dei padri e continuano a commetterli.



Mattia Lazzarini

L’otto Settembre del 1943 fra il generale Badoglio e le potenze alleate è stato firmato l’armistizio.

L’esercito italiano si è trovato così ad avere come nemico, proprio quell’esercito tedesco con cui fino ad allora aveva combattuto fianco a fianco. Ma l’altro tedesco aveva già occupato l’Italia perché Hitler avendo già capito le intenzioni di Badoglio aveva fatto scendere delle truppe per occupare il nostro paese. Contemporaneamente gli alleati, ormai dal 9 Luglio del 1943, stavano risalendo l’Italia dopo essere sbarcati in Sicilia. Vittorio Emanuele III e Badoglio, per sfuggire all’esercito nazifascista, si sono rifugiati a Brindisi, che era già stata liberata dagli alleati, lasciando senza direttive sicure l’esercito italiano che si è trovato dalla mattina alla sera tra le fauci del nemico senza essere informato di tutto quello che stava succedendo. Dall’8 Settembre 1943 anche in Italia si sono formati i primi nuclei partigiani composti da giovani che hanno impugnato le armi solo perché volevano andare alla ricerca di nuove avventure, altri invece hanno fatto proprio la scelta politica di opporsi alla dittatura; c’erano anche dei militari che erano riusciti a sottrarsi all’arruolamento nell’esercito nazifascista e poi c’erano tutti coloro che facevano parte dei partiti o associazioni nazifasciste. Il “corpo dei volontari della libertà” era composto da uomini di tutte le età, si poteva trovare il quattordicenne che spesso era incaricato di informare i superiori dei movimenti che i nazifascismi stavano attuando, ma si potevano trovare anche cinquantenni. Tutti erano uniti da un ideale comune: la libertà. Piero Calamandrei con il suo brano sulla libertà, ci ha fatto capire come questa sia semplice, ma indispensabile proprio come l’aria, ma nessuno si renderà mai conto di quanto sia importante se non gli verrà mai tolta. Molti dei nostri partigiani sono stati uccisi, fatti prigionieri e deportati nei campi di concentramento in Germania. Le forze partigiane in Italia erano 365 mila di cui 35 mila donne. Le donne, come ci ha sottolineato la signora Pergoli, hanno giocato, insieme alla popolazione civile, un ruolo importantissimo. Con il loro bell’aspetto riuscivano spesso a oltrepassare i blocchi di posto fascisti e portare messaggi fra i vari nuclei partigiani. I messaggi erano spesso orali ed erano spesso in codice in modo tale che se venivano fermate e torturate non davano informazioni utili al nemico. È obbligo fare un elogio alla popolazione di quel tempo perché senza di loro la lotta partigiana non sarebbe andata avanti. Anche se c’era chi cadeva nei ricatti nazifascismi che davano la possibilità a chiunque denunciasse un imboscato o un piano dei partigiani, di liberare un prigioniero nei campi di concentramento in Germania o di prendere una ricompensa di 1800 lire. Un ruolo importante lo hanno giocato i contadini che sono stati i civili più attivi. Il nostro professor Tonelli per scrivere il suo libro “Quei giorni delle oche verdi”,ha raccolto le testimonianze di alcuni castelfrettesi che hanno vissuto quei tragici anni della storia italiana e ci ha documentato alcuni fatti della guerra vissuti a Castelferretti. Mi ha molto colpito la tessera annonaria e gli allarmi dei bombardamenti. La tessera annonaria, dal mio punto di vista, è una delle cose più contrarie alla libertà. La gente senza quella tessera non poteva comprare gli alimenti e con quella poteva acquistare solo il minimo e indispensabile pero il mantenimento della propria famiglia.

Il professore ci ha detto che Castelferretti non ha mai subito un vero e proprio bombardamento, ma quando scattava l’allarme, molta gente andava a nascondersi nelle grotte di Donninelli che si trovavano nei pressi di Montedomini e penetravano circa 100 metri in profondità, altri invece si costruivano un loro tunnel “privato”; sia le grotte di Donninelli che i tunnel più piccoli avevano più di un’uscita perché se veniva ostruita ce n’erano sempre delle altre dalle quali tentare la fuga. I tempi della guerra erano molto difficili per la popolazione civile che ha subito molte rappresaglie e rastrellamenti e alla fine della guerra, fatti i bilanci dei morti e dei dispersi, i civili si sono dimostrati quelli più colpiti. Un soldato tedesco era visto in vari modi dalla popolazione civile. Alcune volte aveva un comportamento umano e si impietosiva nel vedere tutti quei morti e concedeva la grazia a quei pochi sopravvissuti, altre volte invece, specialmente quando era ubriaco, andava alla ricerca di donne e i suoi atteggiamenti agli occhi del popolo erano tutt’altro che tranquillizzanti. Anche Falconara ha avuto i suoi “eroi”. Il dottor Pergoli, padre della signora Pergoli che abbiamo incontrato, è stato il più importante partigiano di Falconara e agli occhi dei fascisti era il nemico numero uno infatti ha subito anche un attentato nel quale è stato ferito. Errico Baldelli era l’unico uomo di Falconara che possedeva una radio galena con la quale si teneva in contatto con gli alleati due volte al giorno. Castelferretti, come tutti gli altri paesi aveva un presidio tedesco a nord e uno a sud. Il nostro paese nei suoi dintorni erano una zona molto a rischio perché già allora c’erano: l’aeroporto, la stazione che era un importante nodo ferroviario per Roma e Milano, poi in Ancona c’è il porto che ha subito numerosi bombardamenti. Nonostante tutti gli accorgimenti presi dalle truppe nazifasciste, l’ingresso delle truppe alleate, più precisamente polacche, è stato abbastanza rapido e non ha incontrato eccessivi ostacoli. Così nella notte tra il 17 e il 18 Luglio del 1944 Castelferretti è stato liberato. La guerra però ha continuato a causare delle morti perché le armi e le munizioni inesplose sono state sabotate dalla popolazione civile per ricavarci la polvere da sparo. Giorgio Sabini è stato nel 1957 l’ultimo uomo di Castelferretti a morire a causa della guerra, per questo gli è stata dedicata la squadra di pallavolo di Castelferretti. Secondo me questa guerra è stata la più atroce di tutti i tempi. Ma alla fine la sofferenza di quegli anni è stata ripagata, oggi noi possiamo godere di un certo benessere e di una Costituzione molto di questo lo dobbiamo alla lotta partigiana. Evidentemente però quella sciagura non è servita da lezione per le future generazioni, perché ancora oggi si continuano a fare delle guerre.



Federico Fabietti

“W la libertà d’Italia”: questa frase concludeva sempre le lettere dei combattenti in carcere, i quali, prima della loro morte, inviavano una lettera ai loro familiari. Queste parole ci riconducono alla Resistenza, il movimento di opposizione ai nazifascisti nato allo scopo appunto di ridare all’Italia la libertà. La Resistenza è un movimento iniziato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, firmato con il generale Eisenhower, comandante delle truppe anglo-americane. Fu un’adesione spontanea per molti soldati che non sapevano cosa fare, ma volevano contribuire alla libertà e per tantissimi giovani e meno giovani che, rendendosi conto del momento critico, volevano aiutare quelli che secondo loro combattevano dalla “parte giusta”.

I partigiani erano divisi in due gruppi: i gappisti, cioè quelli di città, e le brigate, cioè quelli di montagna. Il maggiore contributo alla lotta arrivava però dal popolo che si divideva le varie mansioni: chi si univa ai partigiani, chi portava messaggi, in particolare le donne ed i ragazzi, chi sfamava i partigiani, soprattutto i contadini, chi procurava le armi con sabotaggi. Tutti nel loro piccolo erano utili. La figlia del dottor Pergoli ci ha raccontato: “Ero una ragazza di circa vent’anni e quando andavo all’Università sul treno distribuivo volantini, rischiando di essere scoperta e di far arrestare me e tutta la mia famiglia”. Capiamo che le donne erano degli importanti “mezzi di comunicazione” perché riuscivano facilmente a superare i blocchi ed a recapitare messaggi tra più gruppi di lotta. Un contributo importante alla riuscita della liberazione è stato infatti dato dal buon rapporto tra i partigiani ed il popolo che li aiutava in ogni modo. All’inizio cambiavano i vestiti ai soldati dell’esercito che con la divisa addosso erano a rischio di morte; poi mettevano a disposizione le loro case per nasconderli. Inoltre davano loro cibo e permettevano di riunirsi nelle loro case per ascoltare Radio Londra, la radio che dava notizie sulla guerra ed incitava alla resistenza. Non altrettanto buono era il rapporto tra i soldati tedeschi ed il popolo. Essi erano crudeli e, soprattutto quando erano ubriachi, facevano razzie di vino e cercavano di portare via le donne.

Tuttavia in alcuni di loro c’era un po’di umanità come testimonia una donna che dice: “Una sera un soldato era entrato nella mia casa, c’ero io con due mie sorelle. Il soldato ha detto, toccando la testa alla più piccola, che in Germania anche lui aveva una figlia”. Da questa testimonianza capiamo che anche i soldati tedeschi avevano un cuore e soffrivano per la lontananza dai loro familiari. Possiamo dire però che non era buonissimo neanche il rapporto tra popolo e soldati alleati, questo perché quando erano ubriachi anche loro erano pericolosi al pari dei tedeschi.

I nascondigli preferiti dai Castelferrettesi durante i bombardamenti erano le grotte, ma, soprattutto dei tunnel “costruiti” con due vie di fuga. Gli alleati si facevano precedere da bombardamenti e molte persone si rifugiavano nei tunnel o in case matte, che erano fortificazioni basse con mitragliatrici, o sotto dei pagliai. I contadini non nascondevano solo loro stessi, ma anche gli animali. Ad esempio il titolo del libro “Le oche verdi” del professor Luigi Tonelli prende spunto dal colore con il quale i contadini dipingevano le oche per non farle avvistare dagli aerei. In questo periodo la vita era un continuo logorio sia fisico che psichico, perché le persone pensavano alla liberazione ed erano preoccupate per la vita dei loro familiari.

La liberazione di Castelferretti arrivò da Montedomini come ci ha raccontato il professor Tonelli. All’alba del 18 luglio 1944 i carri armati polacchi cominciarono a scendere da Montedomini e contemporaneamente dal ponte di Chiaravalle per chiudere ogni via di fuga ai nazifascisti. Castelferretti era stretta d’assedio tra “Gastone” e la “Madonnina”. Dopo la liberazione la felicità si leggeva soprattutto nei visi indifesi dei bambini che sopra le camionette alleate mangiavano la cioccolata.

I partigiani insieme agli Alleati avevano ridato la libertà, ma loro se la sarebbero goduta per poco. Se adesso ci chiedono cosa ci è rimasto della Resistenza noi dobbiamo dire la pace, la libertà, perché se noi adesso ci troviamo in questa situazione è solo grazie a chi è venuto prima di noi che ha lottato per ottenere queste condizioni. Per noi questa deve essere una vita di “mantenimento”, cioè dobbiamo mantenere la libertà, un bene che possediamo, ma senza rendercene conto. Come riportato dallo storico Galante Garrone “la solidarietà morale è stata la cosa più positiva nella guerra contro gli altri popoli”. Grazie ai partigiani si sono “rifatti” uno Stato e delle leggi ed entrambe le cose sono venute dal popolo.



Giulia Mattei

La seconda guerra mondiale: siamo stati veramente fortunati a non averla vissuta sulla nostra pelle. Dopo aver ascoltato le testimonianze di ex-partigiani che al tempo della guerra erano poco più che bambini, ci siamo veramente resi conto degli orrori, delle sofferenze subite durante l’occupazione nazifascista dal popolo italiano.

C’era la fame, perché il cibo che veniva preso con la tessera annonaria era razionato.

Si teneva presente se c’erano dei bambini, degli anziani e del numero dei membri che componevano una famiglia, ma ciò che veniva dato era comunque poco. Su questa tessera veniva messa una crocetta nell’apposita casella ogni volta che una famiglia si riforniva quotidianamente, settimanalmente o mensilmente. Per il sale, ci si recava alle Saline.

Presa dell’acqua salmastra la si faceva bollire e il sale ricavato veniva utilizzato per salare e per la conservazione della carni, invece si utilizzava il sale comprato per la cottura della pasta.

Chi viveva in campagna aveva dei vantaggi come quello di poter fare il pane in casa, avere gli animali, i salumi e anche il vino. Questi alimenti, per far in modo che non fossero trovati venivano nascosti sugli alberi e il bestiame non veniva messo al pascolo. Le oche venivano dipinte con una vernice verde per non essere individuate dall’alto dagli aerei nemici.

Queste cose le ha fatte anche mia nonna che all’epoca era una bambina. Più di una volta la madre aveva ospitato dei soldati.

Il padre aveva scavato un tunnel sotto terra dietro la loro casa e in caso di pericolo, si nascondevano li.

Vicino alla loro abitazione ad Agugliano, c’era una struttura usata come ospedale e quando arrivavano soldati che perdevano molto sangue da profonde ferite, facevano andare via mia nonna, visto che non erano scene adatte ad una bimba di sei anni.

Mentre mi raccontava tutto questo, nonna stava con la testa china e quando finiva di parlare, mi accorgevo che aveva gli occhi lucidi.

Come racconta il prof Tonelli nel suo libro, anche a Castelferretti c’erano i Tedeschi. Ogni tanto qualcuno di loro si ubriacava, diventando anche più pericoloso quando entravano nelle case a chiedere due cose: donne e vino.

Per informarsi sulle condizioni degli alleati, ascoltavano di nascosto Radio Londra chiusi in casa per non essere scoperti.

Quando l’8 settembre del ’43 la radio annunciò l’armistizio, la gente era felicissima e la chiesa era gremita di fedeli che volevano ringraziare il Signore. Gli anziani, che avevano vissuto la Prima Guerra Mondiale, erano però più seri di prima: sapevano che la guerra non sarebbe finita lì. Infatti di lì in poi, sarebbe stata più dura di prima.

La vera fine della guerra per Castelferretti arrivò tra il 17 e il 18 di luglio, quando gli alleati la liberarono. Una grande folla riempì la piazza e issò la bandiera dell’Italia.

Tutto questo insegna a noi giovani, che presto governeremo il mondo, a non far ripetere episodi simili ed è per questo che devono essere ricordati. La libertà è diritto di ogni uomo e nessuno ne deve essere privato.



Giulia Pulichino

La resistenza è stato un fenomeno europeo. In Italia le bande partigiane si sono formate dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943 ed anche la nostra “piccola” Castelferretti ha vissuto in tutta la sua drammaticità la guerra. Anche questa piccola città ha avuto la sua importanza nella storia.

La città era sotto il presidio di un gruppo tedesco e i castelferrettesi si sono impegnati a combattere non il tedesco in sé e per sé, ma il vero nemico della guerra: Hitler.

Qui la guerra ha coinvolto la quasi totalità della popolazione. Ci sono state morti soprattutto al fronte, continui bombardamenti nelle importanti strutture (aeroporto, stazione, porto…) situate nelle nostre vicinanze.

La guerra partigiana è stato un grande moto di popolo nato spontaneamente, per questo è stato molto importante. L’ aiuto del popolo è stato volontario per un solo ideale la democrazia .

La guerra era straziante e disastrosa, ma proprio per questo ha riunito la popolazione.

A Castelferretti oltre ai partigiani,che sono stati di grande aiuto per l’ avanzata degli Alleati, anche il popolo ha dato un grande contributo e in quei momenti si sono riscoperti i veri valori: libertà, solidarietà e unione.

C’è un racconto che mi ha colpito molto, che testimonia appunto la solidarietà e l’unione, narrato dal Prof. Tonelli : “ Molto spesso ci si riuniva nella casa di una famiglia per mangiare le provviste rimaste dopo una perquisizione dei tedeschi. Stando tutti in una casa la regola era di non lasciare assolutamente niente per il giorno dopo, così tutti si aiutavano a vicenda per finire e chi poteva nascondeva il cibo rimasto che comunque condivideva nei giorni seguenti”. Questa drammatica guerra ha purtroppo messo gli uni contro gli altri anche i castelferrettesi , padri contro figli e questo è stato forse l’aspetto più crudele in assoluto.

I partigiani si rifornivano di armi rubandole ai tedeschi, ma il cibo i vestiti e le stesse armi venivano loro date anche dalla popolazione, soprattutto contadini, fra contadini e partigiani c’era infatti una certa complicità. Rischiavano molto per aiutare e difendere i partigiani. La popolazione era coinvolta proprio tutta, infatti si usavano donne e bambini che riuscivano più facilmente a passare senza destare sospetti. C’è un altro ricordo, di un partigiano anziano, che mi ha colpito perché nel fatto raccontato ha dimostrato coraggio e allo stesso tempo sentimento “ Stavano assalendo un treno per liberare persone destinate alla deportazione quando ad un tratto sono morti davanti agli occhi due miei cari compagni”. I partigiani hanno fatto una scelta di sacrificio, hanno lasciato quello che per loro era più caro, non solo per un ideale, ma anche per ridare libertà alla propria nazione, per ridare la pace.

Non importava la loro idea politica, erano tutti uniti nel nome della libertà, frase con cui concludevano quasi tutte le loro lettere di addio alle famiglie, firma del condannato a morte era w la libertà.

Alla fine la libertà è arrivata grazie anche all’ esercito polacco che nel 17- 18 luglio del 1944 ha cacciato i tedeschi da Castelferretti. Ancora oggi ci sono testimonianze di persone che hanno vissuto la resistenza sulla propria pelle e li ho visti commossi, ma fieri di raccontarci questi fatti. Cito alcuni di loro: il sig. Pistola, la sig. Pergoli e il sig. Raffaelli che allora erano molto giovani, ma contribuirono ugualmente alla liberazione. Molti sono morti con onore, e credo che sia importante ricordarli per far sì che non accada più. Come ho già detto, loro hanno lottato per la libertà che “è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” come scrive Piero Calamandrei. Infine i valori di libertà, unione, solidarietà, sono tornati vivi anche a Castelferretti una città piccola, ma anche lei importante. Spero che anche in futuro ci si ricordi sempre di chi, tra i partigiani, i civili, i soldati hanno sacrificato la loro vita per regalarci il valore più importante la libertà.



Ilaria Carlini

Gli anni della guerra sono stati anni molto duri per tutta la popolazione europea coinvolta nel conflitto. Molti sono stati i soldati morti, ma ancor più i civili.

Gli unici ad essere contenti inizialmente erano i ragazzi e i giovani che, quando era stata annunciata alla radio l’entrata in guerra dell’Italia, l’accolsero con entusiasmo perché la propaganda fascista li aveva preparati fin da piccoli ad usare le armi.

Al contrario le persone più anziane, che avevano vissuto l’esperienza della prima guerra mondiale sapevano che un’altra guerra avrebbe portato solo fame, dolore e povertà.

Infatti in quei tempi tutta la popolazione soffriva la fame e, dai racconti delle persone che quel periodo l’hanno vissuto, abbiamo saputo che il cibo era molto poco e razionato.

Ogni famiglia aveva una tessera dove era indicata la quantità di pane, sale, latte… che spettava a ogni famiglia.

Per esempio il sale veniva utilizzato solamente per condire la verdura e le carni, mentre per cuocere la pasta veniva utilizzata l’acqua del mare.

Quando si andava a comprare il sale o lo zucchero, bisognava portarsi la carta da casa, perché costava più del sale.

Chi abitava in campagna aveva molti vantaggi, perché poteva prepararsi il pane in casa e aveva gli animali.

Per non far trovare il cibo ai tedeschi che compivano continue razzie, questo veniva nascosto ovunque tra i rami degli alberi, sotto le fascine…

Quando la fame era tanta, le tentazioni erano molte, come ci ha raccontato il professor Tonelli nel suo libro.

Una ragazza aveva un’ amica che, abitando in campagna, portava a scuola il pane fatto in casa, che diffondeva nell’aula un buonissimo odore.

Un giorno la ragazza non è riuscita a resistere e ha chiesto alla sua compagna di portarle una fetta di pane bianco per il fratellino piccolo, in cambio di una cinta fatta con le carte delle caramelle.

Il giorno dopo la sua amica le ha portato la fetta di pane e lei, sentendo il buon profumo, non riuscendo a resistere alla tentazione, pezzo dopo pezzo lo ha mangiato tutto, dimenticando il fratellino.

Dopo l’8 settembre, si cominciarono a formare i primi nuclei partigiani.

Questi gruppi erano formati soprattutto da antifascisti che volevano proteggersi dai tedeschi.

La maggior parte di questi partigiani era molto giovane, quindi non aveva idee politiche, ma un’ideale per cui combattere, la libertà.

I partigiani nella loro azione mettevano quotidianamente a rischio la loro vita.

La popolazione civile li aiutava in modo molto generoso, soprattutto i contadini che li ospitavano e davano loro del cibo mettendo in pericolo anche la loro vita, perchè, se solo sospettati di aiutare antifascisti venivano malmenati, arrestati o addirittura deportati e uccisi.

Per i rifornimenti ci pensavano gli alleati, ma anche loro non offrivano molti aiuti, perciò dovevano arrangiarsi con quello che avevano.

Per comunicare tra di loro c’erano le staffette, che spesso erano donne che portavano cibo ed armi.

Tra i tedeschi e la popolazione c’era un rapporto di terrore perchè quando i tedeschi erano ubriachi andavano per le case in cerca di vino e di donne.

Dalle testimonianze abbiamo però saputo che a volte i tedeschi erano persone “umane” per esempio quando un tedesco entrò in una casa e trovò una ragazza con la sorellina, l’accarezzò dicendo che anche lui aveva una bambina come lei, era chiaro che in quel momento provava tanta nostalgia per la sua famiglia.

Questa è una delle tante testimonianze contenute nel libro del professor Tonelli.

Al contrario altre volte i tedeschi andavano nelle case e rubavano tutto ciò che poteva servire.

Quando i tedeschi o i fascisti catturavano i partigiani, infliggevano loro ogni tipo di violenza fisica e psicologica. Armi molto usate erano l’olio di ricino ed il manganello, mentre quando i partigiani catturavano i fascisti cercavano di far loro “il lavaggio del cervello” e se ci riuscivano questi entravano a far parte del loro gruppo.

Spero che la guerra non succeda mai più, perchè coloro che hanno combattuto per la libertà hanno vinto e sarebbe un peccato rendere inutile la loro vittoria. E’ grazie a loro che oggi viviamo in un paese libero.

Ma se commettessimo gli stessi errori di alcuni dei nostri nonni e bisnonni in passato, significa che quello che ci hanno raccontato loro che hanno combattuto per la libertà non ci è servito a capire nulla.

venerdì 1 aprile 2011

PREMIO NAZIONALE DI POESIA e NARRATIVA

«POESIA ONESTA»
6ª edizione – 2011
patrocinio e contributo di Consiglio regionale delle Marche , Provincia di Ancona , Comune di Ancona (Assessorato Cultura), Comune di Camerata Picena
patrocinio
Comune di Agugliano - Comune di Chiaravalle
In collaborazione con Associazione Musicale «Vincent Persichetti» - Falconara M.ma (AN)
«Ai poeti resta da fare la poesia onesta»
(Umberto Saba)

Il Premio si articola in 5 sezioni
Sez. A – Raccolta di 5 poesie in italiano.
Sez. B - Raccolta di 5 poesie nei dialetti italiani. I testi devono avere la traduzione in italiano.
Sez. C – Poesia singola in italiano degli Studenti marchigiani di Scuola primaria e Scuola secondaria di primo grado.
Sez. D – Poesia singola in uno dei dialetti marchigiani degli studenti di Sc. prim. e Sc. second. primo grado.
Sez. E – 1 racconto breve in italiano e/o nei vari dialetti italiani.
REGOLAMENTO
Sezioni A e B: le raccolte, con titolo, devono pervenire in due copie dattiloscritte, di cui solo una recante nome, cognome, indirizzo, telefono e/o cellulare, e-mail.
Gli autori della Sez. B devono dichiarare la località in cui il dialetto si parla.
Sezione E: i narratori invìino i loro racconti in due copie dattiloscritte, di cui solo una con nome, cognome, telefono e/o cellulare, e-mail.
Sezioni C e D: le poesie singole devono pervenire in duplice copia, di cui una soltanto recante generalità dello studente, indirizzo, recapito telefonico e mail. Gli studenti devono specificare il grado di scuola frequentato e il nome dell’Istituto scolastico.
* Provvederà la Segreteria a produrre le copie anonime per la Giurìa esaminatrice.

INVIO OPERE
Gli elaborati vanno spediti entro il 10 luglio 2011
per posta a: VERSANTE Associazione Culturale
POESIA ONESTA Via Molino, 15 - 60020 Agugliano (AN)
o per e.mail: associazioneversante@gmail.com
I testi inviati via mail devono contenere nome e cognome, indirizzo, recapito telefonico. Sarà cura della Segreteria procurare copie anonime per la Giurìa.

* I poeti delle sezioni A e B devono far pervenire € 10,00 se partecipano ad una sezione, € 15,00 se partecipano ad entrambe. La quota va inviata unitamente alle opere o con versamento sul conto corrente postale 8358993 intestato a VERSANTE Associazione culturale – Premio POESIA ONESTA.

I narratori della Sez. E devono far pervenire € 10,00 per il racconto inviato.
La partecipazione degli studenti è gratuita.

* I dati personali saranno trattati nel rispetto del codice sulla privacy, ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs n. 196/2003.

PREMI
Sezioni A e B
I primi classificati della sezione A e della sezione B riceveranno € 300,00 cadauno.
I primi quattro classificati delle Sez. A e B avranno pubblicate le loro raccolte e riceveranno ognuno n. 10 copie del volume Poeti in italiano e in dialetto.
Verranno inseriti anche singoli testi che la Giurìa riterrà meritevoli di pubblicazione.
Una sezione speciale premierà la migliore silloge marchigiana, nel caso in cui non risultasse tra i vincitori alcun autore delle Marche.
Sezione E
I primi tre racconti classificati sia in lingua che nei vari dialetti italiani verranno pubblicati nell’antologia e gli autori riceveranno ognuno 7 volumi omaggio.
Sezioni C e D
I primi tre classificati per ogni grado di scuola, avranno pubblicate le loro poesie e riceveranno ognuno 3 copie del volume Poeti in italiano e in dialetto, che raccoglie anche le poesie segnalate dalla Giurìa.
* I testi inviati non saranno restituiti. I partecipanti cedono, a titolo gratuito, i diritti dei testi pubblicati nel volume.
Cerimonia di premiazione. È prevista in Ancona dal 01/10/2011 al 09/10/2011

GIURIA del PREMIO
Sanzio Balducci (Univ. “Carlo Bo” di Urbino) - Liliana Biondi (Università dell’Aquila)
Fabio Ciceroni (saggista e critico letterario) - Giuseppe Polimeni (Università Pavia)
Marzio Porro (Università Statale, Milano) - Marcello Verdenelli (Università Macerata)
* Per ulteriori informazioni rivolgersi al 335-8193657
FABIO M. SERPILLI
(Presidente Associazione culturale VERSANTE)