Le Edizioni a Stampa del CESVAM 2014 - 2024

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Catalogo di tutte le edizioni a Stampa del Centro Studi sul valore Militare dell'Istituto del Nastro Azzurro

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO
Il volume e acquistabile presso tutte le librerie, oppure si può chiedere alla Casa Editrice (ordini@nuovacultura.it) o all'Istituto del nastro Azzurro (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

1866 Il Combattimento di Londrone

VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE

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Il Volume sarà disponibile dal 30 aprile 2025

Collana Storia in Laboratorio

Il piano editoriale per il 1917 è pubblicato con post in data 12 novembre 2016

Per i volumi pubblicati accedere al catalogo della Società Editrice Nuova Cultura con il seguente percorso:
www.nuovacultura.it/catalogo/collanescientifiche/storiainlaboratorio

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014
Collana Storia in Laboratorio . Aggiornamento sul Canale You Tube: ISTITUTO NASTRO AZZURRO CESVAM

Testo Progetto Storia In Laboratorio

Il testo completo del Progetto Storia in Laboratorio è riportato su questo blog alla data del 10 gennaio 2009.

Si può utilizzare anche la funzione "cerca" digitando Progetto Storia in Laboratorio.

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La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011

La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011
Direttore della Collana: Massimo Coltrinari. (massimo.coltrinari@libero.it)
I testi di "Storia in Laboratorio"
sono riportati
sul sito www.nuovacultura.it
all'indirizzo entra/pubblica con noi/collane scientifiche/collanastoriainlaboratorio/pagine 1 e 2

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mercoledì 30 gennaio 2013

Nel Cuore del Caucaso di Eva Saeva


Progetto "Storia in laboratorio"
"Sezione Studenti e e Cultori della Materia"

Eva Saeva,
 bulgara, laureata in Scienze Politiche, frequenta corsi di specializzazione alla Sapienza.
 Il suo contributo "Nel cuore del Caucaso" è stato pubblicato nella Rivista "Il Secondo Risorgimento d'Italia", n. 3, 2012 (www.secondorisorgimento.blogspot.com/ o www.secondorisorgimento.it

      

Situato al crocevia tra due mondi – quello europeo e quello asiatico, il piccolo paese dell’Azerbaijan oggi ha un importantissimo ruolo geopolitico e geostrategico. Dopo la fine della Guerra Fredda l’Azerbaijan è diventato uno dei Paesi con ruolo chiave per il mondo occidentale visto le sue ricchezze energetiche e visto che ha appena ottenuto indipendenza. L’ex repubblica sovietica, insieme agli altri Stati caucasici, appena diventati indipendenti dall’URSS, come la Georgia e l’Armenia, diventano oggetti di attenzione da parte degli Stati europei e gli Stati Uniti che vedono nella regione non solo le sue risorse energetiche, ma appunto la sua importanza strategica – vicino all’appena nata Federazione Russa e al vecchio conoscente l’Iran. Proprio a causa della sua posizione geografica, dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’Azerbaijan il 30 agosto 1991, nel Paese aumentano gli investimenti esteri soprattutto in progetti per la costruzione di oleodotti e gasdotti. Ecco perché l’economia del Paese caucasico ultimamente è una delle economie in rapida crescita.

Politica interna dell’Azerbaijan
Sin dalla sua indipendenza, l’Azerbaijan è stato accusato di corruzione e soprattutto di brogli elettorali (l’attuale Presidente è Ilham Aliyev, figlio del suo predecessore a tale carica – Heydar Aliyev). I media occidentali hanno sempre criticato il mancato rispetto dei diritti umani e della libertà di parola sia durante il governo di Aliyev padre, che di Aliyev figlio. Negli ultimi anni l’Amnesty International si è occupata di numerosi vittime di imprigionamento in Azerbaijan, tenuti in carcere perché si sono dichiarati contro il governo di Aliyev. Inoltre, Reporters Without Borders hanno dato al Paese un bassissimo indice di press freedom[1]. Le critiche e le accuse di fallimento della democrazia nel Paese caucasico sono numerosissime, ma, come vedremo più avanti, non impediscono ai governi occidentali di cercare di avere buoni rapporti bilaterali e multilaterali con l’Azerbaijan.

I rapporti bilaterali tra l’Azerbaijan e gli Stati Uniti
Particolarmente interessanti sono i rapporti bilaterali tra gli USA e il Paese caucasico. Come è già stato menzionato, i governi e i media occidentali sempre accusano l’Azerbaijan di mancato rispetto dei diritti umani e di fallimento della democrazia. Tale fatto però ovviamente non influenza in nessun modo i rapporti bilaterali tra il colosso americano e l’ex repubblica sovietica. Gli investimenti americani aumentano ogni anno. Naturalmente, lo scopo degli statunitensi è di rafforzare la propria posizione soprattutto nei Paesi che prima della caduta del muro di Berlino facevano parte dell’orbita di influenza sovietica. È un fatto ovvio per tutti, visto che gli ultimi Stati che sono stati annessi alla NATO sono o Stati dove prima c’è stato un governo comunista (come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia, che hanno firmato il patto nordatlantico nel 1999; la Bulgaria e la Romania, che sono diventati membri nel 2004 e l’Albania – nel 2009), o ex repubbliche sovietiche (come l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, annesse nel 2004). Come è ben noto, la North Atlantic Treaty Organisation, creata nel 1949, vedeva nel Patto di Varsavia, firmato nel 1955, il suo principale rivale. Gli Stati membri del Patto erano appunto l’Unione Sovietica, l’Ungheria, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Bulgaria, la Romania, l’Albania e la Repubblica democratica tedesca. Basandosi appunto su questi fatti non dobbiamo stupirci del fatto che gli Stati Uniti cercano sempre di rafforzare la loro influenza anche nella regione caucasica e soprattutto nell’Azerbaijan. Le enormi quantità di risorse energetiche di cui dispone la piccola repubblica azera e la sua posizione strategica nel cuore del Caucaso aumentano ancora di più il desiderio americano di buoni rapporti bilaterali di tipo economico, militare e commerciale.

Le risorse energetiche azere. Il gioco per la supremazia tra l’Occidente e il colosso russo
La ricchezza di gas naturale e di petrolio del Paese azero è nota da decenni, tanto che durante la seconda guerra mondiale l’Unione sovietica usò petrolio soprattutto dai territori dell’Azerbaijan. Oggi gli accordi bilaterali tra il Paese e gli altri Stati trattano nella stragrande maggioranza questioni relative al rifornimento di risorse energetiche. Parlando dell’Unione sovietica e quello che è rimasto dopo il suo crollo, appunto la Federazione russa, non possiamo non evidenziare i rapporti russo-azeri e come Mother Russia guarda ai tentativi dell’Occidente di aumentare la propria influenza nei suoi vicini di casa. È ovvio che gli sforzi americani ed europei si contrappongano agli interessi russi. La Federazione Russa non permetterebbe in nessun modo di non avere più un’influenza nelle sue ex repubbliche, tanto meno dal suo “ex” nemico – gli Stati Uniti. Tutti e due colossi cercano di mantenere la posizione nell’area così importante dal punto di vista geostrategico. Gli americani puntano su progetti di rifornimento di gas naturale e di petrolio ai loro alleati europei, usando soprattutto le risorse azere. Non c’è dubbio però che lo scopo è la diversificazione energetica dalla Russia, visto che attualmente il 40% dell’energia in Europa deriva dai giacimenti russi. Per gli azeri però è più difficile stipulare degli accordi con un Paese relativamente sconosciuto come gli USA, che con uno, come la Russia, con cui condivide un passato comune da tantissimi anni. Aggiungendo il fatto che i russi faranno tutt’altro che lasciarsi sfuggire la loro influenza nella regione caucasica, i desideri occidentali per una presenza permanente nella zona diventano difficilissimi, per non dire un’illusione.
Sfortunatamente per gli Stati Uniti i rapporti bilaterali tra l’Azerbaijan e la Russia sembrano buoni. L’anno scorso il presidente Aliyev ha effettuato una visita ufficiale a Mosca, incontrando il suo collega russo Medvedev. I due capi di Stato hanno dimostrato che è possibile una cooperazione tra i loro Paesi[2]. Questa cooperazione è stata realizzata nel 2012 con l’aumento dell’importazione di gas azero da parte della Russia, e con la dichiarazione che tale importazione aumenterà ogni anno[3]. Il fine dei russi è ovvio: mantenere il proprio monopolio energetico in Europa.
Le risorse energetiche del Caucaso sono esportate nella loro stragrande maggioranza verso i Paesi europei. È normale che i Paesi importatori cerchino dei modi alternativi e maggiormente autonomi per il rifornimento. Così si è arrivati a sostenere il progetto per l’oleodotto Nabucco[4], finanziato dall’Unione Europea con l’appoggio statunitense. I potenziali fornitori sono l’Iraq, l’Iran (prendendo in considerazione come si stanno sviluppando i rapporti USA-Iran e quelli UE-Iran però è poco probabile che gli iraniani faranno parte del progetto), il Turkmenistan e appunto l’Azerbaijan. Il progetto Nabucco vede come concorrente un altro progetto, finanziato dalla Gazprom russa e dall’ENI italiana, chiamato South Stream[5]. Nonostante la dichiarazione nel 2008 dell’allora vice primo ministro Dmitry Medvedev, attualmente primo ministro della Federazione russa, che i due progetti non siano concorrenti e il funzionamento dell’uno non impedirà in nessun modo il funzionamento dell’altro, i fatti parlano da soli. E più il tempo passa, si capisce che Nabucco molto probabilmente non sarà realizzato, visto che uno dei fornitori – l’Azerbaijan, ha stipulato degli accordi di esportazione delle proprie risorse con la Russia e non potrà più soddisfare le esigenze dell’oleodotto progettato dagli europei.
Le relazioni bilaterali tra l’Azerbaijan e la Turchia
La Turchia e l’Azerbaijan hanno sempre avuto buoni rapporti. Nel 1993, durante la guerra tra azeri e armeni per l’enclave di Nagorno-Karabakh, la Turchia, per mettere in evidenza la sua posizione riguardo al conflitto, ha chiuso la propria frontiera con l’Armenia per solidarietà con l’Azerbaijan. Oggi, i due paesi condividono interessi geopolitici e geostrategici comuni. Nel 2006 è stato inaugurato l’oleodotto BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, che fornisce energia dai giacimenti azeri e tramite il territorio georgiano e quello turco poi fornisce petrolio all’Europa. Inoltre, il gasdotto BTE, Baku-Tbilisi-Erzurum (chiamato anche South Caucasus pipeline, o Shah Deniz pipeline, dal nome del giacimento di gas naturale azero Shah Deniz) è stato completato nel 2007. È ovvio il fatto che se l’Azerbaijan voglia diventare un esportatore di risorse energetiche indipendente, cioè di non esportare il proprio gas naturale nella Russia da dove poi arriverà in Europa, per il Paese caucasico è importante mantenere buoni rapporti con la Turchia. Non ci sono dubbi poi che anche alla Turchia convenga mettersi d’accordo con gli azeri su progetti comuni, visto che in tal modo il ruolo del Paese di Erdogan può diventare un elemento indispensabile nell’Europa. Solo entrando come uno stabile fornitore di energia in Europa, la Turchia può continuare a perseguire i propri desideri di diventare parte dell’Unione Europea.

I rapporti bilaterali tra l’Azerbaijan e l’Iran
Questi due Paesi hanno sempre avuto dei rapporti particolari. Oggi la popolazione dell’Azerbaijan è quasi 9 milioni. In Iran, che ha una popolazione di quasi 75 milioni, c’è una minoranza azera di 18 milioni[6]. La presenza di minoranze etniche in un Paese devono sempre essere trattate con estrema attenzione. È un fattore destabilizzante che provoca tanti conflitti e addirittura guerre, come nel caso del Kosovo per esempio. E quindi è ovvio che l’Iran e l’Azerbaijan abbiano da sempre avuto relazioni tese. Tali relazioni ultimamente però sono peggiorate ulteriormente. L’Iran si trova sempre più solo, sottoposto a isolamento internazionale. L’ex repubblica sovietica sta dalla parte occidentale per quanto riguarda il programma nucleare iraniano e il conflitto in Siria. Inoltre, ha buoni rapporti con l’Israele e gli Stati Uniti. Dunque azeri e iraniani stanno quasi alla rottura delle relazioni diplomatiche: prima l’Iran ha richiamato il proprio ambasciatore a Baku e poi l’Azerbaijan - il suo da Teheran[7]. Ma non solo gli iraniani si sentono offesi da parte degli azeri: i buoni rapporti tra la repubblica islamica di Ahmadinejad e l’Armenia non piacciono all’Azerbaijdan, visto il conflitto azero-armeno per il territorio disputato di Nagorno-Karabakh, che fa parte del Paese di Aliyev, ma che è abitato da una maggioranza armena. Sul conflitto in Nagorno-Karabakh ci soffermeremo più avanti.
Tornando un po’ indietro, dove sono esposti i rapporti americano-azeri e i desideri dei primi di avere una stabile presenza nella regione, non possiamo non fare una piccola considerazione, inserendo nel quadro anche l’Iran. Oggi, alla luce degli ultimi eventi in quel quadrante asiatico, appare necessario per gli USA avere un alleato stabile nella zona. Di nuovo sulla scena dei giochi politici nel Caucaso compare l’Azerbaijan, confinante a sud con l’Iran. Estremamente importante è quindi l’alleanza con gli azeri e lo “schieramento” degli ultimi con gli occidentali in un’eventuale guerra contro l’Iran. Infatti, non è molto chiaro chi sfrutta chi e chi ne approfitterà di più di questi “rapporti di amicizia” tra gli USA e l’Azerbaijan. I primi ne hanno bisogno per le risorse energetiche caucasiche. Aggiungendo il confine comune con il Paese di Ahmadinejad, l’amicizia tra i due Paesi diventa cruciale. Dall’altra parte ci sono gli interessi degli azeri: più che altro loro vogliono risolvere il conflitto con l’Armenia. Bisogna analizzare bene la situazione e decidere di chi fidarsi: degli USA o della Russia e chi potrebbe svolgere meglio il ruolo di mediatore. Su questo punto bisogna riflettere bene perché il conflitto in Nagorno-Karabakh è solo una piccola goccia nel mare di conflitti in questa zona turbolenta. Decidendo oggi con chi è meglio schierarsi sarà importante domani, se scoppia una guerra irano-americana. Si deve tenere in mente che in un eventuale conflitto militare nel Medio Oriente la Russia molto probabilmente si schiererà con l’Iran con lo scopo di frenare le mire americane ad espandere la propria influenza in Asia centrale. A tal punto l’Azerbaijan potrebbe permettersi si essere un nemico al colosso euroasiatico? O di rimanere neutrale (poco probabile, vista la sua posizione)? O di essere nemico al mondo occidentale? Questo punto è ancora incerto, ma basandosi sulla storia, sulle relazioni bilaterali e multilaterali che riguardono il Caucaso, sembra abbastanza inimmaginabile che l’Azerbaijan si possa schierare contro la Russia, anche se con la Russia c’è l’Iran. Resta da vedere...

Nagorno-Karabakh
Il conflitto azero-armeno per il territorio di Nagorno-Karabakh risale anche prima dell’annessione dei due Paesi da parte dell’Unione sovietica negli anni venti del secolo scorso. Durante il periodo sovietico la tensione non è mai cessata. Poco dopo il crollo del colosso eurasiatico e le dichiarazioni di indipendenza dell’Armenia e dell’Azerbaijan, nel 1990 e nel 1991 rispettivamente, il conflitto si inasprì ulteriormente. Il mondo occidentale prese la decisione di un intervento pacifico per la risoluzione della crisi, creando in seno all’OSCE il Gruppo di Minsk, composto da delegazioni italiane, francesi, americane e russe. La guerra finì nel 1994, ma la situazione non cambiò tanto. Anche oggi quasi il 20% del territorio dell’Azerbaijan è sotto occupazione. Facendo un piccolo riferimento giuridico, si capisce bene che tale occupazione e l’uso della forza con lo scopo di cambiare i confini violano numerose convenzioni internazionali al riguardo e soprattutto l’Atto finale di Helsinki, gli articoli della Carta delle Nazioni Unite e le decisioni dell’OSCE. Nel 1993 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato 4 risoluzioni per cessate il fuoco, ma gli armeni non si sono ritirati. L’ultima risoluzione del 2008 di nuovo non ha avuto effetto e la situazione non è migliorata. Sin dal 1994 il territorio di Nagorno-Karabakh e l’Azerbaijan rimangono in una sorta di pace armata. Armeni e azeri non accettano nessuna decisione presa a livello internazionale: il Processo di Praga non cambiò niente, tanto meno i Principi di Madrid che chiedevano un ritiro delle truppe armene, un rientro di popolazione azera nel territorio disputato e un invio di osservatori internazionali. L’anno scorso anche l’allora Presidente della Federazione russa Medvedev ha provato a migliorare la situazione, cercando un compromesso tra i due Paesi. Nessuna delle due parti però è scesa a compromessi, anche se le pressioni internazionali per una risoluzione pacifica erano fortissime[8].
Il problema di Nagorno-Karabakh è molto difficile da risolvere. Visto che nessuna delle due parti vuole scendere a compromessi la situazione si aggrava sempre di più. Aggiungendo che né l’Azerbaijan, né l’Armenia accettano le decisioni internazionali, appare evidente che il conflitto non sarà risolto nel prossimo futuro. Come potrebbe essere risolta una controversia in cui tutti e due parti hanno ragione? Potrebbe la diplomazia svolgere la sua finalità: di risolvere una crisi prima che si arrivi ad un conflitto armato? Finora non ci è riuscita. E poco probabile che ci riuscirà anche nel futuro considerando l’assoluta mancanza di volontà di cooperazione di entrambi i Paesi.
È importante aggiungere che il conflitto nel territorio azero è lontano dall’essere considerato solamente locale, solamente relativo alla minoranza armena in Azerbaijan oppure relativo al mancato rispetto delle norme del diritto internazionale da parte dell’Armenia. La situazione è molto più complicata. Parliamo di nuovo appunto dei soliti fattori che caratterizzano l’area caucasica: risorse energetiche, ruolo geopolitico e geostrategico importantissimi, giochi politici di supremazia nella regione (non solo da parte dei Paesi caucasici, ma da parte anche delle potenze mondiali, che cercano sempre di più un’influenza maggiore).
Partendo dalla questione energetica, appare opportuno dire la posizione della Russia nei confronti del conflitto. All’inizio Mosca appoggiava Baku. Ultimamente però si è dichiarata “sostenitrice” di Yerevan. Perché? Forse perché negli ultimi anni l’Azerbaijan si è orientato verso una politica filo-occidentale? Forse il ruolo della religione è un fattore cruciale? L’Azerbaijan è un Paese islamico (in Azerbaijan non esiste una religione di Stato e ci sono minoranze cristiane ed ebree, ma comunque l’87% della popolazione è musulmana[9]) e l’Armenia è un Paese di maggioranza ortodossa. Se il primo “vince” la “guerra” contro l’Armenia cristiana, un Paese islamico avrà la supremazia in una regione cosi importante come il Caucaso. La Russia potrebbe permettere un’”islamizzazione” della regione? Ci sono troppe incognite sul perché Mosca ha cambiato decisione, ma dobbiamo comunque inserire in queste considerazioni anche le questioni energetiche. Potrebbero essere i due oleodotti BTC e BTE, progettati e finanziati dagli americani e dai britannici, un motivo per cui Mosca ha terminato l’”appoggio” agli azeri? L’ultimo fatto non appare probabile, visto il fatto che i rapporti commerciali russo-azeri sull’esportazione di energia sono migliorati nel 2012, come già esposto prima.
Non possiamo non parlare anche del ruolo della Turchia nella regione. Dopo le polemiche sul negato riconoscimento del genocidio  armeno durante la Prima guerra mondiale da parte dei turchi, appare evidente che nel conflitto armeno-azero la Turchia appoggia i suoi fratelli di religione con i quali condivide anche un passato comune. Un’eventuale “perdita” della “guerra” da parte degli azeri significherebbe per Ankara perdere la propria influenza nel Caucaso.

Conclusione
L’Azerbaijan, il crocevia tra due mondi. Un Paese di contrasti e di controversie. Un Paese di ricchezze energetiche e scena dei giochi politici. Un Paese piccolo, ma di estrema importanza che tutti vogliono al proprio fianco. Chi vincerà la “guerra” per la supremazia a ovest del Mar Caspio? Chi vincerà “il cuore del Caucaso”? Resta solo da vedere…
  • versione Originale in lingua Bulgara.
В сърцето на Кавказ
Ева Саева
През вековете територията, на която днес се намира Азербайджан, е била част от световни колоси като Персийската, Османската и Руската империи. Намиращ се на кръстопътя между два свята, Европейския и Азиатския, днес Азербайджан има много важна геополитическа и геостратегическа роля. След края на Студената война и разпадането на Съветския съюз, държавата се оказва с ключова роля за Западния свят поради находищата си на природен газ и петрол. Току що постигнали своята независимост, Кавказките страни Азербайджан, Грузия и Армения, стават обект на внимание от страна на Европейските държави и САЩ, които виждат в този регион не само енергийното му богатство, но и геостратегическата му позиция – близко до новопоявилата се Руска федерация и до стария познайник Иран. Именно поради географската му позиция, след обявяването на независимост на 30 август 1991, в Азербайджан се увеличават многократно чуждестранните инвестиции, най-вече в проекти за строене на газопроводи и нефтопроводи. Към днешна дата Кавказката държава е една от страните с най-бързо развиваща се икономика.
Вътрешна политика на Азербайджан
За корупция и измами по време на изборите в Азербайджан се говори още от както държавата е независима (настоящият президент Илхам Алиев е син на предшественика си на този пост Гейдар Алиев[10]). Западните правителства непрестанно критикуват неспазването на човешките права и липсата на свобода на словото,както по времето на управлението на Алиев баща, така и на Алиев син. В последните години AmnestyInternationalсе сблъсква с много случаи на арести в Азербайджан на хора, които открито са се обявили против правителството на Алиев. Като се добави и че според ReportersWithoutBordersстраната заема една от последните позиции на pressfreedom[11], е очевидно, че критикитеи обвиненията за форма на управление, далеч от демократичната, са много. Но, както ще стане ясно по-надолу, тези критики не пречат на Западните държави да търсят все повече и повече развитие на добрите двустранни и многостранни отношения с Кавказката държава.
Двустранните отношения Азербайджан - САЩ
Доста интересни са отношенията между САЩ и бившата съветска република. Както беше вече посочено, Запада подлага на постоянни критики начина на управление в Азербайджан. Това очевидно не пречи на добрите отношения между САЩ и Кавказката държава. Американските инвестиции се увеличават с всяка изминала година. Разбира се, както и на много други места, целта на северноамериканския колос е да увеличи своето влияние най-вече в държавите, които до преди години са попадали в сферата на съветско влияние. Този факт е очевиден за всички, съдейки по това, че последните страни, присъединили се към НАТО, са или държави, където до преди години е имало комунистическо управление (като Унгария, Чехия и Полша, присъединили се към Северноатлантическия пакт през 1999; България и Румъния, станали членки през 2004; Албания - през 2009), или бивши съветски републики (като Естония, Литва и Латвия, присъединили се през 2004). А както е добре известно, създадената през 1949 година организация, намира своя най-върл противник в лицето на страните от Варшавския договор, подписан през 1955. Негови членки са именно СССР, Унгария, Полша, Чехословакия, България, Румъния, Албания и ГДР. Имайки в предвид тези факти, не бива да се учудваме, че САЩ се стремят и към добри отношения с Азербайджан. Огромните количества енергийни ресурси, с които разполага бившата съветска република и стратегическата й позиция в сърцето на Кавказ, спомагат още повече за желанието от страна на американците за поддържане на добри двустранни, икономически, военни и търговски отношения.
Азербайджанските енергийни ресурси. Играта на надмощие между Запада и Руския колос
Днес двустранните договори между Кавказката държава и другите държави са най-вече свързани с енергийния сектор. Находищата на природен газ и петрол в Азербайджан са известни от десетилетия. По време на Втората световна война Съветския съюз ползва енергийни ресурси най-вече от азербайджанските. Говорейки за СССР, и това, което е останало след края му -Руската федерация, не може да не споменемруско-азербайджанските отношения и как Майка Русия гледа на опитите на САЩ и на Европейските държави да увеличат влиянието си в тази зона с много важно геополитическо значение. Руският колос не би позволил по никакъв начин да загуби влиянието си в своите бивши републики, още по-малко от своя бивш съперник от Студената война САЩ. Двете сили се стремят към стабилно присъствие в този така важен геополитически регион. Американците разработват проекти и сключват договори за износ на ресурси към техните европейски съюзници,използвайки именно азербайджанските ресурси. Несъмнено целта едиверсификация на доставките за Европа, съдейки по факта, че понастоящем 40% от енергията, която Европа използва, идва от Русия. Но е далеч по-трудно да преговаряш със сравнително непознат нов съюзник, от колкото с някого, с когото споделяш общо минало. Като се добави и фактът, че Русия няма лесно да позволи западно влияние в околностите си, задачата на американците и европейските им съюзници за стабилно присъствие в зоната става все по-трудна.
За съжаление на САЩ, двустранните отношения между Азербайджан и Русия изглеждат добри. За това свидетелства миналогодишното посещение на президента Алиев в Москва, където двамата държавни глави – Алиев и Медведев - демонстрират, че е възможно сътрудничество между държавите им[12]. То се реализира с увеличаване на вноса на азербайджански газ в Русия в началото на 2012, с уговорката, че ще продължи да се увеличава с всяка изминала година[13]. Целта на руснаците е ясна: запазване на енергийния си монопол в Европа.
Кавказкият газ в голямата си част отива в Европа и е нормално държавите вносителки да предприемат стратегически действия за набавянето му(най-вече независими от Русия). Така се стига до проекта Набуко[14], проектиран и финансиран от Европейския съюз и САЩ, чиито потенциални снабдители на енергия са Иран (имайки в предвид как се развиват отношенията Иран-САЩ в последно време, е малко вероятно персийците да се включат в проекта), Ирак, Туркменистан иестествено Азербайджан. Конкурентен проект на Набуко е Южен поток[15], проектиран от Руската Газпром и италианската ЕНИ, който ще внася сибирски газ на Стария континент. И въпреки изявлението през 2008 година на тогавашния заместник министър-председател, днес министър-председател, Дмитрий Медведев, че двата проекта не са конкурентни и че функционирането на единия не би попречило на функционирането на другия[16], фактите говорятсами по себе си. А с минаването на времето, вероятността Набуко реално да бъде пуснат в употреба става все по-малка и по-малка, взимайки в предвид факта, че един от главните снабдители – Азербайджан,има двустранни договори за износ за своите енергийни ресурси с Русия и по този начин няма да може да достигне нужното количество кубически метри природен газ за снабдяването на Набуко.
Двустранните отношения между Азербайджан и Турция
Азербайджан и Турция винаги са имали добри отношения. През 1993, по време на войната между азербайджанци и арменци за спорната зона на Нагорни-Карабах, Турция затваря своята граница с Арменияв знак на солидарност към азерските братя, изразявайки по този начин позицията си по въпроса. Към днешна дата двете мюсюлмански държави имат общи геополитически и геостратегически интереси. През 2006 е пуснат в действиепетролопровода BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), който минава през азербайджанската, грузинската и турската територии и снабдява Европа с азербайджански газ. Друг общ проект между двете държави егазопровода BTE (Baku-Tbilisi-Erzurum, познат още като SouthCaucasuspipelineили ShahDenizpipeline, от името на азербайджанското находище на природен газ Шах Дениз), и той завършен и действащ от 2007. Очевидно е, че ако Азербайджан иска да стане независим износител на енергия (а не да изнася само за Русия, от където после кавказкият газ ще дойде в Европа), за страната е от изключително важно значение поддържането на добри двустранни отношения с Турция. Разбира се, за южната ни съседка също е важно да договаря общи проекти с Азербайджан, след като това е един от начините, чрез които Анкара може да реализира амбициите си да стане  незаменим елемент в Европейската политика. Само като една стабилна вносителка на енергия, Турция може да продължи да се стреми към влизане в Европейския съюз.
Двустранните отношения между Азербайджан и Иран
Тези две държави винаги са имали много интересни двустранни отношения. Днес населението на Кавказката държава е почти 9 милиона. В Иран, чието население наброява почти 75 милиона, има „малцинствена група“ от 18 милиона азербайджанци[17]. Присъствието на малцинства в дадена държава е проблем, който винаги трябва да се третира много внимателно. В много случаи това е дестабилизиращ фактор, който провокира конфликти, а понякога даже и войни, както в случая с Косово например.Следователно отношенията между Иран и бившата съветска република обяснимо са обтегнати. В последно време обаче тези отношения се влошават още повече.Азербайджан е на страната на Запада по отношение на иранската ядрена програма и на конфликта в Сирия. Освен това има и добри отношения с Израел и САЩ. С всеки изминал ден Иран губи съюзници, подложен на изолиране от международната общност. Баку и Техеран са на границата на скъсване на дипломатическите отношения: през май месец 2012 първо Иран отзовава посланика си в Баку; следва и съответното отзоваване на азербайджанския посланик в Техеран[18]. Но не само иранците се чувстват обидени от страна на кавказците: добрите взаимоотношения между персийци и арменци притесняват, и то не малко, Азербайджан, особено що се отнася до Нагорни-Карабах, територия, населявана от арменци, но в границите на Азербайджан. Конфликта в Нагорни-Карабах ще бъде разгледан по-надолу.
Връщайки се малко по-нагоре в статията, където се описани американо-азербайджанските отношения и желанието на първите да установят стабилно присъствие в региона, не можем да не обърнем внимание и на елемента Иран и неговата роля в тази зона на политически игри. В светлината на последните събития в този турболентен регион, е повече от очевидно, че Щатите се нуждаят от стабилен съюзник там. Този съюзник е Азербайджан, който отново влиза в ролята на съществен фактор, без чието присъствие играта за политическо надмощие няма да е същата, поради това, че е граничещ с Иран на юг.За Западния свят е жизнено важно да имат на своя страна Азербайджан, ако в крайна сметка се стигне до война в персийските земи. Всъщност, не е ясно кой кого използва повече и кой ще бъде по-облагодетелстван от тези „приятелски“ отношения между американци и азербайджанци. Първите имат нужда от кавказките енергийни ресурси. Като добавим и общата граница с държавата на Ахмадинеджад, това приятелство е от ключово значение за тях. От друга страна, бившата съветска република също има интерес да се „съюзи“ със северноамериканския колос, най-вече що се отнася до решаването на проблема сАрмения.Положението трябва да бъде анализирано много внимателно, защото е от съществено значение на кого ще се доверят и с кого би било по-изгодно да се съюзят азербайджанците: със САЩ или с Русия. Кой би бил по-добър посредник за решаването на арменско-азербайджанския конфликт, датиращ от 20 години вече? Ситуацията е много деликатка и трябва да бъде разгледана много добре, защото конфликтът в Нагорни-Карабах всъщност е само една малка капка в морето от конфликти, игри за политическо надмощие и преследване на интереси в този нестабилен азиатски квадрант. Решавайки днес с кого е по-добре да се съюзят азербайджанците, ще е важно утре, в една евентуална война Иран-САЩ. Трябва да добавим и факта, че в един военен конфликт в „задния й двор“, Русия много вероятно би решила да бъде на страната на Иран с цел да спре желанията на Запада да увеличи влиянието си в региона. В такъв случай би ли могъл Азербайджан да си позволи да е „враг“ на евроазиатския колос? Или да остане неутрален (малко вероятно, имайки в предвид географското му положение)? Или да бъде „враг“ на Запада? Какво ще реши малката Кавказка държава, чието приятелство искат всички, е неясно все още.Но, базирайки се на фактите от историята, на двустранните и многостранни отношения, които имат държавите от региона, не изглежда вероятно Азербайджан да се обяви срещу Русия, въпреки факта, че с Русия е Иран. Остава да видим...
Нагорни-Карабах
Армено-азербайджанският конфликт за територията на Нагорни-Карабах датира още от преди двете Кавказки държави да станат част от Съветския съюз през двадесетте години на миналия век. По времето на СССР, напрежението между двете републики не намалява. Малко след разпадането на евроазиатския колос и обявяването на независимост на Армения и Азербайджан, през 1990 и 1991 респективно, конфликтът се влошава още повече. Западният свят решава да се намеси и по мирен начин да спомогне за решаването му, създавайки в рамките на Организацията за сигурност и сътрудничество в Европа Групата на Минск, в която участват френски, италиански, американски и руски представители. Войната реално свършва през 1994, но положението не се променя особено. Днес около 20% от азербайджанската територия е окупирана. Правейки малка юридическа справка, е ясно, че окупацията и използването на военни сили с цел промяна на границите на дадена държава, нарушават много международни конвенции, като например Договора от Хелзинки, Статута на ООН и решенията на Организацията за сигурност и сътрудничество в Европа. През 1993 Съветът за сигурност на ООН приема 4 резолюции за прекратяване на огъня, но арменците така и не се оттеглят. През 2008 поредната резолюция не постига никакъв ефект и ситуацията не се подобрява. Още от 1994 Армения и Азербайджан са в нещо като „въоръжен мир“. И нито една от двете държави не приема решенията, взети на международно ниво: Процесът в Прага не помага, нито Мадридските принципи, които заставятоттеглянето на арменските войски, връщане на азербайджанско население в Нагорни-Карабах и изпращането на международни наблюдателиinloco. Миналата година руският президент Медведев също прави опит за решаване на кризата, предлагайки компромисен вариант и за двете държави. Нито Азербайджан, нито Армения обаче искат да направят компромис, въпреки силния международен натиск за мирно решение на конфликта[19].
Очевидно е, че проблема в Нагорни-Карабах е много трудно разрешим. Нежеланието за сътрудничество и от двете страни още повече усложнява ситуацията. Предвид факта, че нито арменците, нито азербайджанците приемат решенията на международната общност, излизане от кризата в близкото бъдеще изглежда малко вероятна. Как може да бъде решен един проблем, в който и двете страни имат право? Би ли могло изкуството на дипломацията да успее да предотврати допълнително влошаване на кавказкия конфликт? До този момент дипломатическите методи не са постигнали много. Малко вероятно е и да постигнат, имайки в предвид липсата на каквото и да е било желание от страна на Баку и Ереван за сътрудничество.
Говорейки за Нагорни-Карабах е важно да се добави, че сериозносттана конфликта далеч не е само на местно ниво, нито отнасяща се само до арменската малцинствена група в Азербайджан, нито само до липсата на спазване на нормите на международното право от страна на Армения. Положението е далеч по-сложно. Говорим, разбира се, за обичайните фактори, които характеризират Кавказ: енергийни ресурси, изключително важни геополитическа и геостратегическа роли, политически игри за надмощие в региона не само от страна на Кавказките държави, но най-вече на световните сили, които търсят все повече и повече влияние.
Започвайки от енергийния въпрос е важно да се спомене и позицията на Русия по отношение на конфликта в Нагорни-Карабах. В началото Моска е на страната на Баку. Но към днешна дата позицията е различна: покрепя Ереван. Защо? Може би защото в последно време, както беше споменато по-горе, Азербайджан се преориентира към прозападнаполитика? Може ли ролята, която играе религията също е важна? Азербайджан е ислямска държава (реално в Азербайджан не съществува официална религия и има голям брой християни и евреи. Въпреки това, 87% от населението проповядва исляма[20]); докато в Армения мнозинството от почти 73% са ортодоксални християни[21]. Ако азербайдажците „победят“ във „войната“ с Християнска Армения, една ислямска държава ще имапревъзходството в така важен регион като Кавказкия. Дали Русия би позволила подобно „ислямизиране“ на зоната? Има много неяснота по въпроса защо Руската федерация сменя позицията си. Добавяйки и енергийните ресурси, може би двата гореспоменати вече действащи проекта за снабдяване на енергия към Европа BTC и BTE, финансирани от европейци и американци, са един от мотивите поради които Москва спира да подкрепя Баку? Този факт изглежда малко вероятен, имайки в предвид споменатите вече руско-азербайджански договори за износ на петрол и природен газ.
Ролята на Турция в регионасъщо е важнода се спомене. След полемиките за отказа на признаване на арменския геноцид по време на Първата световна война от страна на турците, очевидно е Турция кого подкрепя: братята си по религия, с които споделят общо минало. Евентуална азербайджанска „загуба“ на „войната“ би значело за Анкара загуба на влиянието си в Кавказкия регион.
Заключение
Азербайджан, кръстопът между два свята. Страна на контрасти и противоречия. Страна с огромно енергийно богатство и сцена на политически игри. Малка страна, но от изключително важно значение, която всички искат за съюзник. Кой ще спечели „войната“ за надмощие на запад от Каспийско море? Кой ще спечели „сърцето на Кавказ“? Остава само да видим...  


[1]FORBES, America's Relations with Azerbaijan and Russia, A Case Study in Double Standards, 12 maggio 2012.
[2] Erkramas, Russia e Azerbaijan: un ostacolo per gli Stati Uniti nel Caucaso?, 11 agosto 2011.[Еркрамас, Россия и Азербайджан: препятствие США на Кавказе?, 11 август 2011].
[3]Limes, L’idolo infranto: il Nabucco all’ultimoatto, 8 marzo 2012.
[4]Nabucco fornirà ai Paesi europei 31 miliardi di metri cubi all’anno.
[5]South Stream fornirà 63 miliardi di metri cubi all’anno.
[6]Infatti, le diverse fonti forniscono dati diversi sulla percentuale della popolazione azera in Iran: secondo alcuni sono 12 milioni, secondo l’ambasciatore azero a Roma Vagif Sadiqov sono 25 milioni, secondo il Calendario Atlante De Agostini, 2012, sono 18 milioni.
[7]Deutsche Welle, Tensions rise between Iran and Azerbaijan, 7 giugno 2012.
[8]Eurasia, rivista di studi geopolitici, La crisi del Nagorno-Karabakh: ricostruzione storica e prospettive, 3 agosto 2011.
[9]Calendario Atlante De Agostini 2012.
[10]Гейдар Алиев е генерален секретар на комунистическата партия на Азербайджан и член на Върховния съвет на Комунистическата партия на Съветския съюз – КПСС в периода 1969-1982.
[11]FORBES,America's Relations with Azerbaijan and Russia, A Case Study in Double Standards, 12 май 2012.
[13]Limes, L’idolo infranto: il Nabucco all’ultimo atto, 8 март 2012.
[14]Предвижда се Набуко да снабдява Европа с 31 мириарда м³ газ годишно.
[15]Южен поток ще снабдяваЕвропа с63 милиарда м³газ годишно.

[16]Reuters, UPDATE 2-Russia wins Hungary for South Stream gas project, 25 февруари 2008.

 

[17] Различните източници дават различни сведения по въпроса колко реално наброяват азербайджанците в Иран. Според някои те са само 12 милиона; според посланика на Азербайджан в Рим, Италия, Вакиф Садиков, броят им е 25 милиона; според Calendario Atlante De Agostini 2012, те са 18 милиона. 
[18]Deutsche Welle, Tensions rise between Iran and Azerbaijan, 7 юни 2012.
[19]Eurasia, rivista di studi geopolitici, La crisi del Nagorno-Karabakh: ricostruzione storica e prospettive, 3 август 2011.
[20]Calendario Atlante De Agostini 2012.
[21]Calendario Atlante De Agostini 2012.

domenica 20 gennaio 2013

Prova di invio Storia in Laboratorio

Espressione del progetto Storia in Laboratorio (www.storiainlaboratorio.blogspot.com) lo spot riporta le attività e le realizzazioni attuate nell'ambito del progetto stesso. In particolare le edizioni raccolte nella Collana Storia in Laboratorio, in cui sono riportati le sintesi dei volumi e le attività ad essi connesse. (spot per Mario Brutti per aggiornamento del sito www.castelferreti.it).

venerdì 18 gennaio 2013

In preparazione il volume n. 21 della Collana Storia in Laboratorio


Una ricerca iniziata grazie alla collaborazione con il Centro Studi di Agugliano ha portato a scoprire una realtà molto interessante, quella di castel'Emilio una frazione di Agugliano di circa 900 persone. Proprio questa caratteristica ha permesso di focalizzare l'opportunità di ricordare i giovani del paese che sono caduti nella Grande Guerra. Il totale dei caduti è 24 e, grazie ad una cartolina ricordo è stato possibile avviare la ricerca. Il Volume ha come titolo provvisorio "Morendo, si sottrasse da morte il santo suolo.1915-1918"
I Caduti di Castel'Emilio nella Grande Guerra". Inoltre verranno anche ricordati nel Volume i caduti delle guerre d'Africa. La ricerca è stata avviata e gli sviluppi sono su "www.bibliotecalradonicastelferretti"



Il Volume avrà la seguente struttura
. Premessa
. Presentazione
. Prefazione
. Nota dell’Autore
. Ringraziamenti
. Introduzione
         . saggio introduttivo sulle guerre d’Africa. Guerre Coloniali Italiane. Descrizione della
          Battaglia ove è Caduto il cittadino di Castel’Emilio.
        . saggio introduttivo sulla Prima Guerra Mondiale. Caratteristiche e peculiarità       
. Testo del Volume Pubblicazione delle schede dei Caduti come sopra
. Conclusione
. Postfazione
. Bibliografia
. Indice dei Nomi
. Ill. Cartine, Foto,
. ISBN,
. Pagine presunte 220/250

martedì 8 gennaio 2013

Come trovare i volumi della Collana

Chi desiderasse avere direttamente i volumi della Collana storain laboratorio, può averli seguendo questo percorso ordinandoli direttamente alla casa Editrice Nuova Cultura:

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scheda


mercoledì 11 luglio 2012

Un nuovo socio della Sezione Studenti e Cultori Federico De Rienzi

Turcologo e islamista, si è laureato nel 2003 in Lingua e Letteratura Turca (allora Facoltà di Studi Orientali) presso La Sapienza Università di Roma e, dopo essere stato ricercatore militare per il CeMiSS (Centro Militare di Studi Strategici), dal 2005 collabora in qualità di analista politico con la rivista di Geopolitica Limes, curando per questa la rubrica Turchia/Turchie su Limesonline, e con altre testate. Nel 2008 consegue il Master in Geopolitica presso la SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale). Dopo essere stato docente di Filologia Uralo-altaica e Turcologia (2005-2010) presso diverse università ed istituzioni accademiche, dal 2010 è ospite su Radio1 (Oggi2000), Radio Radicale e Radio Vaticana, e in altre radio su temi quali le minoranze etniche dell'Asia centrale e centro-meridionale e le politiche della Repubblica di Turchia. Attualmente si occupa di progetti di ricerca specifici sulla storia politica e culturale della Turchia e dell'Eurasia centrale e orientale, organizzando convegni e tavole rotonde su questi temi.

per informazioni ulteriori :studentiecultori2009@libero.it

giovedì 3 maggio 2012

Ipotesi di progetto di ricerca storica. Approfondimenti

Le vicende dei Fratelli Govoni e Cervi meritano una attenzione particolare. Su segnalazione di A. Zignani, figlio di una Medaglia d'Oro della Resistenza, si potrebbe ipotizzare ricerche volte ad approfondire le vicende qui riportate. Per ulteriiori dati ed informazioni scrivere a: studentiecultori2009@libero.it

I SETTE FRATELLI GOVONI


I sette fratelli GOVONI (Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida) furono soppressi dai partigiani della Brigata “Paolo” ad Argelao, nel ferrarese, ove facevano i contadini. Era l’11 maggio 1945 e, quindi, la guerra era già finita. Solo uno dei fratelli aveva militato nei reparti combattenti della Repubblica Sociale (capo d’imputazione che, per la “giustizia rossa”, comportava la pena di morte). Ciononostante vennero trucidati tutti e sette, compresa Ida, ventenne, madre di una bambina di pochi mesi.
I corpi furono rinvenuti nel febbraio 1951 in una fossa comune: spogliati, seviziati e strangolati.

Ne seguì un processo, ma, prima della sentenza all’ergastolo, gli assassini, tutti individuati, fuggirono – con l’ovvio e indispensabile aiuto del PCI – oltrecortina, facendo perdere le loro tracce.



I SETTE FRATELLI CERVI

I sette fratelli CERVI (Ovidio, Gelindo, Aldo, Antenore, Fernando, Agostino ed Ettore) stavano tentando di costituire una banda comunista autonoma, entrando così in dissidio con la dirigenza locale del partito. Isolati e denunziati la sera del 23 novembre 1943 all’Ufficio Politico della Questura di Reggio Emilia da un infiltrato comunista nelle file del Partito Fascista Repubblicano (PRF), il Capitano della Milizia Riccardo COCCONI, i sette fratelli vennero arrestati dai fascisti il 25 novembre e fucilati per rappresaglia all’alba del 28 dicembre successivo, dopo una serie micidiale di attentati gappisti culminati, la sera precedente, con l’assassinio di Davide ONFIANI, Segretario comunale di Bagnolo in Piano.

Tutti gli attentati erano stati messi a segno ben sapendo che i Cervi erano gli unici detenuti politici nelle carceri di Reggio.

Dopo l’impresa Riccardo COCCONI si darà alla macchia, assumerà un incarico di comando nelle formazioni garibaldine e riapparirà come viceprefetto di Reggio Emilia, di nomina ciellenistica, subito dopo il 25 aprile 1945.

Bertelli-Bigazzi “PCI – La storia dimenticata” , pag. 258

venerdì 27 aprile 2012

L'impegno della Associazione Nazionale Combattenti per i Giovani

Si riporta la presentazione al Volume di prossima uscita di Diana Fotia, Terrorismo.....per non addetti ai lavori, che rappresenta la prova tangibile dell'impegno della Associazione Nazionale Combattenti per i Giovani, nel loro percorso di formazione e istruzione

Presentazione
Questa presentazione si inserisce in un momento importante della vita della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, e, a scendere, del progetto Storia in Laboratorio. La nostra società sta attraversando un periodo non solo di crisi economica e finanziaria, con un arretramento in termini di ricchezza e disponibilità di beni materiali evidente. Sta attraversando un periodo anche di crisi etica e morale, ove una classe dirigente politica è rifiutata, per le sue scelte, i suoi atteggiamenti ed il suo stile di vita, da quasi tutto il popolo italiano. Un governo, detto tecnico, sta prendendo decisioni importanti e sembra che stia traghettando il Paese verso la normalità. Ma è sotto gli occhi di tutti che questo governo, pur godendo del consenso di gran parte della società italiana non è il frutto di una sana democrazia. E’ stato imposto da chi aveva a cuore  le sorti della Repubblica, in una sorta di sospensione del normale svolgersi della vita politica, necessaria ed accettata ma anomala.
In questo quadro generale , i riverberi di tanta incapacità di applicare i dettami costituzionali e democratici al vivere politico quotidiano, sembrano investire anche l’Associazione Combattenti, questo microcosmo di poche centinaia di persone, che, trainati dai superstiti di chi operò sul campo e da qualche familiare volenterose vuole far vivere gli ideali della Guerra di Liberazione 1943-1945.
Al consiglio Nazionale della Associazione del 2012 si sono viste situazioni tristi nel momento del rinnovo delle cariche associative per il triennio 2012-2015. Il grande afflato verso i grandi ideali che la Guerra di Liberazione aveva creato, in quello spirito di rinnovamento e di crescita dopo le tragiche giornate armistiziale, di cui l’Associazione si era vivificata nella sua azione dal momento della sua fondazione ad oggi, sembra essersi disperso nei meandri della meschinità, della mancanza di risorse materiali, di situazioni procedurali tra cavilli e combinati disposti di norme interpretate da presunti conoscitori di norme, tra discussioni, asserzioni di bassa lega, nervosismi e quant’altro. Quello per cui si era combattuto in quegli anni giovanili si sta diradando come neve al sole di fronte a personaggi preoccupati solo di avere a disposizione il poco che una Associazione può dare in termini economici, con una costante allarme: se qualcuno non interviene con massicci versamenti di denaro, l’Associazione fra due anni chiude. Come se gli ideali della Guerra di Liberazione potessero essere accantonati e  mandati in archivio perché l’Associazione non riceve fondi. Vedere personaggi che occupano cariche propostivi e centrali parlare in tali termini, del resto ormai costante nei loro interventi da vari mesi ed anni, significa trasformare l’impegno associativo in un mera adesione ad una realtà di rifiuto, di mancanza di ideali, di grettezza morale e spirituale, di non cultura, di fallimento che non è certo da condividere.
Il Consiglio Nazionale ha terminato i suoi lavori con questa mozione finale, scritta e composta da Alessandro Cortese de Bosis

 IL CONSIGLIO NAZIONALE,
DOPO AVER RESO OMAGGIO AL MEDAGLIERE,
RICORDATI I SOCI SCOMPARSI ,
POSTO UN DEFERENTE SALUTO ALLA MEDAGLIA D’ORO PAOLA DEL DIN
PRESO ATTO DELLE VOTAZIONI ODIERNE,
DECIDE
ALLA VIGILIA DEL 70°ANNIVERSARIO
DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE 1943-1945
DI DEDICARE OGNI SFORZO AFFINCHè QUESTA GLORIOSA RICORRENZA
DEL SECONDO RISORGIMENTO VENGA VALORIZZATA
 COME RACCORDO AL PRIMO RISORGIMENTO
GIA’ CELEBRATO CON IL 150 ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA
QUESTO NOSTRO IMPEGNO DEVE SOPRATTUTTO METTERE IN RISALTOIL PRIMATO STORICO DELLE FORZE ARMATE COME PREROGATIVA PRINCIPALE
DEL PRIMO E DEL SECONDO RISORGIMENTO
PERCHE’
NEL PRIMO LE FORZE ARMATE  HANNO UNIFICATO L’ITALIA,
NEL SECONDO CON LA LOTTA AL NAZIFASCISMO HANNO RISPRISTINATO
IL TRINOMIO LIBERTA’-UNITA’-INDIPENDENZA
CONSACRATO NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA.

IL CONSIGLIO NAZIONALE,
AUSPICA ALTRESI,
 CHE LE CITTA’ ITALIANE MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILIRARE E CIVILE
PENDANO PARTE CON I LORO SINDACI E CITTADINI
ALLA RIEVOCAZIONE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
IN SOLIDALE SINTONIA CON I COMBATTENTI CHE HANNO LIBERATO
QUELLE CITTA’ MARTIRI DELLA CAMPAGNA 1943-1945
E’ IL CONSIGLIO SALUTA OGGI IL SINDACO DI MIGNANO MONTELUNGO
CAMPO DI BATTAGLIA DEL I RAGGRUPPAMENTO MOTORIZZATO
NOSTRO GRADITO OSPITE AL CONVEGNO DI CHIACIANO

IL CONSIGLIO NAZIONALE,
ESPRIME 
LA SUA FIDUCIA NELLA VIVA DEDIZIONE DI TUTTI
I SOCI A COOPERARE ANCHE CON LA NOSTRA FONDAZIONE,
 IL SODALIZIO PERMANENTE
NEL QUALE ESSI POTRANNO E VORRANNO CONFLUIRE PER CONTINUARE
 LE NOSTRE OPERE DI VALORIZZAZIONE
DELLA CAMPAGNA DI LIBERAZIONE DEL NOSTRO PAESE ED

AUSPICA
INFINE CHE OGNI SFORZO VENGA COMPIUTO
PER CORROBORARE LA NOSTRARIVISTA
“IL SECONDO RISOGIMENTO D’ITALIA”
CHE SOPRATTUTTO NEL 70° ANNIVERSARIO
DELLA VITTORIA UL NAZIFASCISMO
CONTINUERA’ AD ILLUSTRARE
COME NOSTRO PORTUALE CULTURALE
MOMENTI SALIENTI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.
L’ASSEMBLEA APPROVA CONUN APPLAUSO
 Si riparte a qui. Da questa mozione finale di un Consiglio che ha visto nella Associazione, nel momento del rinnovo delle Cariche associative, situazioni riverberanti la crisi che la nostra società sta attraversando, convinti sempre più che se ci si impegna nei microcosmi, di lavoro, di svago associativi, si contribuisce nel concreto a far risalire la china i cui siamo caduti

Può sembrare presuntuoso affidare ad un libro un compito di tale portata, ma nel momento attuale questa è la situazione ed occorre, quindi, accettiarlo.

Questo volume, vuole essere il segno di apertura verso i Giovani, speranza e futuro della nostra società, vuole andare  a contrasto con questa situazione di crisi etica, morale e situazionale. Quei giovani, e la il disagio giovanile è sotto gli occhi di tutti, che stentano ad avere una loro indipendenza economica, stentano ad avere un lavoro stabile, arrivano a metà della vita ancora in situazioni di precariato, in pratica hanno un futuro incerto e difficile

 Il Progetto Storia in Laboratorio, che da oltre dieci anni opera nell’ambito e con il sostegno della  Associazione sia utile e proficuo per gli studenti sia quelli che né vengono coinvolti sia quelli che,in modo occasionale, ne sono partecipi.

Si è ormai constatato che le nuove generazioni hanno bisogno di aiuto Le nostre scuole superiori, oggi, non riescono, per vari motivi, che in questa sede non è il caso di elencare, non sono più i luoghi ove si forma la base istruttiva ed educativa per affrontare la vita ed il mondo del lavoro, ma semplici luoghi di intrattenimento ove in una deriva sempre più involutiva.

Ben vengono, dunque, libri come questo, che sono una tangibile prova di come chi vuole dare un segno tangibile del proprio impegno e della propria coerenza argomentativa, in un quadro come quello del Progetto Storia in Laboratorio, che rappresenta il veicolo di come i desideri e gli auspici, declamati in vari contesti, trovano la realizzazione concreta.


Prossimo volume

N.13 
Diana Fotia
          Terrorismo….per non addetti ai lavori*
Nel mese di maggio 2012 uscirà, presso la casa Editrice Nuova Cultura, Roma, il volume n. 13 della Collana Storia in Laboratorio dedicato al Terrorismo.
Si riporta la presentazione di detto volume, emersa all'indomani della conclusione dei lavori del Consiglio Nazionale della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, che auspica un ulteriiore impegno e potenziamento verso i givani nel diffondere i valori della Guerra di Liberazione e, sopratutto, l'appoggio al loro percorso culturale e professionale che detti valori devono ispirare

Collana: aggiornamento titolo a maggio 2012

N. 1  Edoardo Giorni di Vistarono, Alessandro Cicogna Mozzoni.
        Umberto Utili, un generale scomodo.  2008

N. 2  Massimo Coltrinari
         L’8 settembre in Albania
         La crisi armistiziale tra impotenza, errori ed eroismo. 8 settembre- 7 ottobre 1943.  2009

N. 3 Massimo Coltrinari, Laura Coltrinari
         La ricostruzione e lo studio di un avvenimento storico militare. 2009

N. 4  Massimo Coltrinari, Paolo Colombo
         La Divisione “Perugia”
         Dalla tragedia all’Oblio. Albania 8 settembre -3 ottobre 1943.   2009

N. 5  Massimo Coltrinari,
         Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo. 18 settembre 1860., 2009

N. 6  Giorgio Prinzi, Massimo Coltrinari
         Salvare il Salvabile
         La crisi armistiziale dell’8 settembre 1943: per gli Italiani, il momento delle scelte, 2010

N. 7  Pierivo Facchini
        La campagna di Tunisia. 1942-1943  2010

N. 8   Massimo Coltrinari,
         L’investimento e la presa di Ancona.*
        La conclusione della campagna di annessione delle Marche 20 settembre – 8 ottobre 1860, 2010

N.9  Nicola della Volpe
        I Militari nella Guerra Partigiana (1943-1945)*

N.10 Massimo Coltrinari
         La guerra di Liberazione: Una guerra su cinque fronti*  

N.11 Massimo Coltrinari
        L’ultima difesa pontifica di Ancona.*
        7 settembre – 3 ottobre 1860

N.12  Massimo Coltrinari
         Cialdini era in Osimo
         Riflessioni tecnico tattiche sugli eventi del settembre 1860 nelle Marche.*
    
N.13  Diana Fotia
          Terrorismo….per non addetti ai lavori*

N.14 M. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica
         La guerra Italiana all’URSS – 1941-1943
         Vol. 1

 N.15 M. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica*
         La prigionia in mano all’URSS – 1941-1954
         Vol. II

N.16 Massimo. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica
         La guerra Italiana all’URSS.1941-1943. L’Occupazione*
         Vol. III

 N.17 Massimo. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica*
         La guerra italiana all’URSS – 1941-143: La Memoria*
         Vol. IV

N.18 Francesca Romana Lenzi.
         L’Italia in Alta Slesia. (1919-1922)
        Aspetti Storici e militari nei documenti dell’Archivio storico dello Stato Maggiore dell’esercito

N.19 Massimo Morroni.
         Il Cielo. Istruzioni per l’uso*

       




* in preparazione


giovedì 23 febbraio 2012

Borse di Studio

Si danno informazioni circa le borse di studio frutto dell'accordo tra EMUNI ed INPDAP.

Tale accordo tra Emuni University (www.emuni.si), Università Euromediterranea con sede in Portorose con cui collaboro ed INPDAP ha permesso di identificare undici master tenuti da Università e/o istituzioni partner di Emuni, rispetto ai quali sono state messe a bando da INPDAP 79 borse di studio.

Parte di queste borse di studio sono state già assegnate, in virtù del fatto che alcuni di questi master hanno già avuto inizio, mentre vi sono ancora 18 borse di studio per le quali è possibile concorrere.

I potenziali beneficiari delle borse di studio sono individuati da INPDAP come segue:

"..dipendenti dell'INPDAP, dipendenti della pubblica amministrazione, iscriti all'INPDAP, figli e orfani di dipendenti della pubblica amministrazione, iscritti all'INPDAP e figli e orfani di pensionati INPDAP"







I suddetti qualora interessati a concorrere all'assegnazione delle borse di studio dovranno fare apposita domanda ad EMUNI secondo le modalità previste alla presente pagina:

http://www.emuni.si/en/strani/444/Master-I.N.P.D.A.P.-Certificated.html







Allo stesso modo dovranno fare analoga domanda ad INPDAP secondo le modalità previste alla seguente pagina:

http://www.inpdap.gov.it/wps/wcm/connect/Internet/internet/inpdap/concorsiegare/concorsi/bandinuovi/bando631concorso/contenutocontenuto631concorso





Nello specifico segnalo, che le 18 borse di studio ancora da assegnare, riguardano tre master del Politecnico di Studi Aziendali I.S.S.E.A di Lugano, che si caratterizzano per una modalità di fruizione principalmente a distanza ed in minor misura "in presenza".

Relativamente a questi tre master, trova a seguire i link dei tre master di cui sopra:



http://www.unipsa.ch/disi/master_counselling_aziendale.html







http://www.unipsa.ch/disi/master_of_tourism_management.html





http://www.unipsa.ch/disi/master_in_giornalismo_nuovi_media.html









RingraziandoLa per l'attenzione colgo l'occasione per porgerLe distinti saluti.





Paolo Gardenghi

lunedì 30 gennaio 2012

Sleeping with the Enemy

The evolution of British Army’s relationship with the Media on Operation GRAPPLE 1 & 2.



Major J Lee Smart BSc Arch R SIGNALS

“Four hostile newspapers are more to be feared than a thousand bayonets.” Napoleon Bonaparte


It is commonly said that history, and therefore societies’ perception of it, is usually written by the victors. The speed and ubiquity of modern communications and the mass media today means that more often than not, history is now being made by societies’ perception itself; right or wrong. The defeat of America in Vietnam, in spite of the US Military’s record of never having lost a battle there, has become the iconic example. Their Military’s natural mistrust of the media, based on the urge to maintain operational security, was further vindicated by the media’s apparently unpatriotic and separate agenda to that of the Administration. This conceivably ultimately led to America’s humiliation and the ultimate fall of the South Vietnamese regime in Saigon in 1975. Live television pictures of America’s last act there with the scrambled evacuation of the US Embassy serving to underline the point.



“Vietnam was the first war ever fought without censorship. Without censorship, things can get terribly confused in the public mind”.



In October 1992, I deployed as a Captain with the lead elements of the 1 Cheshire (22nd Foot) Battalion Battle-group to Bosnia as the Staff Officer Grade 3 Public Information (SO3 P Info) in the capacities of Press Advisor, Public Spokesman and Press Escort. Although subordinate to a Senior Major, by dint of enthusiasm and the fact that I was the only member who carried an assault rifle, I elected myself also to the dubious role of Press Protection Officer.



At that time, recent British Military experience of the Media was mostly based on the troubles in Northern Ireland and the Falklands War in 1982. In the Falklands campaign there were allegations made of compromising reports sent by embedded journalists which tipped off the Argentine planners to British plans, such as the attack on Goose Green, and the inadequacies of their own equipments like the failure of Argentine bombs to detonate against the Royal Navy’s warships due to the low altitude of their release and the long arming settings of the fuses. Since then the British military and the press have seen highs and lows in their relationship as it has evolved through the operations that followed: 1st Gulf War, Bosnia, Kosovo, Sierra Leone, Iraq and now Afghanistan. Of all of them, Bosnia’s 4- year civil war and the British Army’s involvement in Operation GRAPPLE as part of the United Nations Protection Force (UNPROFOR) and then NATO’s Dayton Agreement Implementation Force (IFOR) probably provided the most tumultuous of periods.



The aim of this article is to detail the constant elements of the military media relationship and, combining with personal experiences as a Public Information Officer during the first British deployments to Bosnia i Herzogovina in 1992/93 as well as my impressions from subsequent operations with NATO’s IFOR in Bosnia and Kosovo, Iraq and the Middle East, to offer personal insight and perspective on this perpetual and dynamic challenge.



There are actually two important different elements to the Media: The message and the messenger. One is the actual information itself, good and bad, subject as it is to delays, distortion and interpretation. Its veracity and presentation has potential to influence operations either through morale, public opinion or its legitimacy and subsequent consequences.

The second but equally important element is the Media through which the information is often sourced, then perceived, filtered and frequently manipulated – either by the journalist themselves, their editors or other interested parties. This is a major source of the distrust between the military and the media, but, with the exception of cases of downright perfidy and spin, the media cannot be blamed; they are merely the conduit for the news.



Whilst the ‘honeymoon’ period and positive reporting of the first Gulf War in 1991 provided some mutual appreciation between journalist and soldier, there had been sufficient sensationalist incidents and ‘near-misses’ in the coverage to ensure that the Ministry of Defence remained extremely wary of the media and cagey in its dealings with them. Georges Clemenceau the French Prime Minister during the First World War famously said that “War is too serious a matter to entrust to military men”. It has also been said by another wit that “Journalism also, is too serious a matter to be left just to the journalists”. Ironically Clemenceau had been a journalist before taking up politics.



The Gulf experience resulted in an expansion of the Public Information Department (P Info), which mostly consisted of Civil Servants, some with a limited media background, to vet, control and manage the news and facilities being provided to the media by the MOD. There was also a pool of trained officers with journalistic backgrounds who were part-time members of the Territorial Army, known as TAPIOs but this has mostly been superseded by regular officers in permanent posts within field units. Today in field units this staff branch is referred to as G3 Media Operations (Media Ops).



These MOD P Info officers were intended to provide news products, including news releases, background briefings, photographs and some video. This gift was presumed to negate the need to provide the facility to embed too many journalists in missions and provide some air-gap between journalists and soldiers, events and reporting, and perhaps allowing some time between to massage the message.



However, in conflict it is neither appropriate nor sensible for these civilians to provide the military’s interface with the press, particularly in a combat zone where the protection of these untrained civilians can become an unnecessary liability. Journalists want to talk to the man at the top; the commander himself- failing that, a suitable subordinate. Whilst most officers now are given some Media Ops training, better trained officers are provided as Media Ops Officers to be the main point of contact, public spokesman and media advisor to the commander. In addition the Combat Camera Teams, trained Unit Photographers and Divisional P Info/Media Ops SO2’s provided for the normal peace-time capability.

I found that the journalists themselves were cynical and distrustful of the Civilian P Info Officers and the TAPIOs, considering them “poachers turned gamekeepers”. Surprisingly, despite often anti-military or sometimes even pacifist sentiments, the journalists I met seemed to have considerable respect for the abilities of our military press officers, both for their subject matter knowledge and the willingness to be frank and succinct when operational security allows. Perhaps the officers’ better access to soldiers also counts here as the soldiers themselves never afforded the Civilian P Info staff the same trust or authority as they do the military Media Ops officers. This task requires dynamic, intelligent and impressive individuals – the difficulty is ensuring that commanders understand this and free up their more capable officers to undertake this task. This is more difficult when the lure of operations and combat itself can denude the availability or willingness of the appropriate characters.



Throughout the autumn of 1992, the world’s media were baying for the UN to take positive action and intervene in the conflict; its response was typically late, limited and lackadaisical: It consisted of a UN military Observer group which was essentially limited to counting shells fired and violations of a hundred ceasefires that normally were broken before the ink was dry on the paper, and a force of UN protection troops from various nations. This main deployment was 14,000 UNPROFOR troops, with light armour and no fire support, whose mandate directive was solely to provide protection of the UN and NGO activities providing food and supplies to the refugees. This was instead of the advised requirement of 60,000 troops.



The British Army’s perception was somewhat different from that of the majority of nations in UNPROFOR. We believed that little or nothing of value towards peace or saving lives would be achieved by strictly applying the limited directives of our UN mission and failing to apply the sort of referee diplomacy that is needed to persuade disengagement of the warring factions. Peacekeepers should be diplomats who through friendly, though persistent pressure can attempt to perhaps persuade the belligerents firstly of the ultimately futile use of force to achieve their ends, but also, more importantly, their need to properly and strictly apply the international conventions in safeguarding innocent civilians and avoiding collateral damage.



The inadequacies of our UN mandate had been glaringly exposed the first frustrating week in theatre. With our apparent impotence in front of the dramatic collapse of the Jayce siege and its subsequent flood of refugees into Travnic and the Lashva Valley, the commander of the first British Battle-group in central Bosnia, Lieutenant Colonel Bob Stewart quickly decided to apply “mission command” to identify the un-stated but “implied tasks” in our mission. He considered that we would be unable to fulfil our mission of protecting the relief and evacuation convoys through the current dangerous conditions of conflict zone. He determined that facilitating negotiations between the warring parties to broker ceasefires and then providing some elements of military protection to act as guarantors of any ceasefire was such an implied task. The Battle-group then set about trying to get between the warring factions, often literally, in our heavily armoured Warrior Infantry Fighting Vehicles with their Chobham armour almost impervious to the Yugoslav weaponry. The pro-active actions of the British Troops then attracted even more of the journalist posse normally encamped in Sarajevo into our sector.



They came with an almost insatiable demand for information, news and images. Unlike the desert war or in the distant Falklands, The media are now almost completely autonomous in their ability to reach conflict zones. No longer reliant on logistic support from the military, often operating now in Afghanistan and Iraq with private and heavily armed security companies to provide personal protection, the military are less able to barter logistics or protection in exchange for ‘good copy’ or submission to some censorship.



In normal military considerations some individual elements within the press can easily be considered as ‘enemy forces’, others as a ‘fifth column’. However, the Media itself is a broad church which includes as many ‘friendly forces’ and opportunities. The importance of the message and the danger to the mission of adverse news means that the media, in its entirety, should be given serious consideration in every phase of operations; in planning, conduct and even post-operational activities.



When I had first arrived up country into Bosnia, P Info had already been relegated to a supporting role at the end of the daily operational briefing session. But within the first week an SO2 Media Ops officer; Major Andrew Venus, was brought over from the Operation HAMPTON effort in Croatia to for a month to provide his experience to the Battle-group before taking redundancy from the Army. Having been almost constantly on operations as a media officer since the Gulf war, in Kuwait, Northern Iraq, Croatia and now Bosnia, Major Venus was content to be blunt in his advice to Lieutenant Colonel Stewart; He sternly warned “this will not be about your military operational prowess; you will succeed or fail on how you are perceived in the media”. The next day P Info was item three on the daily agenda after G2 Intelligence picture and the G3 Operational situation, and it stayed that way with the Media Ops in the forefront of everything we did. Our relationship with the Press, in spite of the odd hiccup, reached a zenith in the subsequent months.



In Bosnia, denuded of the option for full intelligence due to the UN’s policy, much of our information was garnered from the Journalists themselves. This information was hard come by. Often taking many risks in the pursuit of their stories, 78 journalist had been killed in Yugoslavia by 1994 with many more injured. With hordes of them free-roaming around the country, they provided a useful return flow of information on the movement of the fighting, frontlines, refugees, minefields, danger-zones and incidents. All of which they happily traded with me. Our P Info house, outside of the military base and furnished with the latest maps detailing this collated information, deliberately provided a comfortable briefing facility with up-to date safety information. It was a secure place for them to relax, and exchange views, opinions, confirm news and details, ensuring that media ops were able to pass this useful information back to the operations and intelligence cells in the Battle-group HQ.



The one advantage of Op GRAPPLE being a UN operation was that the UN does not ‘do’ secrecy, and so transparency is paramount. The normal contest between the military’s requirement for operational security and the journalist’s perceived duty to inform the public without restrictions was never an issue here with one small exception; that of reporting and images of UK military casualties. These days, the majority of the world’s media now understands the basic requirement not to name a casualty before the MOD has been able to inform their Next of Kin. This includes the delayed broadcast of such images - although with live television this is not always possible.



On the occasions that we suffered fatalities and injury, the Journalists’ behaviour was both sensitive and professional throughout. Ironically this was best displayed when my team partner, Army photographer Staff Sergeant Peter Bristo was shot in the head, beside me on the frontline at Turbe during an operation to provide protection for refugees crossing the minefields on 6th April 1993. The ITN News camera team who had been filming the operation under my protection caught the incident on film but immediately put the camera down, continuing only when it was obvious that the head wound was not fatal, and at SSgt Bristo’s insistence. Gentlemen’s agreements aside, this only delays the inevitable. Pictures of casualties will run; although the British media are aware that certain images would not be tolerated by the British public, in other countries audiences are less sensitive to British casualties and perhaps more demanding for these types of images. All Media organisations sell their product on the international market so it will appear somewhere.



Aside from furnishing the world’s media with product to tell the story to the world, just as important is the distribution of information to the local population within the conflict zone; civilians and belligerents alike. Of paramount importance was the need to ensure that they all understood our proper role in the situation, managing aspirations and ensuring that the UN were permitted to conduct their tasks unhindered.



It became vital to provide information by whatever means possible. Yugoslavia had been a communist state with heavily censored state media. But with the breakdown of the state, the absence of any credible central news agency created an information vacuum which was quickly and eagerly exploited by the local militia and sectarian leaders to turn information, or more importantly the lack of true information, into a propaganda tool. I was constantly amazed at the willingness of people to believe the wildest rumours and conspiracy theories and yet cynically dismiss the smallest truths with an incredible pessimism. Compared to the opportunists and criminals involved in these conflicts, the UN seems naïve and embarrassingly inexpert in both the positive use of information and combating the disinformation, propaganda and rumour that abounds.



Equally amazing was the ingenuity with which the locals adapted and improvised their information conduits. One day I was surprised by a door-step request from a self-proclaimed local journalist to give him $10,000 to buy him equipment for a radio station. He proudly showed me their home-built television transmitter consisting of a domestic VHS player, connected to a Hi-Fi amplifier to transmit a television smorgasbord of programmes from satellite television, video tapes and live broadcasts using a video camera connected into the VHS player. Unfortunately I didn’t have the money to help him but fortunately as a Royal Signals Officer, ably assisted by a competent Army technician, we were able to maximise the fidelity of the signal and extend their range from 4 kms to 15kms so providing the whole town and local villages with a news service. In return they provided the UN with regular air-time to broadcast news articles which could ensure that the population received unexpurgated information regarding the current situation. Within two months this ad-hoc arrangement had been extended to 6 other localities and stations, both Muslim and Croat, with recordings of the broadcasts provided to Serb stations for similar use, although in my time we were never able to verify if these were being transmitted.



The impartial provision of information, by the UK Battle-group in particular, acted to bolster UNPROFOR’s image as impartial and unbiased in the minds of the bulk of the population. The omnipresent danger is that pro-active provision of information can often be derided as propaganda, psychological warfare or something more ominous. But without information the benefits brought by the peace-keepers were lost on the population and the loss of support of the population to the UN mission can be devastating as the failure of the UN mission in Somalia so clearly demonstrated. Wisely used, all these means can be an ideal way to pull the rug from under the feet of even the most convincing of the more perfidious or deceitful belligerents.



However, conscious that I had begun dabbling in things beyond my training, in May 93 I drafted a paper to the UN HQ advocating the need for provision of professional propaganda and psychological operations officers to take over and run a fully-joined up broadcasting effort. The UN’s Yemeni head of P Info response was; “You’re all we’ve got! – carry on with the good work”.

An example of how even the best professionals can be usurped in this field was given to me in 1996 when I was shown the graphics for the ‘Mir’ (Peace) newspaper’s theme ‘Peace is in your hands’ showing a dove fly up out of a pair of hands, palms upwards. The paper was produced by the US Psychological Operations Battalion in the ARRC Headquarters who were mortified when I suggested that a Serb might antagonistically misinterpret this image as implying ‘peace comes from Muslim prayer’. They had naively contracted the artwork out to a design studio in Zagreb, Croatia.



Aeschylus, the Greek tragic dramatist (525 BC - 456 BC) is attributed with the saying, “in War, the first casualty is truth”. But the truth always remains to be discovered. It is perspective that is truly the first casualty, and when that’s gone, truth like many other virtues including compassion, reason, and tolerance are relegated as inconveniences to expediency and spin. Even with the truth in evidence, there are many obstacles, particularly editorial selectivity, in the passage of ‘ground truth’ to becoming news.



With the huge increase in 24 hours news channels, the media had become a massive commercial contest with a voracious appetite for new news. The proliferation of news organisations has led to events being swamped by media of all shapes and sizes from the huge corporations and professional teams down to the private individual or enthusiast sneaking about with his sony cam-corder who believes getting one ‘exclusive’ will seal his entry into a glittering career of journalism or a huge payout from a news company. On occasions they can outnumber the participants. In April 92 during the aftermath of the Ahmici massacres there were twice as many journalists as we had soldiers vying to follow our patrols into the conflict zone.



Today, with communications technology available to journalist and citizen alike, particularly with the incredible power of the internet, the military cannot realistically consider secrecy and censorship to be a tenable method of operational security. The last decade has seen the traditional press and television media superseded to the point where media products are produced by citizens themselves, sometimes and increasingly even by individual soldiers during the heat of battle. Except in the most isolated incidents, the opportunity to vet and censor news has now been almost completely lost; even the ‘Great Firewall of China’ with its reputed 50,000 Internet police could not stop the images of the Tibetan riots reaching the world in 2008.



We in the military have had to understand and learn to how to cope with this phenomenon. The US Military Field manual FM 100-5 on media operations states: The importance of understanding the immediacy of the impact of raw television coverage is not so that commanders can control it, but so they can anticipate adjustments to their operations and plans. In October 1992 my introduction to the media coincided with a significant change in the UK military’s relationship with the media. For the most part it was a positive relationship with the Army and the professional journalist working togeether with respect for each others requirements. Much of that can be attributed to Major Venus’ brief influence and on the attitude of the Officers and men of the 1st Battalion Cheshire Regiment Battle-group who took part in Operation GRAPPLE under Lieutenant Colonel Bob Stewart. The British Army has learned some of the lessons and although ninety five percent of articles can be glowing we still torture ourselves over the five percent of criticism. And so we should.

L'articolo è stato pubblicato sul N. 4 del 2011 della Rivista Il Secondo Risorgimento d'Italia,
disponibilie on line al sito
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Attività della Perigeo Contatti

Sperando possa essere di interesse e con la preghiera di diffonderlo il più possibile allego il comunicato stampa a proposito del prosieguo delle attività della Perigeo come tramite tra le Autorità istituzionali e accademiche italiane e dello Stato somalo del Puntland (sul nostro sito al link http://www.perigeo.org/somalia-action-incontro-regione-abruzzo/)


Prosegue anche la nostra attività di accoglienza dei richiedenti asilo sfuggiti alla guerra di Libia. A questo proposito segnalo un servizio su di noi andato in onda sabato 15 gennaio su RaiUno nel programma Settegiorni. Il servizio è al minuto 35:00. http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-01-14&ch=1&v=103909&vd=2012-01-14&vc=1.

A presto per ulteriori aggiornamenti sulle nostre attività.


Alessandra Poggi


Dott.ssa Alessandra Poggi
Responsabile per le relazioni esterne e istituzionali, analista politica e press officer
Associazione Perigeo - International People Community Onlus (www.perigeo.org)
Tel. +39 3282617058, +39 3938829149  Fax +39 0733669332