Le Edizioni a Stampa del CESVAM 2014 - 2024

Le Edizioni a Stampa del CESVAM  2014 - 2024
Catalogo di tutte le edizioni a Stampa del Centro Studi sul valore Militare dell'Istituto del Nastro Azzurro

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO
Il volume e acquistabile presso tutte le librerie, oppure si può chiedere alla Casa Editrice (ordini@nuovacultura.it) o all'Istituto del nastro Azzurro (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

1866 Il Combattimento di Londrone

VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE

VOLUME DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE
Il Volume sarà disponibile dal 30 aprile 2025

Collana Storia in Laboratorio

Il piano editoriale per il 1917 è pubblicato con post in data 12 novembre 2016

Per i volumi pubblicati accedere al catalogo della Società Editrice Nuova Cultura con il seguente percorso:
www.nuovacultura.it/catalogo/collanescientifiche/storiainlaboratorio

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014
Collana Storia in Laboratorio . Aggiornamento sul Canale You Tube: ISTITUTO NASTRO AZZURRO CESVAM

Testo Progetto Storia In Laboratorio

Il testo completo del Progetto Storia in Laboratorio è riportato su questo blog alla data del 10 gennaio 2009.

Si può utilizzare anche la funzione "cerca" digitando Progetto Storia in Laboratorio.

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

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La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011

La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011
Direttore della Collana: Massimo Coltrinari. (massimo.coltrinari@libero.it)
I testi di "Storia in Laboratorio"
sono riportati
sul sito www.nuovacultura.it
all'indirizzo entra/pubblica con noi/collane scientifiche/collanastoriainlaboratorio/pagine 1 e 2

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giovedì 3 maggio 2012

Ipotesi di progetto di ricerca storica. Approfondimenti

Le vicende dei Fratelli Govoni e Cervi meritano una attenzione particolare. Su segnalazione di A. Zignani, figlio di una Medaglia d'Oro della Resistenza, si potrebbe ipotizzare ricerche volte ad approfondire le vicende qui riportate. Per ulteriiori dati ed informazioni scrivere a: studentiecultori2009@libero.it

I SETTE FRATELLI GOVONI


I sette fratelli GOVONI (Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida) furono soppressi dai partigiani della Brigata “Paolo” ad Argelao, nel ferrarese, ove facevano i contadini. Era l’11 maggio 1945 e, quindi, la guerra era già finita. Solo uno dei fratelli aveva militato nei reparti combattenti della Repubblica Sociale (capo d’imputazione che, per la “giustizia rossa”, comportava la pena di morte). Ciononostante vennero trucidati tutti e sette, compresa Ida, ventenne, madre di una bambina di pochi mesi.
I corpi furono rinvenuti nel febbraio 1951 in una fossa comune: spogliati, seviziati e strangolati.

Ne seguì un processo, ma, prima della sentenza all’ergastolo, gli assassini, tutti individuati, fuggirono – con l’ovvio e indispensabile aiuto del PCI – oltrecortina, facendo perdere le loro tracce.



I SETTE FRATELLI CERVI

I sette fratelli CERVI (Ovidio, Gelindo, Aldo, Antenore, Fernando, Agostino ed Ettore) stavano tentando di costituire una banda comunista autonoma, entrando così in dissidio con la dirigenza locale del partito. Isolati e denunziati la sera del 23 novembre 1943 all’Ufficio Politico della Questura di Reggio Emilia da un infiltrato comunista nelle file del Partito Fascista Repubblicano (PRF), il Capitano della Milizia Riccardo COCCONI, i sette fratelli vennero arrestati dai fascisti il 25 novembre e fucilati per rappresaglia all’alba del 28 dicembre successivo, dopo una serie micidiale di attentati gappisti culminati, la sera precedente, con l’assassinio di Davide ONFIANI, Segretario comunale di Bagnolo in Piano.

Tutti gli attentati erano stati messi a segno ben sapendo che i Cervi erano gli unici detenuti politici nelle carceri di Reggio.

Dopo l’impresa Riccardo COCCONI si darà alla macchia, assumerà un incarico di comando nelle formazioni garibaldine e riapparirà come viceprefetto di Reggio Emilia, di nomina ciellenistica, subito dopo il 25 aprile 1945.

Bertelli-Bigazzi “PCI – La storia dimenticata” , pag. 258

venerdì 27 aprile 2012

L'impegno della Associazione Nazionale Combattenti per i Giovani

Si riporta la presentazione al Volume di prossima uscita di Diana Fotia, Terrorismo.....per non addetti ai lavori, che rappresenta la prova tangibile dell'impegno della Associazione Nazionale Combattenti per i Giovani, nel loro percorso di formazione e istruzione

Presentazione
Questa presentazione si inserisce in un momento importante della vita della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, e, a scendere, del progetto Storia in Laboratorio. La nostra società sta attraversando un periodo non solo di crisi economica e finanziaria, con un arretramento in termini di ricchezza e disponibilità di beni materiali evidente. Sta attraversando un periodo anche di crisi etica e morale, ove una classe dirigente politica è rifiutata, per le sue scelte, i suoi atteggiamenti ed il suo stile di vita, da quasi tutto il popolo italiano. Un governo, detto tecnico, sta prendendo decisioni importanti e sembra che stia traghettando il Paese verso la normalità. Ma è sotto gli occhi di tutti che questo governo, pur godendo del consenso di gran parte della società italiana non è il frutto di una sana democrazia. E’ stato imposto da chi aveva a cuore  le sorti della Repubblica, in una sorta di sospensione del normale svolgersi della vita politica, necessaria ed accettata ma anomala.
In questo quadro generale , i riverberi di tanta incapacità di applicare i dettami costituzionali e democratici al vivere politico quotidiano, sembrano investire anche l’Associazione Combattenti, questo microcosmo di poche centinaia di persone, che, trainati dai superstiti di chi operò sul campo e da qualche familiare volenterose vuole far vivere gli ideali della Guerra di Liberazione 1943-1945.
Al consiglio Nazionale della Associazione del 2012 si sono viste situazioni tristi nel momento del rinnovo delle cariche associative per il triennio 2012-2015. Il grande afflato verso i grandi ideali che la Guerra di Liberazione aveva creato, in quello spirito di rinnovamento e di crescita dopo le tragiche giornate armistiziale, di cui l’Associazione si era vivificata nella sua azione dal momento della sua fondazione ad oggi, sembra essersi disperso nei meandri della meschinità, della mancanza di risorse materiali, di situazioni procedurali tra cavilli e combinati disposti di norme interpretate da presunti conoscitori di norme, tra discussioni, asserzioni di bassa lega, nervosismi e quant’altro. Quello per cui si era combattuto in quegli anni giovanili si sta diradando come neve al sole di fronte a personaggi preoccupati solo di avere a disposizione il poco che una Associazione può dare in termini economici, con una costante allarme: se qualcuno non interviene con massicci versamenti di denaro, l’Associazione fra due anni chiude. Come se gli ideali della Guerra di Liberazione potessero essere accantonati e  mandati in archivio perché l’Associazione non riceve fondi. Vedere personaggi che occupano cariche propostivi e centrali parlare in tali termini, del resto ormai costante nei loro interventi da vari mesi ed anni, significa trasformare l’impegno associativo in un mera adesione ad una realtà di rifiuto, di mancanza di ideali, di grettezza morale e spirituale, di non cultura, di fallimento che non è certo da condividere.
Il Consiglio Nazionale ha terminato i suoi lavori con questa mozione finale, scritta e composta da Alessandro Cortese de Bosis

 IL CONSIGLIO NAZIONALE,
DOPO AVER RESO OMAGGIO AL MEDAGLIERE,
RICORDATI I SOCI SCOMPARSI ,
POSTO UN DEFERENTE SALUTO ALLA MEDAGLIA D’ORO PAOLA DEL DIN
PRESO ATTO DELLE VOTAZIONI ODIERNE,
DECIDE
ALLA VIGILIA DEL 70°ANNIVERSARIO
DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE 1943-1945
DI DEDICARE OGNI SFORZO AFFINCHè QUESTA GLORIOSA RICORRENZA
DEL SECONDO RISORGIMENTO VENGA VALORIZZATA
 COME RACCORDO AL PRIMO RISORGIMENTO
GIA’ CELEBRATO CON IL 150 ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA
QUESTO NOSTRO IMPEGNO DEVE SOPRATTUTTO METTERE IN RISALTOIL PRIMATO STORICO DELLE FORZE ARMATE COME PREROGATIVA PRINCIPALE
DEL PRIMO E DEL SECONDO RISORGIMENTO
PERCHE’
NEL PRIMO LE FORZE ARMATE  HANNO UNIFICATO L’ITALIA,
NEL SECONDO CON LA LOTTA AL NAZIFASCISMO HANNO RISPRISTINATO
IL TRINOMIO LIBERTA’-UNITA’-INDIPENDENZA
CONSACRATO NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA.

IL CONSIGLIO NAZIONALE,
AUSPICA ALTRESI,
 CHE LE CITTA’ ITALIANE MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILIRARE E CIVILE
PENDANO PARTE CON I LORO SINDACI E CITTADINI
ALLA RIEVOCAZIONE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
IN SOLIDALE SINTONIA CON I COMBATTENTI CHE HANNO LIBERATO
QUELLE CITTA’ MARTIRI DELLA CAMPAGNA 1943-1945
E’ IL CONSIGLIO SALUTA OGGI IL SINDACO DI MIGNANO MONTELUNGO
CAMPO DI BATTAGLIA DEL I RAGGRUPPAMENTO MOTORIZZATO
NOSTRO GRADITO OSPITE AL CONVEGNO DI CHIACIANO

IL CONSIGLIO NAZIONALE,
ESPRIME 
LA SUA FIDUCIA NELLA VIVA DEDIZIONE DI TUTTI
I SOCI A COOPERARE ANCHE CON LA NOSTRA FONDAZIONE,
 IL SODALIZIO PERMANENTE
NEL QUALE ESSI POTRANNO E VORRANNO CONFLUIRE PER CONTINUARE
 LE NOSTRE OPERE DI VALORIZZAZIONE
DELLA CAMPAGNA DI LIBERAZIONE DEL NOSTRO PAESE ED

AUSPICA
INFINE CHE OGNI SFORZO VENGA COMPIUTO
PER CORROBORARE LA NOSTRARIVISTA
“IL SECONDO RISOGIMENTO D’ITALIA”
CHE SOPRATTUTTO NEL 70° ANNIVERSARIO
DELLA VITTORIA UL NAZIFASCISMO
CONTINUERA’ AD ILLUSTRARE
COME NOSTRO PORTUALE CULTURALE
MOMENTI SALIENTI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE.
L’ASSEMBLEA APPROVA CONUN APPLAUSO
 Si riparte a qui. Da questa mozione finale di un Consiglio che ha visto nella Associazione, nel momento del rinnovo delle Cariche associative, situazioni riverberanti la crisi che la nostra società sta attraversando, convinti sempre più che se ci si impegna nei microcosmi, di lavoro, di svago associativi, si contribuisce nel concreto a far risalire la china i cui siamo caduti

Può sembrare presuntuoso affidare ad un libro un compito di tale portata, ma nel momento attuale questa è la situazione ed occorre, quindi, accettiarlo.

Questo volume, vuole essere il segno di apertura verso i Giovani, speranza e futuro della nostra società, vuole andare  a contrasto con questa situazione di crisi etica, morale e situazionale. Quei giovani, e la il disagio giovanile è sotto gli occhi di tutti, che stentano ad avere una loro indipendenza economica, stentano ad avere un lavoro stabile, arrivano a metà della vita ancora in situazioni di precariato, in pratica hanno un futuro incerto e difficile

 Il Progetto Storia in Laboratorio, che da oltre dieci anni opera nell’ambito e con il sostegno della  Associazione sia utile e proficuo per gli studenti sia quelli che né vengono coinvolti sia quelli che,in modo occasionale, ne sono partecipi.

Si è ormai constatato che le nuove generazioni hanno bisogno di aiuto Le nostre scuole superiori, oggi, non riescono, per vari motivi, che in questa sede non è il caso di elencare, non sono più i luoghi ove si forma la base istruttiva ed educativa per affrontare la vita ed il mondo del lavoro, ma semplici luoghi di intrattenimento ove in una deriva sempre più involutiva.

Ben vengono, dunque, libri come questo, che sono una tangibile prova di come chi vuole dare un segno tangibile del proprio impegno e della propria coerenza argomentativa, in un quadro come quello del Progetto Storia in Laboratorio, che rappresenta il veicolo di come i desideri e gli auspici, declamati in vari contesti, trovano la realizzazione concreta.


Prossimo volume

N.13 
Diana Fotia
          Terrorismo….per non addetti ai lavori*
Nel mese di maggio 2012 uscirà, presso la casa Editrice Nuova Cultura, Roma, il volume n. 13 della Collana Storia in Laboratorio dedicato al Terrorismo.
Si riporta la presentazione di detto volume, emersa all'indomani della conclusione dei lavori del Consiglio Nazionale della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, che auspica un ulteriiore impegno e potenziamento verso i givani nel diffondere i valori della Guerra di Liberazione e, sopratutto, l'appoggio al loro percorso culturale e professionale che detti valori devono ispirare

Collana: aggiornamento titolo a maggio 2012

N. 1  Edoardo Giorni di Vistarono, Alessandro Cicogna Mozzoni.
        Umberto Utili, un generale scomodo.  2008

N. 2  Massimo Coltrinari
         L’8 settembre in Albania
         La crisi armistiziale tra impotenza, errori ed eroismo. 8 settembre- 7 ottobre 1943.  2009

N. 3 Massimo Coltrinari, Laura Coltrinari
         La ricostruzione e lo studio di un avvenimento storico militare. 2009

N. 4  Massimo Coltrinari, Paolo Colombo
         La Divisione “Perugia”
         Dalla tragedia all’Oblio. Albania 8 settembre -3 ottobre 1943.   2009

N. 5  Massimo Coltrinari,
         Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo. 18 settembre 1860., 2009

N. 6  Giorgio Prinzi, Massimo Coltrinari
         Salvare il Salvabile
         La crisi armistiziale dell’8 settembre 1943: per gli Italiani, il momento delle scelte, 2010

N. 7  Pierivo Facchini
        La campagna di Tunisia. 1942-1943  2010

N. 8   Massimo Coltrinari,
         L’investimento e la presa di Ancona.*
        La conclusione della campagna di annessione delle Marche 20 settembre – 8 ottobre 1860, 2010

N.9  Nicola della Volpe
        I Militari nella Guerra Partigiana (1943-1945)*

N.10 Massimo Coltrinari
         La guerra di Liberazione: Una guerra su cinque fronti*  

N.11 Massimo Coltrinari
        L’ultima difesa pontifica di Ancona.*
        7 settembre – 3 ottobre 1860

N.12  Massimo Coltrinari
         Cialdini era in Osimo
         Riflessioni tecnico tattiche sugli eventi del settembre 1860 nelle Marche.*
    
N.13  Diana Fotia
          Terrorismo….per non addetti ai lavori*

N.14 M. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica
         La guerra Italiana all’URSS – 1941-1943
         Vol. 1

 N.15 M. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica*
         La prigionia in mano all’URSS – 1941-1954
         Vol. II

N.16 Massimo. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica
         La guerra Italiana all’URSS.1941-1943. L’Occupazione*
         Vol. III

 N.17 Massimo. Coltrinari.
         I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica*
         La guerra italiana all’URSS – 1941-143: La Memoria*
         Vol. IV

N.18 Francesca Romana Lenzi.
         L’Italia in Alta Slesia. (1919-1922)
        Aspetti Storici e militari nei documenti dell’Archivio storico dello Stato Maggiore dell’esercito

N.19 Massimo Morroni.
         Il Cielo. Istruzioni per l’uso*

       




* in preparazione


giovedì 23 febbraio 2012

Borse di Studio

Si danno informazioni circa le borse di studio frutto dell'accordo tra EMUNI ed INPDAP.

Tale accordo tra Emuni University (www.emuni.si), Università Euromediterranea con sede in Portorose con cui collaboro ed INPDAP ha permesso di identificare undici master tenuti da Università e/o istituzioni partner di Emuni, rispetto ai quali sono state messe a bando da INPDAP 79 borse di studio.

Parte di queste borse di studio sono state già assegnate, in virtù del fatto che alcuni di questi master hanno già avuto inizio, mentre vi sono ancora 18 borse di studio per le quali è possibile concorrere.

I potenziali beneficiari delle borse di studio sono individuati da INPDAP come segue:

"..dipendenti dell'INPDAP, dipendenti della pubblica amministrazione, iscriti all'INPDAP, figli e orfani di dipendenti della pubblica amministrazione, iscritti all'INPDAP e figli e orfani di pensionati INPDAP"







I suddetti qualora interessati a concorrere all'assegnazione delle borse di studio dovranno fare apposita domanda ad EMUNI secondo le modalità previste alla presente pagina:

http://www.emuni.si/en/strani/444/Master-I.N.P.D.A.P.-Certificated.html







Allo stesso modo dovranno fare analoga domanda ad INPDAP secondo le modalità previste alla seguente pagina:

http://www.inpdap.gov.it/wps/wcm/connect/Internet/internet/inpdap/concorsiegare/concorsi/bandinuovi/bando631concorso/contenutocontenuto631concorso





Nello specifico segnalo, che le 18 borse di studio ancora da assegnare, riguardano tre master del Politecnico di Studi Aziendali I.S.S.E.A di Lugano, che si caratterizzano per una modalità di fruizione principalmente a distanza ed in minor misura "in presenza".

Relativamente a questi tre master, trova a seguire i link dei tre master di cui sopra:



http://www.unipsa.ch/disi/master_counselling_aziendale.html







http://www.unipsa.ch/disi/master_of_tourism_management.html





http://www.unipsa.ch/disi/master_in_giornalismo_nuovi_media.html









RingraziandoLa per l'attenzione colgo l'occasione per porgerLe distinti saluti.





Paolo Gardenghi

lunedì 30 gennaio 2012

Sleeping with the Enemy

The evolution of British Army’s relationship with the Media on Operation GRAPPLE 1 & 2.



Major J Lee Smart BSc Arch R SIGNALS

“Four hostile newspapers are more to be feared than a thousand bayonets.” Napoleon Bonaparte


It is commonly said that history, and therefore societies’ perception of it, is usually written by the victors. The speed and ubiquity of modern communications and the mass media today means that more often than not, history is now being made by societies’ perception itself; right or wrong. The defeat of America in Vietnam, in spite of the US Military’s record of never having lost a battle there, has become the iconic example. Their Military’s natural mistrust of the media, based on the urge to maintain operational security, was further vindicated by the media’s apparently unpatriotic and separate agenda to that of the Administration. This conceivably ultimately led to America’s humiliation and the ultimate fall of the South Vietnamese regime in Saigon in 1975. Live television pictures of America’s last act there with the scrambled evacuation of the US Embassy serving to underline the point.



“Vietnam was the first war ever fought without censorship. Without censorship, things can get terribly confused in the public mind”.



In October 1992, I deployed as a Captain with the lead elements of the 1 Cheshire (22nd Foot) Battalion Battle-group to Bosnia as the Staff Officer Grade 3 Public Information (SO3 P Info) in the capacities of Press Advisor, Public Spokesman and Press Escort. Although subordinate to a Senior Major, by dint of enthusiasm and the fact that I was the only member who carried an assault rifle, I elected myself also to the dubious role of Press Protection Officer.



At that time, recent British Military experience of the Media was mostly based on the troubles in Northern Ireland and the Falklands War in 1982. In the Falklands campaign there were allegations made of compromising reports sent by embedded journalists which tipped off the Argentine planners to British plans, such as the attack on Goose Green, and the inadequacies of their own equipments like the failure of Argentine bombs to detonate against the Royal Navy’s warships due to the low altitude of their release and the long arming settings of the fuses. Since then the British military and the press have seen highs and lows in their relationship as it has evolved through the operations that followed: 1st Gulf War, Bosnia, Kosovo, Sierra Leone, Iraq and now Afghanistan. Of all of them, Bosnia’s 4- year civil war and the British Army’s involvement in Operation GRAPPLE as part of the United Nations Protection Force (UNPROFOR) and then NATO’s Dayton Agreement Implementation Force (IFOR) probably provided the most tumultuous of periods.



The aim of this article is to detail the constant elements of the military media relationship and, combining with personal experiences as a Public Information Officer during the first British deployments to Bosnia i Herzogovina in 1992/93 as well as my impressions from subsequent operations with NATO’s IFOR in Bosnia and Kosovo, Iraq and the Middle East, to offer personal insight and perspective on this perpetual and dynamic challenge.



There are actually two important different elements to the Media: The message and the messenger. One is the actual information itself, good and bad, subject as it is to delays, distortion and interpretation. Its veracity and presentation has potential to influence operations either through morale, public opinion or its legitimacy and subsequent consequences.

The second but equally important element is the Media through which the information is often sourced, then perceived, filtered and frequently manipulated – either by the journalist themselves, their editors or other interested parties. This is a major source of the distrust between the military and the media, but, with the exception of cases of downright perfidy and spin, the media cannot be blamed; they are merely the conduit for the news.



Whilst the ‘honeymoon’ period and positive reporting of the first Gulf War in 1991 provided some mutual appreciation between journalist and soldier, there had been sufficient sensationalist incidents and ‘near-misses’ in the coverage to ensure that the Ministry of Defence remained extremely wary of the media and cagey in its dealings with them. Georges Clemenceau the French Prime Minister during the First World War famously said that “War is too serious a matter to entrust to military men”. It has also been said by another wit that “Journalism also, is too serious a matter to be left just to the journalists”. Ironically Clemenceau had been a journalist before taking up politics.



The Gulf experience resulted in an expansion of the Public Information Department (P Info), which mostly consisted of Civil Servants, some with a limited media background, to vet, control and manage the news and facilities being provided to the media by the MOD. There was also a pool of trained officers with journalistic backgrounds who were part-time members of the Territorial Army, known as TAPIOs but this has mostly been superseded by regular officers in permanent posts within field units. Today in field units this staff branch is referred to as G3 Media Operations (Media Ops).



These MOD P Info officers were intended to provide news products, including news releases, background briefings, photographs and some video. This gift was presumed to negate the need to provide the facility to embed too many journalists in missions and provide some air-gap between journalists and soldiers, events and reporting, and perhaps allowing some time between to massage the message.



However, in conflict it is neither appropriate nor sensible for these civilians to provide the military’s interface with the press, particularly in a combat zone where the protection of these untrained civilians can become an unnecessary liability. Journalists want to talk to the man at the top; the commander himself- failing that, a suitable subordinate. Whilst most officers now are given some Media Ops training, better trained officers are provided as Media Ops Officers to be the main point of contact, public spokesman and media advisor to the commander. In addition the Combat Camera Teams, trained Unit Photographers and Divisional P Info/Media Ops SO2’s provided for the normal peace-time capability.

I found that the journalists themselves were cynical and distrustful of the Civilian P Info Officers and the TAPIOs, considering them “poachers turned gamekeepers”. Surprisingly, despite often anti-military or sometimes even pacifist sentiments, the journalists I met seemed to have considerable respect for the abilities of our military press officers, both for their subject matter knowledge and the willingness to be frank and succinct when operational security allows. Perhaps the officers’ better access to soldiers also counts here as the soldiers themselves never afforded the Civilian P Info staff the same trust or authority as they do the military Media Ops officers. This task requires dynamic, intelligent and impressive individuals – the difficulty is ensuring that commanders understand this and free up their more capable officers to undertake this task. This is more difficult when the lure of operations and combat itself can denude the availability or willingness of the appropriate characters.



Throughout the autumn of 1992, the world’s media were baying for the UN to take positive action and intervene in the conflict; its response was typically late, limited and lackadaisical: It consisted of a UN military Observer group which was essentially limited to counting shells fired and violations of a hundred ceasefires that normally were broken before the ink was dry on the paper, and a force of UN protection troops from various nations. This main deployment was 14,000 UNPROFOR troops, with light armour and no fire support, whose mandate directive was solely to provide protection of the UN and NGO activities providing food and supplies to the refugees. This was instead of the advised requirement of 60,000 troops.



The British Army’s perception was somewhat different from that of the majority of nations in UNPROFOR. We believed that little or nothing of value towards peace or saving lives would be achieved by strictly applying the limited directives of our UN mission and failing to apply the sort of referee diplomacy that is needed to persuade disengagement of the warring factions. Peacekeepers should be diplomats who through friendly, though persistent pressure can attempt to perhaps persuade the belligerents firstly of the ultimately futile use of force to achieve their ends, but also, more importantly, their need to properly and strictly apply the international conventions in safeguarding innocent civilians and avoiding collateral damage.



The inadequacies of our UN mandate had been glaringly exposed the first frustrating week in theatre. With our apparent impotence in front of the dramatic collapse of the Jayce siege and its subsequent flood of refugees into Travnic and the Lashva Valley, the commander of the first British Battle-group in central Bosnia, Lieutenant Colonel Bob Stewart quickly decided to apply “mission command” to identify the un-stated but “implied tasks” in our mission. He considered that we would be unable to fulfil our mission of protecting the relief and evacuation convoys through the current dangerous conditions of conflict zone. He determined that facilitating negotiations between the warring parties to broker ceasefires and then providing some elements of military protection to act as guarantors of any ceasefire was such an implied task. The Battle-group then set about trying to get between the warring factions, often literally, in our heavily armoured Warrior Infantry Fighting Vehicles with their Chobham armour almost impervious to the Yugoslav weaponry. The pro-active actions of the British Troops then attracted even more of the journalist posse normally encamped in Sarajevo into our sector.



They came with an almost insatiable demand for information, news and images. Unlike the desert war or in the distant Falklands, The media are now almost completely autonomous in their ability to reach conflict zones. No longer reliant on logistic support from the military, often operating now in Afghanistan and Iraq with private and heavily armed security companies to provide personal protection, the military are less able to barter logistics or protection in exchange for ‘good copy’ or submission to some censorship.



In normal military considerations some individual elements within the press can easily be considered as ‘enemy forces’, others as a ‘fifth column’. However, the Media itself is a broad church which includes as many ‘friendly forces’ and opportunities. The importance of the message and the danger to the mission of adverse news means that the media, in its entirety, should be given serious consideration in every phase of operations; in planning, conduct and even post-operational activities.



When I had first arrived up country into Bosnia, P Info had already been relegated to a supporting role at the end of the daily operational briefing session. But within the first week an SO2 Media Ops officer; Major Andrew Venus, was brought over from the Operation HAMPTON effort in Croatia to for a month to provide his experience to the Battle-group before taking redundancy from the Army. Having been almost constantly on operations as a media officer since the Gulf war, in Kuwait, Northern Iraq, Croatia and now Bosnia, Major Venus was content to be blunt in his advice to Lieutenant Colonel Stewart; He sternly warned “this will not be about your military operational prowess; you will succeed or fail on how you are perceived in the media”. The next day P Info was item three on the daily agenda after G2 Intelligence picture and the G3 Operational situation, and it stayed that way with the Media Ops in the forefront of everything we did. Our relationship with the Press, in spite of the odd hiccup, reached a zenith in the subsequent months.



In Bosnia, denuded of the option for full intelligence due to the UN’s policy, much of our information was garnered from the Journalists themselves. This information was hard come by. Often taking many risks in the pursuit of their stories, 78 journalist had been killed in Yugoslavia by 1994 with many more injured. With hordes of them free-roaming around the country, they provided a useful return flow of information on the movement of the fighting, frontlines, refugees, minefields, danger-zones and incidents. All of which they happily traded with me. Our P Info house, outside of the military base and furnished with the latest maps detailing this collated information, deliberately provided a comfortable briefing facility with up-to date safety information. It was a secure place for them to relax, and exchange views, opinions, confirm news and details, ensuring that media ops were able to pass this useful information back to the operations and intelligence cells in the Battle-group HQ.



The one advantage of Op GRAPPLE being a UN operation was that the UN does not ‘do’ secrecy, and so transparency is paramount. The normal contest between the military’s requirement for operational security and the journalist’s perceived duty to inform the public without restrictions was never an issue here with one small exception; that of reporting and images of UK military casualties. These days, the majority of the world’s media now understands the basic requirement not to name a casualty before the MOD has been able to inform their Next of Kin. This includes the delayed broadcast of such images - although with live television this is not always possible.



On the occasions that we suffered fatalities and injury, the Journalists’ behaviour was both sensitive and professional throughout. Ironically this was best displayed when my team partner, Army photographer Staff Sergeant Peter Bristo was shot in the head, beside me on the frontline at Turbe during an operation to provide protection for refugees crossing the minefields on 6th April 1993. The ITN News camera team who had been filming the operation under my protection caught the incident on film but immediately put the camera down, continuing only when it was obvious that the head wound was not fatal, and at SSgt Bristo’s insistence. Gentlemen’s agreements aside, this only delays the inevitable. Pictures of casualties will run; although the British media are aware that certain images would not be tolerated by the British public, in other countries audiences are less sensitive to British casualties and perhaps more demanding for these types of images. All Media organisations sell their product on the international market so it will appear somewhere.



Aside from furnishing the world’s media with product to tell the story to the world, just as important is the distribution of information to the local population within the conflict zone; civilians and belligerents alike. Of paramount importance was the need to ensure that they all understood our proper role in the situation, managing aspirations and ensuring that the UN were permitted to conduct their tasks unhindered.



It became vital to provide information by whatever means possible. Yugoslavia had been a communist state with heavily censored state media. But with the breakdown of the state, the absence of any credible central news agency created an information vacuum which was quickly and eagerly exploited by the local militia and sectarian leaders to turn information, or more importantly the lack of true information, into a propaganda tool. I was constantly amazed at the willingness of people to believe the wildest rumours and conspiracy theories and yet cynically dismiss the smallest truths with an incredible pessimism. Compared to the opportunists and criminals involved in these conflicts, the UN seems naïve and embarrassingly inexpert in both the positive use of information and combating the disinformation, propaganda and rumour that abounds.



Equally amazing was the ingenuity with which the locals adapted and improvised their information conduits. One day I was surprised by a door-step request from a self-proclaimed local journalist to give him $10,000 to buy him equipment for a radio station. He proudly showed me their home-built television transmitter consisting of a domestic VHS player, connected to a Hi-Fi amplifier to transmit a television smorgasbord of programmes from satellite television, video tapes and live broadcasts using a video camera connected into the VHS player. Unfortunately I didn’t have the money to help him but fortunately as a Royal Signals Officer, ably assisted by a competent Army technician, we were able to maximise the fidelity of the signal and extend their range from 4 kms to 15kms so providing the whole town and local villages with a news service. In return they provided the UN with regular air-time to broadcast news articles which could ensure that the population received unexpurgated information regarding the current situation. Within two months this ad-hoc arrangement had been extended to 6 other localities and stations, both Muslim and Croat, with recordings of the broadcasts provided to Serb stations for similar use, although in my time we were never able to verify if these were being transmitted.



The impartial provision of information, by the UK Battle-group in particular, acted to bolster UNPROFOR’s image as impartial and unbiased in the minds of the bulk of the population. The omnipresent danger is that pro-active provision of information can often be derided as propaganda, psychological warfare or something more ominous. But without information the benefits brought by the peace-keepers were lost on the population and the loss of support of the population to the UN mission can be devastating as the failure of the UN mission in Somalia so clearly demonstrated. Wisely used, all these means can be an ideal way to pull the rug from under the feet of even the most convincing of the more perfidious or deceitful belligerents.



However, conscious that I had begun dabbling in things beyond my training, in May 93 I drafted a paper to the UN HQ advocating the need for provision of professional propaganda and psychological operations officers to take over and run a fully-joined up broadcasting effort. The UN’s Yemeni head of P Info response was; “You’re all we’ve got! – carry on with the good work”.

An example of how even the best professionals can be usurped in this field was given to me in 1996 when I was shown the graphics for the ‘Mir’ (Peace) newspaper’s theme ‘Peace is in your hands’ showing a dove fly up out of a pair of hands, palms upwards. The paper was produced by the US Psychological Operations Battalion in the ARRC Headquarters who were mortified when I suggested that a Serb might antagonistically misinterpret this image as implying ‘peace comes from Muslim prayer’. They had naively contracted the artwork out to a design studio in Zagreb, Croatia.



Aeschylus, the Greek tragic dramatist (525 BC - 456 BC) is attributed with the saying, “in War, the first casualty is truth”. But the truth always remains to be discovered. It is perspective that is truly the first casualty, and when that’s gone, truth like many other virtues including compassion, reason, and tolerance are relegated as inconveniences to expediency and spin. Even with the truth in evidence, there are many obstacles, particularly editorial selectivity, in the passage of ‘ground truth’ to becoming news.



With the huge increase in 24 hours news channels, the media had become a massive commercial contest with a voracious appetite for new news. The proliferation of news organisations has led to events being swamped by media of all shapes and sizes from the huge corporations and professional teams down to the private individual or enthusiast sneaking about with his sony cam-corder who believes getting one ‘exclusive’ will seal his entry into a glittering career of journalism or a huge payout from a news company. On occasions they can outnumber the participants. In April 92 during the aftermath of the Ahmici massacres there were twice as many journalists as we had soldiers vying to follow our patrols into the conflict zone.



Today, with communications technology available to journalist and citizen alike, particularly with the incredible power of the internet, the military cannot realistically consider secrecy and censorship to be a tenable method of operational security. The last decade has seen the traditional press and television media superseded to the point where media products are produced by citizens themselves, sometimes and increasingly even by individual soldiers during the heat of battle. Except in the most isolated incidents, the opportunity to vet and censor news has now been almost completely lost; even the ‘Great Firewall of China’ with its reputed 50,000 Internet police could not stop the images of the Tibetan riots reaching the world in 2008.



We in the military have had to understand and learn to how to cope with this phenomenon. The US Military Field manual FM 100-5 on media operations states: The importance of understanding the immediacy of the impact of raw television coverage is not so that commanders can control it, but so they can anticipate adjustments to their operations and plans. In October 1992 my introduction to the media coincided with a significant change in the UK military’s relationship with the media. For the most part it was a positive relationship with the Army and the professional journalist working togeether with respect for each others requirements. Much of that can be attributed to Major Venus’ brief influence and on the attitude of the Officers and men of the 1st Battalion Cheshire Regiment Battle-group who took part in Operation GRAPPLE under Lieutenant Colonel Bob Stewart. The British Army has learned some of the lessons and although ninety five percent of articles can be glowing we still torture ourselves over the five percent of criticism. And so we should.

L'articolo è stato pubblicato sul N. 4 del 2011 della Rivista Il Secondo Risorgimento d'Italia,
disponibilie on line al sito
 all'indirizzo entra/attività editoriale/rivista/indici
per informazioni:

Attività della Perigeo Contatti

Sperando possa essere di interesse e con la preghiera di diffonderlo il più possibile allego il comunicato stampa a proposito del prosieguo delle attività della Perigeo come tramite tra le Autorità istituzionali e accademiche italiane e dello Stato somalo del Puntland (sul nostro sito al link http://www.perigeo.org/somalia-action-incontro-regione-abruzzo/)


Prosegue anche la nostra attività di accoglienza dei richiedenti asilo sfuggiti alla guerra di Libia. A questo proposito segnalo un servizio su di noi andato in onda sabato 15 gennaio su RaiUno nel programma Settegiorni. Il servizio è al minuto 35:00. http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-01-14&ch=1&v=103909&vd=2012-01-14&vc=1.

A presto per ulteriori aggiornamenti sulle nostre attività.


Alessandra Poggi


Dott.ssa Alessandra Poggi
Responsabile per le relazioni esterne e istituzionali, analista politica e press officer
Associazione Perigeo - International People Community Onlus (www.perigeo.org)
Tel. +39 3282617058, +39 3938829149  Fax +39 0733669332

lunedì 14 novembre 2011

Convegno Versailles. Una nuova Europa centro-orientale

Organizzazione: Antonello Battaglia, Giuseppe Motta
17 novembre 2011 ore 16.00

Aula A  Ex dipartimento di Storia Medievale II Piano Edificio Facoltà Lettere Città universitaria
Piazzale Aldo Moro, 516.00 Apertura

Programma


Indirizzi di saluto Luigi Frati, Rettore Sapienza Università di Roma

16.15 Prima sessione

Presiede Sergio Bertolissi, Università degli studi di Napoli L’Orientale

Giuseppe Motta
Vincitori e vinti. L'Europa del primo dopoguerra

Andrea Carteny
Il Congresso delle Nazionalità Oppresse di Roma

Alessandro Gionfrida
I delegati militari italiani nelle commissioni interalleate dell'immediato dopoguerra: profili istituzionali
e fonti archivistiche

Alessandro Vagnini
Rivoluzione e controrivoluzione in Ungheria

Francesco Randazzo
L’élite sovietica al potere tra guerra civile e questioni sociali

Antonello Battaglia
Il Dodecaneso e gli accordi di pace (1919-1923)

Alessandro Pistecchia
I rom nella Grande Romania interbellica

Alberto Becherelli
La questione nazionale croata nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni

17.45 Coffee Break

18.00 Seconda sessione

Francesca Romana Lenzi
International diplomacy and armed forces: Military missions abroad

Daniel Pommier Vincelli
The National question in Carinthia (1918-1920)

Mariam Chkhartishvili, Sopo Kadagishvili, Nato Songulashvili
The First Georgian Republic (1918-1921): Identity perspective

Radoslav Raspopović
The Importance of International Recognition in the Process of Formation os State and Legal Subjectivity
of Montenegro

Slavko Burzanović
Montenegro in the foreign policy of Italy (1860-1923)

Interventi

S. Barbieri, Università di Bologna
S. Bianchini, Università di Bologna
M. Bitunjac, Università Humboldt di Berlino
M. Chkhartishvili, Università di Tbilisi
F. Dante, Sapienza, Università di Roma
E. Dumitru, Università di Bucarest
L. Grassi, Università di Milano
G. Platania, Università di Viterbo
S. Segnalini, Sapienza Università di Roma
L. Sestan, Università di Napoli
R. Sinigaglia, Università di Genova
N. Songulashvili, Università di Tbilisi

venerdì 11 novembre 2011

Studenti in visita a Colle Regnano

Lunedì 7 novembre gli studenti dell’Università di Macerata hanno visitato l’Agriturismo Colle Regnano di Tolentino nell’ambito del programma di studio di casi concreti del territorio marchigiano. Erano circa 30 che frequentano il corso di Marketing del turismo rurale di Scienze del Turismo, della facoltà di Scienze della Formazione, accompagnati dal docente prof. Alessio Cavicchi, provenienti dalle Marche, Abruzzo e Puglia, oltre che dalla Polonia, Spagna e Lettonia con il programma Erasmus (http://docenti.unimc.it/docenti/alessio-cavicchi/2011/marketing-del-! turismo-rurale-2011).


Lo scopo del corso è di fornire agli studenti una conoscenza delle iniziative di pianificazione e promozione di turismo rurale attraverso lezioni, esercitazioni, gruppi di lavoro e seminari.

La contitolare Patrizia Francioni ha illustrato con passione tutta l’attività dell’agriturismo fin dall’inizio del 2006, impostata come fattoria ecologica, attuando una politica di sviluppo e promozione del turismo sostenibile. Il casolare di metà ‘800, posizionato in mezzo a bellissime campagne maceratesi a metà strada tra Tolentino e San Ginesio, è stato infatti ristrutturato nel pieno rispetto dell’ambiente, con particolare attenzione alla qualità degli impianti, al risparmio energetico e delle risorse, alla corretta gestione dei rifiuti e all’uso di fonti rinnovabili, installando un impianto di pannelli fotovoltaici, uno solare termico e un sistema di recupero delle acque reflue! .

I ragazzi hanno visitato l’intera struttura con molto interesse, compreso il nuovo ristorante progettato in architettura bioclimatica, interamente costruito in legno e caratterizzato da fabbisogni di energia drasticamente ridotti rispetto lo standard, tali da rientrare nella classe energetica A. Sono rimasti favorevolmente sorpresi della tante iniziative dell’Agriturismo Colle Regnano, quale esempio di sviluppo sostenibile a 360 gradi che contribuisce a promuovere il turismo come principale stru! mento di salvaguardia del territorio, di recupero delle tradizioni e delle identità locali; in più il turismo sostenibile è un investimento per tutti: la popolazione, gli operatori, le amministrazioni locali, con benefici per tutti, compreso il turista.

Gli studenti hanno prestato attenzione alle problematiche relative alla gestione e alle certificazioni/premi, ponendo varie domande sull’agriturismo che è certificato dai marchi di qualità ambientale Legambiente Turismo, EcoWorldHotel, Agriturismi bio-ecologici AIAB, Eco-bio turismo ICEA e RET-MC Rete Ecoturistica Macerata.

Il prof. Cavicchi si è complimentato per l’attenzione alla sostenibilità ambientale ed energetica che ha portato Colle Regnano a ricevere nel 2008 il premio nazionale “Bandiera Verde Agricoltura” e Legambiente Turismo; nel 2009 è stato selezionato come finalista per l’Oscar Green, il premio nazionale per l’innovazione in agricoltura promosso da Coldiretti Giovani, nella categoria “Energia per il futuro”. Nel 2010 gli è stato riconosciuto il Premio Terranostra come “virtuoso caso aziendale” e Turismo Responsabile Italiano da Skal International; premiato con il Marchio di Qualità “Ospitalità Italiana” sia nel 2010 che ne! l 2011.

Agriturismo Colle Regnano riserva attenzione alla tutela dei paesaggi, della cultura e delle tradizioni e si caratterizza sia come “fattoria ecologica” che come “fattoria didattica”; svolge attività ricreative e culturali, corsi di artigianato della ceramica, pittura, scultura e incisione, degustazioni vino e corsi cottura pane nel vecchio forno a legna, laboratorio dimostrazioni dei prodotti tipici e riscoperta della tradizione rurale.

AGRITURISMO COLLE REGNANO di Mucci Giorgina
C.da Casadicristo, 11 - 62029 TOLENTINO (MC) - Tel./Fax 0733.967691 - Cell. 335.1278072
agruiturismo@colleregnano.it - www.colleregnano.it

domenica 18 settembre 2011

Istituto Colomba Antonietti Roma Giornata della memoria 27 gennaio 2011

Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici
 e noi stessi

intervengono:

-Dott.ssa Fiorella Rathaus : testimone, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati)

Dott.ssa Pina Deiana : psicologa, psicoterapeuta.

-Claudio Damiani : poeta.



27/01/2011 Aula magna ore 9:00/12:00 Via delle vigne, 205/209





Daniela Bravi, docente

Gli alunni dell’Istituto Colomba Antonietti, ormai da alcuni anni, intervistano e ascoltano i nonni, i testimoni sopravvissuti ai lager, gli anziani che vivono vicino a loro nel quartiere, nel Centro anziani, e attraverso i racconti hanno conosciuto storie di guerra e di sofferenza, ricordi piccoli, a volte confusi, che hanno scritto sulle pagine di questa rivista, affinchè non venissero dimenticati, perché la scrittura rende vivo ed eterno il ricordo.

Per questo motivo, ma anche per trovare una via di salvezza, per rendere meno straziante il dolore, molti di coloro che hanno conosciuto la deportazione e l’internamento nei lager hanno voluto scrivere la loro storia e grazie a quelle memorie noi, oggi, sappiamo. Così è stato per P. Levi che in “Se questo è un uomo” scrive che “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto (…) il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”, il libro fu scritto “nel giro di pochi mesi” tanto i ricordi gli “bruciavano dentro”.

Il ricordo che diventa letteratura e poesia non sarà dimenticato e Omero “il sacro vate, placando quello afflitte alme col canto,/ i Prenci Argivi eternerà per quante/ abbraccia terre il gran Padre Oceano” ed Ettore avrà “onore di pianti (…) finchè il sole risplenderà su le sciagure umane” (U. Foscolo, I Sepolcri).

Anche un grande poeta del Novecento, G. Ungaretti, nella poesia In Memoria riflette sul valore della poesia stessa. I suoi versi raccontano l’amicizia con Moammed Sceab, con il quale si ritroverà a Parigi; entrambi soffrono perché “in nessuna parte di terra” riescono a sentirsi a casa, ma se Ungaretti troverà nella poesia la forza di superare il dolore, Moammed “non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono” e per questo si tolse la vita.

Di tutto questo abbiamo parlato il 27 gennaio con gli studenti della Colomba Antonietti e con gli ospiti intervenuti alla Giornata della memoria: la dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del Consiglio italiano dei rifugiati; la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta; il signor Claudio Damiani, poeta.

I nostri alunni hanno partecipato attivamente intervenendo con letture e riflessioni sul tema della Memoria e la scrittura: ve ne proponiamo alcune.



Riflessione sulla Giornata della Memoria.

Veronica Lustri

Come tutti gli anni, la nostra scuola ha organizzato un incontro in occasione del Giorno della Memoria.

“Scrivendo salviamo le nostre radici e noi stessi”: questo era il tema della nostra Giornata.

Proprio questa frase ha portato me, come il resto degli alunni, a riflettere sull’importanza della scrittura, che ha una funzione fondamentale soprattutto per quanto riguarda la Shoah: il dovere di non dimenticare e di sensibilizzare le generazioni più giovani a vigilare perché l’uomo non torni ad essere una bestia.

L’incontro è iniziato con la visione di un filmato nel quale dei testimoni dell’Olocausto raccontavano le loro storie; tra questi ricordo Lia Levi e il signor Mieli, entrambi venuti già in passato nella nostra scuola come ospiti; ciò che mi ha colpito di più in questo video è stato il ricordo della signora Springer, tornata ad Auschwitz per testimoniare, nel campo di concentramento dove era prigioniera durante la Seconda guerra mondiale.

La signora , osservando quegli ambienti, ricorda come lei e gli altri deportati fossero costretti a vivere in condizioni tragiche, privati non solo dei loro vestiti, ma anche della loro dignità.

Dopo il video, l’incontro è proseguito con l’arrivo di tre importanti ospiti: la Dott.essa Fiorella Rathaus, la Dott.essa Pina Deiana e il poeta Claudio Damiani.

La signora Rathaus lavora presso il C.I.R, Consiglio Italiano per i Rifugiati (ONLUS).

La dottoressa ci ha parlato dei rifugiati, che sono persone in pericolo poiché costrette a fuggire dal proprio paese per un fondato timore di persecuzione per motivi etnici,politici, di nazionalità, religione, gruppo sociale di appartenenza.

Il rifugiato, infatti , non sceglie di spostarsi alla ricerca di una qualità di vita migliore, ma è costretto ad abbandonare la sua casa e a trovare protezione fuori dal proprio paese; analogamente è avvenuto al popolo ebraico.

Dopo la presentazione delle due ospiti, le classi quarta e quinta del liceo scientifico tecnologico hanno letto alcuni brani tratti da libri sulla Shoah, ad esempio “Se questo è un uomo” di Primo Levi e hanno elaborato ed esposto le riflessioni riguardanti il tema della giornata: la scrittura e la Memoria.

Di rilevante importanza è stata la presenza del poeta Claudio Damiani, il quale ha scritto numerose poesie che sono state lette da alcuni alunni delle classi prime della nostra scuola.

Il signor Damiani , come metafora per indicare la guerra, ha utilizzato un elemento naturale: il fuoco, che si accende da una piccola scintilla diventando poi un grande incendio.

Per concludere la professoressa Lorenzini ha letto la testimonianza di suo padre, anche lui vittima di quella storia dove il peggior nemico dell’uomo fu l’uomo stesso!







“La memoria attraverso la scrittura”



Elisa Agnoni





Oggi 27 gennaio 2011 celebriamo, come ormai da molti anni, la giornata della memoria, istituita per non dimenticare la Shoah e tutte le vittime dei crimini nazisti. Celebrare questa giornata è fondamentale affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo. Quest'anno abbiamo deciso di riflettere su un tema particolare, ovvero la scrittura, grazie al quale gli uomini nella storia riescono a comunicare fatti accaduti, emozioni provate e a consentire di non abbandonare mai il ricordo di eventi che hanno lasciato una profonda cicatrice nel nostro passato e che ancora oggi permane nei nostri cuori.

La Giornata ha avuto inizio con la visione di un video nel quale vi erano le dure testimonianze di persone che hanno vissuto direttamente gli eventi tragici di quegli anni e sono state costrette ad assistere alla morte delle loro persone care e a soffrire fame e freddo durante le atroci deportazioni nei campi di sterminio nazisti. Tra queste vi era la signora Springer, che tornando nei luoghi dove aveva vissuto il dolore e la disperazione e dove i tedeschi imponevano il loro rigido controllo, riporta alla luce ricordi terribili del suo passato i quali, anche se a distanza di molto tempo, ancora sono stampati perfettamente nella sua memoria. Appena varca la soglia di quel luogo e si addentra in quelle buie camere dove tutti gli ebrei stavano raccolti in attesa della loro fine, nei suoi occhi si riflette una forte emozione e sul suo viso scendono lente e profonde lacrime di tristezza e di disprezzo verso chi ha commesso l'orrendo delitto di condurre gli uomini verso la loro demolizione. Un'altra persona presente nel video era il signor Mieli che ha ricordato la sua esperienza personale da deportato e ha rammentato ai giovani presenti durante il suo racconto che la loro grande fortuna è quella di vivere felici e spensierati accanto alle persone amate, senza essere costretti a conservare il ricordo atroce di un passato incancellabile. Per questo non bisogna mai smettere di comprendere quanto la nostra vita sia preziosa e vada vissuta sempre restando accanto a coloro che amiamo, anche perchè bisogna pensare a chi nella sua infanzia ha desiderato farlo e non ha potuto. Anche nelle sue lacrime ho ritrovato sentimenti indescrivibili, di forte dolore e di commozione al solo pensiero di essere lì a parlare in prima persona di questo evento accaduto, mentre molti altri, suoi amici o suoi famigliari o semplici conoscenti, non ci sono più perchè lì in quei campi di sterminio hanno lasciato la loro vita.

La giornata prosegue con un intervento da parte della dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta. Anche loro hanno raccontato la loro esperienza personale lavorativa e hanno esposto i loro commenti su questa giornata. La signora Rathaus a riguardo ha espresso un pensiero che mi ha colpito molto, ovvero ha pronunciato questa frase: “L'olocausto della vita non finisce mai”. Questa affermazione molto forte mi ha trasmesso sia qualcosa di positivo che qualcosa di negativo. Positivo perchè in effetti, se riflettiamo a lungo, arriviamo a concludere che la deportazione degli ebrei nei Lager non è stata e non sarà l'unica tragedia che il nostro mondo sarà costretto ad affrontare, perchè purtroppo la vita è anche questo, un insieme di momenti felici ma anche di eventi dolorosi e tragici in cui l'uomo deve proiettarsi. Ma allo stesso tempo la ritengo una frase troppo pessimista perchè se l'uomo continua ad avere questi pensieri negativi nei confronti di tutto ciò che lo circonda, non riuscirà mai a prendere il controllo della situazione e a far sì che tutte queste terribili atrocità non si ripetano mai più. Un uomo deve riflettere sul suo passato per non dimenticare, per mantenere vivo il ricordo, ma soprattutto deve conoscere il passato anche per evitare che gli errori si ripetano nel tempo. La dott.ssa Deiana invece ha parlato soprattutto del tema della scrittura che, come abbiamo annunciato all'apertura della giornata, permette di salvare le nostre radici e noi stessi. A riguardo noi ragazzi quest'anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, in seguito al suo ritorno dal campo di sterminio di Auschwitz. In particolare di questo testo mi ha colpito molto la grande capacità di Levi di descrivere, nei minimi dettagli, la realtà orrenda che lo circondava e ciò ha permesso a noi lettori di comprendere ancor di più alcuni aspetti particolari e profondi della vita delle persone all'interno dei Lager. La descrizione della fame e del freddo, del lavoro duro e delle notti insonni di milioni di persone colpevoli soltanto di appartenere ad un credo diverso e di essere nati in un momento sbagliato della storia. Bisogna pensare anche che persone come Levi, Mieli e quei pochi altri che sono riusciti a fare ritorno nelle loro case, vivono con l'angoscia e la disperazione di chi porta avanti un peso insostenibile, di chi si sente in colpa e si chiede il motivo per il quale il destino ha salvato proprio lui e magari non un bambino ebreo che aveva tutti i diritti di vivere la sua vita. Anche questa è una condizione terribile, nessuno penso si augura di affrontare la sua esistenza in questo modo.

La giornata si conclude con la lettura di alcune poesie scritte dal poeta Claudio Damiani sul tema della guerra e due testimonianze, una del signor Lorenzini che ha vissuto, come tanti altri, quei momenti e che dopo tanto tempo è finalmente riuscito a raccontarli. L'altro racconto riguardava l'amicizia tra due ragazze, una delle quali è la mamma della Prof.ssa Laudenzi che, nonostante appartenessero ad una religione diversa rimarranno sempre unite e si completeranno l'un l'altra.

Tutte le persone del mondo sono uguali, anche se appartenenti a credi, abitudini e culture differenti, e soprattutto ognuna di loro ha il diritto inalienabile di vivere la propria vita serenamente accanto all'affetto di tutti i suoi cari, senza subire soprusi, ingiustizie, condanne e morte da chi si ritiene superiore.

Scrivere, ricordare, riflettere può aiutarci affinché il desiderio di vivere serenamente uniti e senza distinzioni si possa realizzare.



“Ricordare per non dimenticare”

Matteo Lucia

Il 27 Gennaio 2011 nella nostra scuola, in Aula magna, è stata celebrata la Giornata della memoria, per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e di tutti coloro che si sono opposti al nazi-fascismo. Anche se non era la prima volta che partecipavo a questo progetto ero emozionato come se lo fosse, me ne sono reso conto subito dopo aver guardato il video iniziale dove la signora Springer, sopravvissuta allo sterminio nei campi di concentramento, raccontava come veniva trattata dall’esercito tedesco durante il suo internamento ad Auschwitz, ricordando i terribili momenti vissuti. Gli occhi della signora mi hanno colpito molto per le forti emozioni che trasmettevano: il dolore e la sofferenza di chi ha subito violenze e crudeltà. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stato quando la signora ha raccontato il momento in cui i tedeschi costringevano tutti gli ebrei a mettersi in fila, senza abiti, ad attendere di compiere gli ultimi passi per arrivare all’unico pasto giornaliero che avevano a disposizione. Questo stava a significare per tutte quelle povere persone la loro perdita di dignità, come fossero semplici oggetti da sfruttare o meglio bestie!. Tutto ciò è veramente assurdo, una condizione più misera non si può immaginare. Quest’anno la giornata si è concentrata sul tema della scrittura; sono intervenute la Dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la Dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta, le quali, in particolare, hanno sottolineato l’importanza della scrittura per tutti coloro che hanno vissuto momenti drammatici e dolorosi quando erano costretti a vivere nei campi di sterminio. La scrittura, infatti, è molto importante per ricordare momenti passati e non dimenticare emozioni vissute. A volte si scrive anche una pagina di diario per semplice sfogo, per lasciare nella memoria istanti felici o tristi della nostra esistenza. Su questo tema noi ragazzi quest’anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi ed abbiamo scelto alcune frasi significative per comprendere l’esperienza vissuta dall’autore quando era deportato ad Auschwitz, costretto a soffrire fame e freddo. Nel momento in cui abbiamo letto queste frasi l’emozione è stata davvero incredibile nei visi di tutte le persone presenti alla giornata. Ricordare è indispensabile per non dimenticare mai gli errori commessi nel passato, affinché essi non si ripetano nel nostro futuro.

La giornata della memoria

Laura Tomassoni Rita Anselmi Leila Betti



Il 27 Gennaio è una data che ricorre nella nostra vita, nelle nostre menti ma soprattutto nel nostro cuore. Questo è infatti il giorno in cui si ricorda lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento durante la dittatura nazista. Il 27 Gennaio è una delle date più importanti del nostro calendario, una di quelle date indelebili, impossibili da dimenticare. "Dimenticare" è proprio la parola d' ordine dell'incontro che la nostra scuola , come tutti gli anni, ha organizzato con degli ospiti per parlare di quello che viene ricordato come il capitolo più vergognoso della storia italiana.

Il tema della giornata è stato : "Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici e noi stessi".

Si è parlato, dunque, di quanto sia importante tramandare il ricordo parlando di tutta la sofferenza che ha caratterizzato gli anni della Seconda Guerra Mondiale, in modo tale da non dimenticare tutte quelle atrocità e fissarle per sempre nella nostra memoria per non farle più accadere. Per questa occasione sono state invitate la dott.ssa Pina Deiana, la dott.ssa Fiorella Rathaus ed il poeta Claudio Damiani.

La giornata si è aperta con la proiezione di un video il quale mostrava delle interviste fatte a dei testimoni dell' Olocausto, alcuni già venuti in passato nella nostra scuola, come il Sig.Mieli e la Sig.ra Lia Levi, che con le lacrime agli occhi e tanta sofferenza riportavano gli anni della guerra, gli anni dove la loro casa era un lager.

Tutti e due nati da famiglie ebree, hanno vissuto esperienze completamente differenti . Il Sig .Mieli fu imprigionato ad Auschwitz, costretto a lavorare duramente patendo la fame e senza avere notizie dei suoi familiari. La Sig.ra Levi, invece, riuscì a salvarsi dai rastrellamenti rifugiandosi in un collegio di suore a Roma insieme alle sue due sorelle. Una testimonianza senza dubbio toccante è stata quella della sig.ra Springer tornata a testimoniare nel campo di concentramento dove era stata prigioniera. La signora, osservando quella prigione all' aperto, ricorda l' orrore della sua esperienza quando lei e gli altri deportati erano stati privati oltre che della loro personalità anche della dignità. In seguito al video ha preso la parola la dottoressa Deiana esponendoci la funzione salvifica della scrittura, spiegando quanto questa, appunto, possa essere utile a noi stessi ed al nostro animo, per scrivere i propri ricordi, anche quelli più profondi, riuscendo ad allontanare le ansie e le angosce di cui non riusciamo a parlare. Proprio a questo proposito la dottoressa ci ha fatto l'esempio di un suo paziente che con il suo aiuto, dopo moltissimi anni è riuscito a scrivere i ricordi della sua commovente ed orribile esperienza da rifugiato. Collegandosi all'esperienza di quest' uomo la dott.ssa Rathaus, che lavora presso il consiglio italiano per i rifugiati, CIR, ci ha spiegato il netto e visibile collegamento tra i rifugiati e gli ebrei durante la shoah. Il rifugiato infatti è una persona che a causa di persecuzioni per razza, nazionalità e religione la sua famiglia dovette abbandonare il proprio paese. Molto interessante è stato anche l'intervento del Sig.Damiani che ha utilizzato la metafora del fuoco per parlare della guerra. Il poeta ha utilizzato questo elemento naturale il quale accendendosi da una piccola scintilla può diventare una potente arma distruttiva. L' incontro è terminato con la lettura della testimonianza del padre della professoressa Lorenzini, anche lui vittima di quella tragica prigionia. E’ stata una giornata particolarmente emozionante per il grande peso storico, ma soprattutto morale, una giornata che, come tutti gli anni ci ha ricordato che dimenticare tutto quello che è successo sarebbe come ricommettere quelle follie.



La memoria e la scrittura

27 Gennaio 1945.

Eleonora Sebastianelli



I cancelli si aprono al mondo, e i deportati vedono dopo giorni, mesi, forse anni una luce diversa sul loro viso, quella mattina non andranno a lavorare, non moriranno di fame e di sete per tuta la giornata. Quel giorno torneranno a casa, potranno abbracciare i loro cari, potranno andare sotto una doccia senza la paura di morire, potranno mangiare molto di più di un pezzo di pane, potranno dormire in un letto comodo, potranno non soffrire il freddo e il vento. Dopo qualche mese o anno inizieranno a raccontare la loro storia, e il mondo si commuoverà, cercherà di non credere a quegli orrori ma capirà guardando nei loro occhi che è tutto vero.

27 Gennaio 2011.

Sono passati 65 anni da quando i cancelli del campo di annientamento di Auschwitz-Birkenau furono aperti e 10 dall’istituzione di questa giornata, e come ogni anno io e i miei compagni siamo qui a ricordare quel giorno, a ricordare le vittime e i carnefici; a capire cosa può aver portato a un orrore così grande.

Oggi è il 27 gennaio, il “Giorno della Memoria”. Perchè quando nel 2000 fu istituita questa ricorrenza gli venne dato il nome “Giorno della Memoria”? In altre parole, cos’è la memoria?

Con memoria si intende la capacità di ricordare il passato. Ma ricordare a cosa serve? E poi, è giusto ricordare?

Quando usiamo i termini memoria e ricordo ci vengono in mente la Shoah, l’Olocausto e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Allora ricordare serve per non dimenticare questi orrori, per far sì che gli errori commessi in passato dall’uomo possano non ripetersi mai più.

Molti dei sopravvissuti, sia coloro che hanno assistito alle atrocità della guerra, sia coloro che sono tornati dai campi di concentramento hanno cercato non solo di raccontare ciò che hanno visto e provato, ma hanno anche pensato di scrivere ciò che gli è accaduto. È proprio questo il tema della giornata della memoria di quest’anno, LA MEMORIA E LA SCRITTURA.

Quando scriviamo lasciamo sulla carta una piccola parte di noi, quell’attimo che per un istante vogliamo fermare, un attimo felice oppure un attimo tristissimo, ma che comunque non vogliamo che vada perso, è proprio questo al centro del ricordo. I sopravvissuto hanno scritto forse perchè era più semplice che parlare di fronte a delle persone e raccontare, portare una testimonianza della loro agonia, dell’angoscia, di tutti quei sentimenti di dolore e paura che hanno provato vedendo e subendo quegli orrori.

A questa giornata hanno partecipato diverse persone, ma i loro interventi non sono stati interessanti come quelli degli anni precedenti, non si trattava di persone sopravvissute o persone che avevano vissuto la guerra, erano persone “comuni” che, come me, come noi, hanno vissuto una vita comune senza troppo dolore e paura. Invece mi è piaciuto molto il video che abbiamo visto all’inizio. Quattro persone, quattro storie diverse. La signora Springer: torna a visitare il capannone e il campo di annientamento nazista dove fu imprigionata; la signora Vergalli: ex staffetta partigiana, racconta i suoi momenti di paura, del suo coraggio e della sua forza d’animo. Si è dimostrata una persona forte e fragile allo stesso tempo; poi il signor Mieli e infine la scrittrice Lia Levi. Al termine del filmato sono intervenuti i nostri ospiti, anzi le nostre ospiti. Alla fine del loro discorso alcune di noi sono intervenute, come ogni anno, con la lettura di brani da noi scelti: alcuni erano delle nostre riflessioni personali sulla scrittura, altri erano delle parti di libri che abbiamo letto durante le nostre vacanze estive.

La giornata si è conclusa con la lettura di alcune poesie.

Ma il vero senso della giornata secondo me viene alla fine, perchè solo dopo le notizie apprese, le nuove conoscenze ottenute possiamo soffermarci a riflettere. E allora mi sono chiesta: qual è il significato profondo di questa giornata?

Serve a non dimenticare le tragedie passate attraverso i racconti e le memorie di coloro che le hanno vissute, perché è grazie a queste che possiamo, forse, immaginare la loro sofferenza ed il loro dolore, per evitare che certi errori si ripetano. Per questo motivo è giusto ringraziare tutti coloro che ci aiutano a ricordare.



Primo Levi: se conoscere è possibile, comprendere è necessario

Eleonora Sebastianelli



Nel corso delle mie vacanze estive mi sono trovata, diciamo costretta, a leggere il libro di Primo Levi “ Se questo è un uomo “.

Non credevo di rimanere colpita e affascinata da questo romanzo, lo credevo pesante e noioso, invece l‘ho trovato interessante, istruttivo ed educativo.

Il libro venne pubblicato nel 1947, due anni dopo la liberazione dello scrittore dal campo di sterminio di Auschwitz. Il libro è un resoconto, una testimonianza, della prigionia dello scrittore nel lager, dal Dicembre 1943 (anno della sua deportazione) fino al 27 Gennaio 1945 (anno della liberazione dal campo di sterminio). Anni, mesi, giorni e notti che Levi descrive con minuzia, nei minimi particolari.

La vicenda inizia il 13 Dicembre 1943, Levi viene deportato al campo di Fossoli, un semplice campo di transito, da lì un treno porterà lui e gli altri deportati fino in Polonia. Anche se nel treno le condizioni disumane portano molti ebrei alla morte, le vere atrocità iniziano solo nel campo; ai prigionieri viene tolto il loro nome e gli viene tatuato un Haftling, un numero di serie, un numero che da quel momento sarà la loro identità. Dopo l’assegnazione del numero si inizia il lavoro nel campo, un lavoro stremante e faticoso che porta molti prigionieri alla morte.

Levi con il passare del tempo capisce le poche regole del campo:

- far finta di capire tutto;

- saper apprezzare il valore degli oggetti essenziali, quali le scarpe e il cucchiaio.

Nonostante la fame, gli stenti e la dura vita nel lager, Levi riuscirà a sopravvivere fino all’arrivo dei sovietici. Questa, in poche parole, è la trama del romanzo più conosciuto di Levi, ma un altro suo libro di grande importanza è quello intitolato “ I sommersi e i salvati “.

“I sommersi e i salvati” fu pubblicato solamente nel 1986.

Il romanzo è diviso in otto capitoli, accompagnati tutti da una prefazione e una conclusione dell’autore.

Il tema dominante è quello della memoria, già affrontato nel suo libro del 1947; e la memoria viene affrontata sia dal punto di vista dei persecutori, sia dal punto di vista dei perseguitati.

Due capitoli molto importanti sono quelli intitolati: “ Comunicazione “ e “ Violenza civile “.

Entrambi affrontano il tema della dignità dell’uomo, che i nazisti cercano in tutti i modi di reprimere nel lager. Tema affrontato analogamente nel capolavoro “ Se questo è un uomo “.

Questo libro è intriso di una profonda ed elaborata morale dell’autore : Auschwitz ritornerà?

Nei capitoli conclusivi del romanzo lo scrittore cercherà di dare delle risposte alle domande che per più di quarant’anni lo hanno ossessionato: i tedeschi, come hanno potuto farlo? Perchè gli ebrei glielo hanno lascito fare? Perchè non si sono ribellati? Perchè non sono fuggiti?

Un concetto che scaturisce dall’attenta riflessione dell’autore è quello della vergogna. I salvati, coloro che non hanno completamente toccato il fondo perchè altrimenti non sarebbero tornati, provano vergogna. Vergogna perchè sono sopravvissuti durante la prigionia nel campo, a differenza dei loro familiari, amici e compagni.

Levi è solo uno dei reduci del campo di concentramento, ma è uno sicuramente dei pochi che ha avuto la forza di parlare e scrivere di quelle atroci vicende da lui stesso vissute.

L’esperienza nel lager non viene, però, mai del tutto superata. Proprio per questo motivo nel 1987 Levi si toglierà la vita.

I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi



I Sommersi e i Salvati è un romanzo-testimonianza di Primo Levi. In questo capolavoro della letteratura lo scrittore parla non della sua prigionia nel Lager, ma di coloro che dal Lager si sono salvati, di coloro che nel Lager hanno visto finire la propria vita e di coloro che sono stati gli << aguzzini >>. Leggendo questo libro ho ritenuto necessario evidenziare alcune frasi che per me sono state più profonde e significative:



1) Le prime notizie sui campi d’annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell’anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe tuttavia tra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità. E’ significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli. [...] I militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: << [...] nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se qualcuno dovesse scappare, il mondo non gli crederà. [...] Non ci saranno certezze, perchè noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla >>;



2) Circondato dalla morte, spesso il deportato non era in grado di valutare la misura della strage che si svolgeva sotto i suoi occhi;



3) A distanza di anni, si può oggi bene affermare che la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall’incomprensione;



4) Alle domande << perchè lo hai fatto? >>, o << cosa pensavi facendolo? >>, non esistono risposte attendibili, perchè gli stati d’animo sono labili per natura, e ancora più labile è la loro memoria;



5) Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per << comprendere >> coincide con << semplificare >>. [...] . Tendiamo a semplificare anche la storia;



6) Hai vergogna perchè sei vivo al posto di un altro? E in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito. [...] Al mio ritorno dalla prigionia è venuto a visitarmi un amico più anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione. [...] Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturo e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l’essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, o di un accumularsi di circostanze fortunate ( come sostenevo e tuttora sostengo io ), bensì della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancora meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, mi rispose. Forse perchè scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia? Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro. [...] I << salvati >> del lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della << zona grigia >>, le spie. [...] Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca di una giustificazione. [...] Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.[...] Non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. [...] . Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deportazione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione. [...] Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso << per conto di terzi >>, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perchè la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega;



7) A partire dall’inizio del 1942, ad Auschwitz e nei Lager che ne dipendevano il numero di matricola dei prigionieri non veniva più soltanto cucito agli abiti, ma tatuato sull’avambraccio sinistro. [...] . Gli uomini dovevano essere tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno; il numero degli zingari doveva essere preceduto da una Z; quello degli ebrei, a partire dal maggio1944 doveva essere preceduto da una A, poco dopo da una B. Fino al settembre 1944 non c’erano bambini: venivano uccisi tutti col gas al loro arrivo [...]. L’operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che s' imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita;



9) Ci viene chiesto [...] chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri << aguzzini >>. [...] erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: [...] Avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.







Questi sono solo alcuni brani che ho ritenuto più significativi. Credo che per capire veramente a fondo questo libro bisognerebbe iniziare col porsi una domanda: perché Levi provava vergogna per essersi salvato?

Lo scrittore non è felice di essere un salvato, sa benissimo di essere “intruppato”tra i salvati, come scrive nel libro, ma non prova gioia nell’esserlo. Prova, come tutti gli altri salvati vergogna, una vergogna nata dal fatto che è sopravvissuto. Levi afferma che i salvati del lager erano i peggiori, ma perchè dice questo?

La risposta è alquanto semplice, si è salvato chi era più furbo, chi ha saputo sfruttare i momenti e le situazioni, ma sopratutto sono sopravvissuti i sostenitori della << zona grigia >>, coloro che hanno collaborato con le autorità e che Levi identifica con il nome di “privilegiati”.

Essere un salvato non è per Levi un vanto, è angoscioso, così angoscioso che lo scrittore non riuscirà a continuare la propria vita con questo peso, e dopo 40 anni da quel fatidico giorno, il 27 Gennaio 1945, deciderà di togliersi la vita. Infatti, i veri protagonisti della storia, e del libro, sono i sommersi, coloro che hanno visto e vissuto fino in fondo le atrocità del lager, coloro che devono essere ricordati.

Levi parla anche degli aguzzini. Coloro che volevano distruggere ogni prova, coloro che non volevano far emergere alcuna testimonianza, coloro che avevano fatto erigere i lager e che poi volevano distruggerli perchè erano diventati troppo pericolosi anche per i tedeschi stessi, in quanto al loro interno racchiudevano un segreto enorme, il massimo crimine della storia dell’umanità.

Levi diceva: ” Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perchè ciò che è accaduto può ritornare, le conoscenze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre ”.

Cosa vuol dire?

Sta a significare che i fatti che sono accaduti devono essere conosciuti, e se possibile anche compresi, così che possano non ripetersi mai più. Dobbiamo ricordare i sommersi. Dobbiamo ringraziare i salvati. Perchè i loro ricordi, le loro testimonianze possono sensibilizzarci e commuoverci e da loro possiamo imparare a non dimenticare.



Sebastianelli Eleonora 18 anni

Istituto Colomba Antonietti

Classe V S Liceo Scientifico-Tecnologico



“La Storia” di Elsa Morante

.Brani tratti dal libro.



Durante il corso dell’ anno scolastico , noi alunni della 4°s abbiamo letto “ la Storia ” di Elsa Morante . Un romanzo ambientato a Roma durante il periodo della seconda guerra mondiale e nell’ immediato dopo guerra. “La Storia” narra le tragiche vicende di Useppe, un bambino nato dalla violenza che la madre , Ida Ramundo, un’ insegnante di origine ebraica, vedova Mancuso e madre di Nino , ha subito da un giovane militare tedesco . Cresciuto gracile e minuto tra gli stenti e la fame di una Roma occupata , Useppe muore stroncato da una grave forma di epilessia . La povera Ida , dopo aver perso anche il primogenito Nino , che nel frattempo aveva deciso di partire per la guerra dapprima come militante nelle squadre fasciste poi come partigiano, non riesce a sopportare questo dolore e impazzisce.

Abbiamo scelto alcuni brani tratti da questo libro che a noi sono sembrati più significativi .



• “ Useppe alzò gli occhi al cielo e disse : “<< Lioplani>> , e in quel momento l’ aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle il terreno saltava d’ intorno a loro , sminuzzato in una mitraglia di frammenti. “



• “ La maggior parte dei presenti si guardavano in faccia inebetiti senza dir nulla . Molti avevano i vestiti a pezzi bruciacchiati, certuni sanguinavano. Da qualche parte là fuori, fra un rumorio sterminato e incoerente , ogni tanto si levava qualche urlo feroce . “



• “ Si vedeva un viale alberato di città, lungo la spalletta di un ponte semidistrutto. Da ogni albero del viale pendeva un corpo, tutti in fila, nella stessa identica posizione, con la testa inclinata su un orecchio , i piedi un poco divaricati e le due mani legate dietro la schiena . Erano tutti giovani , e tutti malvestiti, dall’ aria povera . Su ognuno di loro stava appeso un cartello con la scritta : PARTIGIANO. “



• “ L’ interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo , rintronava sempre di quel vocio incessante . Nel suo disordine , si accalcavano dei vagiti , degli alterchi , dei parlottii senza senso , delle voci senili che chiamavano la madre, delle altre che conversano appartate , quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano . E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti ; oppure altri , di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come : << bere! >> << aria!>>. Da uno dei vagoni estremi sorpassando tutte le altre voci , una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti , tipiche delle doglie del parto.”



• “ Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita . Ora nella mente solida di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio , ruotarono anche le scene della Storia umana ( La Storia) che essa percepì come LE SPIRE MULTIPLE DI UN ASSASSINIO INTERMINABILE. E oggi l’ ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe . Tutta la Storia e le nazioni della Terra si erano concordate a questo fine : la strage del bambinello Useppe Ramundo. “





Abbiamo scelto questi brani perché ci fanno riflettere su come in un momento tutto possa cambiare; senza preavviso tutto ciò che hai , una casa, una famiglia, un cane magari, tutta la tua vita , viene improvvisamente portato via . E solo una cosa è in grado di rendere possibile tutto ciò con una facilità e una velocità quasi innaturali: la guerra.

Crediamo che la guerra danneggi il mondo, perchè ferisce il cuore e gli animi della gente, perchè indebolisce la speranza e la sicurezza di tutti, perchè non distrugge solo case ma anche la sensibilità e il riso non solo degli adulti , ma soprattutto dei bambini.



Alunni IV S Liceo scientifico tecnologico

La Notte Elie Wiesel

Il racconto è articolato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo disgregarsi e disperdersi della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio: vede la madre e l’ adorata sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso… e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, nel Dio dei Padri, fino ad allora sempre forte e viva, che viene sostituita dal dubbio, dall'incertezza, dalla disperazione. Alle immagini dell'infanzia si sostituiscono gli scenari dell'orrore, in una serie di istantanee crudeli, impossibili da dimenticare, che segneranno il futuro di un uomo che non è mai stato bambino. L'immagine della notte, dell'oscurità, del dolore, come un manto nero si stende lungo le pagine e sull'anima, lasciando una forte commozione nel lettore, un'emozione indimenticabile.

De Lorenzo Jessica

Anni 18

Classe V S Liceo scientifico tecnologico

Introduzione a “La Notte” di Elie Wiesel

Il racconto “La Notte” è basato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo allontanamento della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio dove vede la madre e la sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso; e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, sempre viva fino ad allora, che viene sostituita dal dubbio, dall’incertezza e dalla disperazione che lo accompagneranno fino al giorno della liberazione e soprattutto che gli hanno fatto perdere interamente la giovinezza.

Ecco alcuni brani del libro, che a noi sono sembrati più significativi:

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformati in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede.

Nel carro dove era stato gettato il pane era scoppiata una vera e propria battaglia. Si buttavano gli uni sugli altri, pestandosi, dilaniandosi, mordendosi. Animali da presa scatenati, odio bestiale negli occhi; una vitalità straordinaria si era impossessata di loro, gli aveva aguzzato denti e unghie.[…] Un pezzetto cascò anche nel nostro vagone. Vidi non lontano da me un vecchio che si trascinava carponi. Si era appena svincolato dalla mischia. Portò una mano al cuore. Prima credetti che avesse ricevuto un colpo al petto, poi capii: teneva sotto la giacca un pezzo di pane. […] Un’ombra si era appena allungata accanto a lui, e quell’ombra gli si gettò addosso. Carico di botte, ubriaco di colpi, il vecchio gridava:

-Meir, mio piccolo Meir! Non mi riconosci? Sono tuo padre… mi fai male… stai assassinando tuo padre… ho del pane… anche per te… anche per te…

Crollò. Aveva ancora nel pugno chiuso un pezzetto di pane. Volle portarlo alla bocca, ma l’altro si gettò su di lui e glielo prese. Il vecchio mormorò ancora qualcosa, emise un rantolo, e morì nell’indifferenza generale. Suo figlio lo frugò, prese il pezzetto di pane e cominciò a divorarlo, ma non poté andare molto lontano: due uomini lo avevano visto e si precipitarono su di lui. Altri se ne aggiunsero. Quando se ne andarono c’erano vicino a me due morti, uno accanto all’altro: il padre e il figlio. Io avevo quindici anni.



Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

-Che il Suo Nome sia magnificato e santificato… - mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me.

Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva. Di cosa dovevo ringraziarLo?



Entrò nel capannone e i suoi occhi, più brillanti che mai, sembravano cercare qualcuno:

-Forse avete visto mio figlio da qualche parte?

Aveva perso il figlio nella ressa. Lo aveva cercato invano fra gli agonizzanti, poi aveva grattato via la neve per ritrovare il suo cadavere, ma senza risultato.

[…] -È accaduto sulla strada. Ci siamo persi di vista durante il cammino. Io ero rimasto un po’ indietro: non avevo più la forza di correre.

-No, Rabbi Eliahu, non l’ho visto.

[…] Improvvisamente mi ricordai che avevo visto suo figlio correre accanto a me. L’avevo dimenticato e non l’avevo detto a Rabbi Eliahu!

Poi però mi ricordai un’altra cosa: il figlio aveva visto il padre perdere terreno, finire zoppicando in fondo alla colonna, L’aveva visto e aveva continuato a correre in testa, lasciando che la distanza fra di loro aumentasse.

Un pensiero terribile mi venne in mente: aveva voluto sbarazzarsi di suo padre! Lo aveva visto in difficoltà, aveva creduto che ormai fosse la fine e aveva cercato quella separazione per togliersi di dosso quel peso, per liberarsi di un fardello che poteva diminuire le sue proprie possibilità di salvezza.



Abbiamo scelto questi brani perché danno chiaramente l’idea della disperazione che gli uomini hanno vissuto stando all’interno dei campi di sterminio, della distruzione fisica e psicologica, che fa diventare gli uomini delle bestie incapaci di controllare i loro istinti pur di sopravvivere. Questi ricordi dimostrano chiaramente il modo terribile, spietato, con cui venivano trattati, le brutalità che erano costretti a subire giorno dopo giorno e che li hanno cambiati, che li hanno plasmati in esseri senza morale pronti anche ad uccidere i propri familiari pur di sopravvivere, che li hanno spinti a perdere tutto quello in cui credevano, compresa la loro Fede. Totalmente delusi e portati all'odio, perchè circondati solamente da morte, dolore e nessuna possibilità di salvezza.

Jessica De Lorenzo

Andrea Toma

Anni 18 V S Liceo Scientifico Tecnologico



SCRIVENDO I RICORDI SALVIAMO LE NOSTRE RADICI E NOI STESSI



La scrittura è forse lo strumento più potente di cui l’uomo disponga in quanto scrivendo abbiamo la possibilità di fermare degli attimi importanti, di catturare e fare un’ istantanea delle sensazioni e degli eventi accaduti in passato.

Basti pensare alla storia, e a come essa si basi in maniera significativa su numerosi reperti scritti che descrivono in modo più o meno dettagliato la vita di quegli anni passati.

Poniamo ad esempio l’attenzione sulle numerose testimonianze della seconda guerra mondiale e sullo sterminio nazista.

A centinaia si contano i testi che riportano le torture, le paure e le umiliazioni a cui gli ebrei sono stati sottoposti a partire dal ’38, anno in cui vennero promulgate le leggi razziali.

Proprio riguardo a questo, in onore della giornata della memoria, che come ogni anno ricorre il 27 Gennaio, abbiamo letto il libro “SE QUESTO E’ UN UOMO” di Primo Levi, un sopravvissuto.

Deportato ad Auschwitz, descrive in maniera dettagliata ed oggettiva la vita che si conduceva all’interno del lager.

Scrive di come l’identità di un uomo venisse poco a poco annullata e di come inevitabilmente in quel luogo andasse persa la concezione ci ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’importante per tutti era sopravvivere.

Rileggendo quelle pagine non si può fare a meno di provare orrore nel pensare che realmente l’uomo è stato capace di compiere tali azioni.

Comunque quella lasciata da Levi è solo una delle tante testimonianze che oggi abbiamo a disposizione, un altro esempio potrebbe essere “IL DIARIO DI ANNA FRANK” che ella stessa scrisse nel periodo in cui insieme alla famiglia si nascose nella speranza di sfuggire ai tedeschi.

Un diario, chi non ha mai tenuto un diario in cui scrivere i propri segreti, i propri pensieri più intimi che quotidianamente ha paura o vergogna di mostrare agli altri.

E’ questo il paradosso; spesso e volentieri ciò che scriviamo rappresenta la parte più vera di noi stessi, eppure, nel momento in cui ci troviamo a rapportarci con gli altri, preferiamo mostrare una maschera.

Io stessa tenevo un “diario segreto” qualche tempo fa e ammetto che ancora oggi spesso mi ritrovo a scrivere i miei pensieri su qualsiasi pezzo di carta.

Il motivo per cui lo faccio è semplice, scrivendo mi sfogo, è l’unico modo di dire tutto ciò che penso senza avere il timore d’essere giudicata.





Ilarioni Bruna

anni 18

Liceo Scientifico-tecnologico

Colomba Antonietti classe V S





Il lager come l’Inferno – Levi e Dante



La letteratura ha rappresentato per Levi un aiuto di fronte ad una vicissitudine così traumatica come quella nel campo di sterminio, ed in un certo senso lo ha “salvato” in quanto, una volta conclusasi quella tremenda esperienza , ha trovato nella scrittura una sorta di terapia del dolore che gli ha consentito di attingere alla memoria per lasciarci un indelebile ricordo nel suo libro "Se questo è un uomo".

Mentre si trovava nel lager ad Auschwitz, Levi comprende che nulla poteva essere spiegato dalla ragione e come gli disse un deportato: "Qui non c'è un perchè".In quel momento così insensato della sua vita, vide accanto a sè Dante e la Divina Commedia entrò a far parte della sua quotidianità tanto che lo aiutò a sopravvivere .

In “ Se questo è un uomo”, in particolare nel primo capitolo, è possibile quasi sovrapporre atmosfere dantesche a quelle del lager.

Ad esempio:

Dante : vv." Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva /sovr'una fonte che bolle e riversa/per un fossato che da lei deriva/ L'acqua era buia assai piu che persa/e noi , in compagnia de l'onde bige,/intrammo giù per una via diversa./In la palude va c'ha nome Stige /questo tristo ruscel, quand'è disceso/al piè de le maligne piagge grige./E io , che di mirare stava inteso,/vidi genti fangose in quel pantano,/ignude tutte , con sembiate offeso./Queste si percotean non pur con mano,/ma con la testa e col petto e coi piedi,/troncandosi co'denti a brano a brano".

Levi: "Siamo scesi , ci hanno fatto entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo!! Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto : sopra c'è un cartello, che dice che è proibito bere perchè l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è un beffa, "essi" sanno che noi moriamo di sete , e ci mettono in una camera e c'è un rubinetto, e WASSERTRINKEN VERBOTEN. Io bevo , e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra , ha odore di palude".

Come per Dante "L'acqua era buia" anche per Levi "L'acqua era imbevibile tiepida e dolciastra".

L’esperienza di Levi deve insegnare alle nuove generazioni come nella vita tutti attraversiamo un momento di oscurità per la perdita di una persona cara , per il venir meno degli affetti , o a causa della malattia, ma grazie alla letteratura, spesso studiata contro voglia negli anni del liceo, si può sopravvivere e trovare la forza per andare avanti.

Forse se Levi non avesse mai studiato Dante, non sarebbe riuscito a rielaborare la sua devastante esperienza, e a farla rivivere così intensamente nella sua opera. In un certo senso la letteratura "l'ha salvato" perché lo ha aiutato a mantenere il ricordo.



Istituto “Colomba Antonietti” III R - De Angelis Sara e D’Andrea Michela anni 17









INTRODUZIONE



In occasione della Giornata della memoria, affinché si possa riflettere a fondo su fatti che hanno cambiato il volto della nostra storia e delle persone che ne hanno preso parte, abbiamo deciso di evidenziare alcuni brani significativi tratti dal libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, nel 1947, in occasione del suo ritorno da Auschwitz. Una straordinaria testimonianza sull'inferno dei Lager, sulle umiliazioni, le atrocità, i soprusi e la morte che gli uomini sono stati costretti ad affrontare.



Da “Se questo è un uomo”



• Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. […] Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che i potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine << Campo di annientamento >> e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.



• Eccomi dunque sul fondo, a dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall'ingresso, […] già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l'un l'altro.





• Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perchè era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.



• A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che <>. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, allora al termine della catena, sta il Lager.



• Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.



• A Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e selvaggio, estraneo all'odio e alla paura […] Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.



• L'anno scorso a quest'ora io ero un uomo libero […] Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.



COMMENTO



Abbiamo scelto in particolare queste frasi perché ci sembravano le più significative per comprendere al meglio le dure e sofferte vicende di vita all'interno dei Lager nazisti, dove migliaia di persone sono state costrette a vivere momenti atroci. Leggere questi brani ci aiuta a renderci conto del significato del termine “Giacere sul Fondo”; ci fa capire i sentimenti e le angosce di tutte quelle persone che si sono ritrovate immerse in quell'inferno di dolore, rendendosi conto che la loro esistenza era oramai nella mani di un terribile destino che li avrebbe condotti alla morte o ad un passo dalla morte, verso una strada senza più via d'uscita.



Da “Se questo è un uomo”



• Qualcuno molto tempo fa, ha scritto che anche i libri, come gli esseri umani, hanno un loro destino, imprevedibile, diverso da quello che per loro si desiderava e si attendeva. Anche questo libro ha avuto uno strano destino. […] era talmente forte in noi il bisogno di raccontare, che il libro avevo incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perchè se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita. Ma ho scritto il libro non appena sono tornato, nel giro di pochi mesi: tanto quei ricordi mi bruciavano dentro.



• In campo, alla sera e al mattino, nulla mi distingue dal gregge, ma di giorno, al lavoro, io sto al coperto e al caldo, e nessuno mi picchia; rubo e vendo sapone e benzina, senza serio rischio, e forse avrò un buono per le scarpe di cuoio. Inoltre si può chiamare lavoro questo mio? […] sto seduto tutto il giorno ho un quadernetto e una matita, e mi hanno perfino dato un libro per rinfrescarmi la memoria sui metodi analitici. […] i compagni del Kommando mi invidiano, e hanno ragione; non dovrei forse essere contento? Ma non appena, al mattino, io mi sottraggo alla rabbia del vento e varco la soglia del laboratorio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua, del Ka-Be e delle domeniche di riposo: la pena di ricordarsi, il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all'istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno.



COMMENTO



Abbiamo evidenziato queste frasi relative al tema della scrittura perchè ci permettono di scoprire come sia importante per tutti gli uomini riuscire ad esprimere, attraverso la scrittura, i propri sentimenti e raccontare il dolore, i pensieri di momenti difficili, lasciare impresse in un foglio bianco tutte le atrocità di cui sono stati vittime. Scrivere è uno strumento fondamentale, come afferma Levi, che permette all'uomo di liberarsi dal peso di un dolore che lo opprime e permette soprattutto di riportare alla luce ricordi incancellabili del nostro passato affinchè chi li leggerà in un futuro si renda conto che gli errori commessi in passato non devono più ripetersi nel futuro.



Alunni classe V S

Liceo scientifico tecnologico

















Istituto Colomba Antonietti




GIORNATA DELLA MEMORIA

27 gennaio 2011







Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici

e noi stessi







intervengono:



-Dott.ssa Fiorella Rathaus : testimone, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati)



-Dott.ssa Pina Deiana : psicologa, psicoterapeuta.



-Claudio Damiani : poeta.









27/01/2011 Aula magna ore 9:00/12:00

Via delle vigne, 205/209



27 gennaio 2011, la Giornata della Memoria all’Istituto Colomba Antonietti





“Scrivendo i ricordi.

salviamo le nostre radici e noi stessi”:

questo è stato il tema della nostra Giornata della Memoria.



Daniela Bravi

docente



Gli alunni dell’Istituto Colomba Antonietti, ormai da alcuni anni, intervistano e ascoltano i nonni, i testimoni sopravvissuti ai lager, gli anziani che vivono vicino a loro nel quartiere, nel Centro anziani, e attraverso i racconti hanno conosciuto storie di guerra e di sofferenza, ricordi piccoli, a volte confusi, che hanno scritto sulle pagine di questa rivista, affinchè non venissero dimenticati, perché la scrittura rende vivo ed eterno il ricordo.

Per questo motivo, ma anche per trovare una via di salvezza, per rendere meno straziante il dolore, molti di coloro che hanno conosciuto la deportazione e l’internamento nei lager hanno voluto scrivere la loro storia e grazie a quelle memorie noi, oggi, sappiamo. Così è stato per P. Levi che in “Se questo è un uomo” scrive che “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto (…) il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”, il libro fu scritto “nel giro di pochi mesi” tanto i ricordi gli “bruciavano dentro”.

Il ricordo che diventa letteratura e poesia non sarà dimenticato e Omero “il sacro vate, placando quello afflitte alme col canto,/ i Prenci Argivi eternerà per quante/ abbraccia terre il gran Padre Oceano” ed Ettore avrà “onore di pianti (…) finchè il sole risplenderà su le sciagure umane” (U. Foscolo, I Sepolcri).

Anche un grande poeta del Novecento, G. Ungaretti, nella poesia In Memoria riflette sul valore della poesia stessa. I suoi versi raccontano l’amicizia con Moammed Sceab, con il quale si ritroverà a Parigi; entrambi soffrono perché “in nessuna parte di terra” riescono a sentirsi a casa, ma se Ungaretti troverà nella poesia la forza di superare il dolore, Moammed “non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono” e per questo si tolse la vita.

Di tutto questo abbiamo parlato il 27 gennaio con gli studenti della Colomba Antonietti e con gli ospiti intervenuti alla Giornata della memoria: la dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del Consiglio italiano dei rifugiati; la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta; il signor Claudio Damiani, poeta.

I nostri alunni hanno partecipato attivamente intervenendo con letture e riflessioni sul tema della Memoria e la scrittura: ve ne proponiamo alcune.



Riflessione sulla Giornata della Memoria.

Veronica Lustri

Come tutti gli anni, la nostra scuola ha organizzato un incontro in occasione del Giorno della Memoria.

“Scrivendo salviamo le nostre radici e noi stessi”: questo era il tema della nostra Giornata.

Proprio questa frase ha portato me, come il resto degli alunni, a riflettere sull’importanza della scrittura, che ha una funzione fondamentale soprattutto per quanto riguarda la Shoah: il dovere di non dimenticare e di sensibilizzare le generazioni più giovani a vigilare perché l’uomo non torni ad essere una bestia.

L’incontro è iniziato con la visione di un filmato nel quale dei testimoni dell’Olocausto raccontavano le loro storie; tra questi ricordo Lia Levi e il signor Mieli, entrambi venuti già in passato nella nostra scuola come ospiti; ciò che mi ha colpito di più in questo video è stato il ricordo della signora Springer, tornata ad Auschwitz per testimoniare, nel campo di concentramento dove era prigioniera durante la Seconda guerra mondiale.

La signora , osservando quegli ambienti, ricorda come lei e gli altri deportati fossero costretti a vivere in condizioni tragiche, privati non solo dei loro vestiti, ma anche della loro dignità.

Dopo il video, l’incontro è proseguito con l’arrivo di tre importanti ospiti: la Dott.essa Fiorella Rathaus, la Dott.essa Pina Deiana e il poeta Claudio Damiani.

La signora Rathaus lavora presso il C.I.R, Consiglio Italiano per i Rifugiati (ONLUS).

La dottoressa ci ha parlato dei rifugiati, che sono persone in pericolo poiché costrette a fuggire dal proprio paese per un fondato timore di persecuzione per motivi etnici,politici, di nazionalità, religione, gruppo sociale di appartenenza.

Il rifugiato, infatti , non sceglie di spostarsi alla ricerca di una qualità di vita migliore, ma è costretto ad abbandonare la sua casa e a trovare protezione fuori dal proprio paese; analogamente è avvenuto al popolo ebraico.

Dopo la presentazione delle due ospiti, le classi quarta e quinta del liceo scientifico tecnologico hanno letto alcuni brani tratti da libri sulla Shoah, ad esempio “Se questo è un uomo” di Primo Levi e hanno elaborato ed esposto le riflessioni riguardanti il tema della giornata: la scrittura e la Memoria.

Di rilevante importanza è stata la presenza del poeta Claudio Damiani, il quale ha scritto numerose poesie che sono state lette da alcuni alunni delle classi prime della nostra scuola.

Il signor Damiani , come metafora per indicare la guerra, ha utilizzato un elemento naturale: il fuoco, che si accende da una piccola scintilla diventando poi un grande incendio.

Per concludere la professoressa Lorenzini ha letto la testimonianza di suo padre, anche lui vittima di quella storia dove il peggior nemico dell’uomo fu l’uomo stesso!







“La memoria attraverso la scrittura”



Elisa Agnoni





Oggi 27 gennaio 2011 celebriamo, come ormai da molti anni, la giornata della memoria, istituita per non dimenticare la Shoah e tutte le vittime dei crimini nazisti. Celebrare questa giornata è fondamentale affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo. Quest'anno abbiamo deciso di riflettere su un tema particolare, ovvero la scrittura, grazie al quale gli uomini nella storia riescono a comunicare fatti accaduti, emozioni provate e a consentire di non abbandonare mai il ricordo di eventi che hanno lasciato una profonda cicatrice nel nostro passato e che ancora oggi permane nei nostri cuori.

La Giornata ha avuto inizio con la visione di un video nel quale vi erano le dure testimonianze di persone che hanno vissuto direttamente gli eventi tragici di quegli anni e sono state costrette ad assistere alla morte delle loro persone care e a soffrire fame e freddo durante le atroci deportazioni nei campi di sterminio nazisti. Tra queste vi era la signora Springer, che tornando nei luoghi dove aveva vissuto il dolore e la disperazione e dove i tedeschi imponevano il loro rigido controllo, riporta alla luce ricordi terribili del suo passato i quali, anche se a distanza di molto tempo, ancora sono stampati perfettamente nella sua memoria. Appena varca la soglia di quel luogo e si addentra in quelle buie camere dove tutti gli ebrei stavano raccolti in attesa della loro fine, nei suoi occhi si riflette una forte emozione e sul suo viso scendono lente e profonde lacrime di tristezza e di disprezzo verso chi ha commesso l'orrendo delitto di condurre gli uomini verso la loro demolizione. Un'altra persona presente nel video era il signor Mieli che ha ricordato la sua esperienza personale da deportato e ha rammentato ai giovani presenti durante il suo racconto che la loro grande fortuna è quella di vivere felici e spensierati accanto alle persone amate, senza essere costretti a conservare il ricordo atroce di un passato incancellabile. Per questo non bisogna mai smettere di comprendere quanto la nostra vita sia preziosa e vada vissuta sempre restando accanto a coloro che amiamo, anche perchè bisogna pensare a chi nella sua infanzia ha desiderato farlo e non ha potuto. Anche nelle sue lacrime ho ritrovato sentimenti indescrivibili, di forte dolore e di commozione al solo pensiero di essere lì a parlare in prima persona di questo evento accaduto, mentre molti altri, suoi amici o suoi famigliari o semplici conoscenti, non ci sono più perchè lì in quei campi di sterminio hanno lasciato la loro vita.

La giornata prosegue con un intervento da parte della dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta. Anche loro hanno raccontato la loro esperienza personale lavorativa e hanno esposto i loro commenti su questa giornata. La signora Rathaus a riguardo ha espresso un pensiero che mi ha colpito molto, ovvero ha pronunciato questa frase: “L'olocausto della vita non finisce mai”. Questa affermazione molto forte mi ha trasmesso sia qualcosa di positivo che qualcosa di negativo. Positivo perchè in effetti, se riflettiamo a lungo, arriviamo a concludere che la deportazione degli ebrei nei Lager non è stata e non sarà l'unica tragedia che il nostro mondo sarà costretto ad affrontare, perchè purtroppo la vita è anche questo, un insieme di momenti felici ma anche di eventi dolorosi e tragici in cui l'uomo deve proiettarsi. Ma allo stesso tempo la ritengo una frase troppo pessimista perchè se l'uomo continua ad avere questi pensieri negativi nei confronti di tutto ciò che lo circonda, non riuscirà mai a prendere il controllo della situazione e a far sì che tutte queste terribili atrocità non si ripetano mai più. Un uomo deve riflettere sul suo passato per non dimenticare, per mantenere vivo il ricordo, ma soprattutto deve conoscere il passato anche per evitare che gli errori si ripetano nel tempo. La dott.ssa Deiana invece ha parlato soprattutto del tema della scrittura che, come abbiamo annunciato all'apertura della giornata, permette di salvare le nostre radici e noi stessi. A riguardo noi ragazzi quest'anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, in seguito al suo ritorno dal campo di sterminio di Auschwitz. In particolare di questo testo mi ha colpito molto la grande capacità di Levi di descrivere, nei minimi dettagli, la realtà orrenda che lo circondava e ciò ha permesso a noi lettori di comprendere ancor di più alcuni aspetti particolari e profondi della vita delle persone all'interno dei Lager. La descrizione della fame e del freddo, del lavoro duro e delle notti insonni di milioni di persone colpevoli soltanto di appartenere ad un credo diverso e di essere nati in un momento sbagliato della storia. Bisogna pensare anche che persone come Levi, Mieli e quei pochi altri che sono riusciti a fare ritorno nelle loro case, vivono con l'angoscia e la disperazione di chi porta avanti un peso insostenibile, di chi si sente in colpa e si chiede il motivo per il quale il destino ha salvato proprio lui e magari non un bambino ebreo che aveva tutti i diritti di vivere la sua vita. Anche questa è una condizione terribile, nessuno penso si augura di affrontare la sua esistenza in questo modo.

La giornata si conclude con la lettura di alcune poesie scritte dal poeta Claudio Damiani sul tema della guerra e due testimonianze, una del signor Lorenzini che ha vissuto, come tanti altri, quei momenti e che dopo tanto tempo è finalmente riuscito a raccontarli. L'altro racconto riguardava l'amicizia tra due ragazze, una delle quali è la mamma della Prof.ssa Laudenzi che, nonostante appartenessero ad una religione diversa rimarranno sempre unite e si completeranno l'un l'altra.

Tutte le persone del mondo sono uguali, anche se appartenenti a credi, abitudini e culture differenti, e soprattutto ognuna di loro ha il diritto inalienabile di vivere la propria vita serenamente accanto all'affetto di tutti i suoi cari, senza subire soprusi, ingiustizie, condanne e morte da chi si ritiene superiore.

Scrivere, ricordare, riflettere può aiutarci affinché il desiderio di vivere serenamente uniti e senza distinzioni si possa realizzare.



“Ricordare per non dimenticare”

Matteo Lucia

Il 27 Gennaio 2011 nella nostra scuola, in Aula magna, è stata celebrata la Giornata della memoria, per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e di tutti coloro che si sono opposti al nazi-fascismo. Anche se non era la prima volta che partecipavo a questo progetto ero emozionato come se lo fosse, me ne sono reso conto subito dopo aver guardato il video iniziale dove la signora Springer, sopravvissuta allo sterminio nei campi di concentramento, raccontava come veniva trattata dall’esercito tedesco durante il suo internamento ad Auschwitz, ricordando i terribili momenti vissuti. Gli occhi della signora mi hanno colpito molto per le forti emozioni che trasmettevano: il dolore e la sofferenza di chi ha subito violenze e crudeltà. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stato quando la signora ha raccontato il momento in cui i tedeschi costringevano tutti gli ebrei a mettersi in fila, senza abiti, ad attendere di compiere gli ultimi passi per arrivare all’unico pasto giornaliero che avevano a disposizione. Questo stava a significare per tutte quelle povere persone la loro perdita di dignità, come fossero semplici oggetti da sfruttare o meglio bestie!. Tutto ciò è veramente assurdo, una condizione più misera non si può immaginare. Quest’anno la giornata si è concentrata sul tema della scrittura; sono intervenute la Dott.ssa Fiorella Rathaus, responsabile del settore integrazione del C.I.R ( consiglio italiano dei rifugiati) e la Dott.ssa Pina Deiana, psicologa e psicoterapeuta, le quali, in particolare, hanno sottolineato l’importanza della scrittura per tutti coloro che hanno vissuto momenti drammatici e dolorosi quando erano costretti a vivere nei campi di sterminio. La scrittura, infatti, è molto importante per ricordare momenti passati e non dimenticare emozioni vissute. A volte si scrive anche una pagina di diario per semplice sfogo, per lasciare nella memoria istanti felici o tristi della nostra esistenza. Su questo tema noi ragazzi quest’anno abbiamo letto il libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi ed abbiamo scelto alcune frasi significative per comprendere l’esperienza vissuta dall’autore quando era deportato ad Auschwitz, costretto a soffrire fame e freddo. Nel momento in cui abbiamo letto queste frasi l’emozione è stata davvero incredibile nei visi di tutte le persone presenti alla giornata. Ricordare è indispensabile per non dimenticare mai gli errori commessi nel passato, affinché essi non si ripetano nel nostro futuro.

La giornata della memoria

Laura Tomassoni Rita Anselmi Leila Betti



Il 27 Gennaio è una data che ricorre nella nostra vita, nelle nostre menti ma soprattutto nel nostro cuore. Questo è infatti il giorno in cui si ricorda lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento durante la dittatura nazista. Il 27 Gennaio è una delle date più importanti del nostro calendario, una di quelle date indelebili, impossibili da dimenticare. "Dimenticare" è proprio la parola d' ordine dell'incontro che la nostra scuola , come tutti gli anni, ha organizzato con degli ospiti per parlare di quello che viene ricordato come il capitolo più vergognoso della storia italiana.

Il tema della giornata è stato : "Scrivendo i ricordi salviamo le nostre radici e noi stessi".

Si è parlato, dunque, di quanto sia importante tramandare il ricordo parlando di tutta la sofferenza che ha caratterizzato gli anni della Seconda Guerra Mondiale, in modo tale da non dimenticare tutte quelle atrocità e fissarle per sempre nella nostra memoria per non farle più accadere. Per questa occasione sono state invitate la dott.ssa Pina Deiana, la dott.ssa Fiorella Rathaus ed il poeta Claudio Damiani.

La giornata si è aperta con la proiezione di un video il quale mostrava delle interviste fatte a dei testimoni dell' Olocausto, alcuni già venuti in passato nella nostra scuola, come il Sig.Mieli e la Sig.ra Lia Levi, che con le lacrime agli occhi e tanta sofferenza riportavano gli anni della guerra, gli anni dove la loro casa era un lager.

Tutti e due nati da famiglie ebree, hanno vissuto esperienze completamente differenti . Il Sig .Mieli fu imprigionato ad Auschwitz, costretto a lavorare duramente patendo la fame e senza avere notizie dei suoi familiari. La Sig.ra Levi, invece, riuscì a salvarsi dai rastrellamenti rifugiandosi in un collegio di suore a Roma insieme alle sue due sorelle. Una testimonianza senza dubbio toccante è stata quella della sig.ra Springer tornata a testimoniare nel campo di concentramento dove era stata prigioniera. La signora, osservando quella prigione all' aperto, ricorda l' orrore della sua esperienza quando lei e gli altri deportati erano stati privati oltre che della loro personalità anche della dignità. In seguito al video ha preso la parola la dottoressa Deiana esponendoci la funzione salvifica della scrittura, spiegando quanto questa, appunto, possa essere utile a noi stessi ed al nostro animo, per scrivere i propri ricordi, anche quelli più profondi, riuscendo ad allontanare le ansie e le angosce di cui non riusciamo a parlare. Proprio a questo proposito la dottoressa ci ha fatto l'esempio di un suo paziente che con il suo aiuto, dopo moltissimi anni è riuscito a scrivere i ricordi della sua commovente ed orribile esperienza da rifugiato. Collegandosi all'esperienza di quest' uomo la dott.ssa Rathaus, che lavora presso il consiglio italiano per i rifugiati, CIR, ci ha spiegato il netto e visibile collegamento tra i rifugiati e gli ebrei durante la shoah. Il rifugiato infatti è una persona che a causa di persecuzioni per razza, nazionalità e religione la sua famiglia dovette abbandonare il proprio paese. Molto interessante è stato anche l'intervento del Sig.Damiani che ha utilizzato la metafora del fuoco per parlare della guerra. Il poeta ha utilizzato questo elemento naturale il quale accendendosi da una piccola scintilla può diventare una potente arma distruttiva. L' incontro è terminato con la lettura della testimonianza del padre della professoressa Lorenzini, anche lui vittima di quella tragica prigionia. E’ stata una giornata particolarmente emozionante per il grande peso storico, ma soprattutto morale, una giornata che, come tutti gli anni ci ha ricordato che dimenticare tutto quello che è successo sarebbe come ricommettere quelle follie.



La memoria e la scrittura

27 Gennaio 1945.

Eleonora Sebastianelli



I cancelli si aprono al mondo, e i deportati vedono dopo giorni, mesi, forse anni una luce diversa sul loro viso, quella mattina non andranno a lavorare, non moriranno di fame e di sete per tuta la giornata. Quel giorno torneranno a casa, potranno abbracciare i loro cari, potranno andare sotto una doccia senza la paura di morire, potranno mangiare molto di più di un pezzo di pane, potranno dormire in un letto comodo, potranno non soffrire il freddo e il vento. Dopo qualche mese o anno inizieranno a raccontare la loro storia, e il mondo si commuoverà, cercherà di non credere a quegli orrori ma capirà guardando nei loro occhi che è tutto vero.

27 Gennaio 2011.

Sono passati 65 anni da quando i cancelli del campo di annientamento di Auschwitz-Birkenau furono aperti e 10 dall’istituzione di questa giornata, e come ogni anno io e i miei compagni siamo qui a ricordare quel giorno, a ricordare le vittime e i carnefici; a capire cosa può aver portato a un orrore così grande.

Oggi è il 27 gennaio, il “Giorno della Memoria”. Perchè quando nel 2000 fu istituita questa ricorrenza gli venne dato il nome “Giorno della Memoria”? In altre parole, cos’è la memoria?

Con memoria si intende la capacità di ricordare il passato. Ma ricordare a cosa serve? E poi, è giusto ricordare?

Quando usiamo i termini memoria e ricordo ci vengono in mente la Shoah, l’Olocausto e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Allora ricordare serve per non dimenticare questi orrori, per far sì che gli errori commessi in passato dall’uomo possano non ripetersi mai più.

Molti dei sopravvissuti, sia coloro che hanno assistito alle atrocità della guerra, sia coloro che sono tornati dai campi di concentramento hanno cercato non solo di raccontare ciò che hanno visto e provato, ma hanno anche pensato di scrivere ciò che gli è accaduto. È proprio questo il tema della giornata della memoria di quest’anno, LA MEMORIA E LA SCRITTURA.

Quando scriviamo lasciamo sulla carta una piccola parte di noi, quell’attimo che per un istante vogliamo fermare, un attimo felice oppure un attimo tristissimo, ma che comunque non vogliamo che vada perso, è proprio questo al centro del ricordo. I sopravvissuto hanno scritto forse perchè era più semplice che parlare di fronte a delle persone e raccontare, portare una testimonianza della loro agonia, dell’angoscia, di tutti quei sentimenti di dolore e paura che hanno provato vedendo e subendo quegli orrori.

A questa giornata hanno partecipato diverse persone, ma i loro interventi non sono stati interessanti come quelli degli anni precedenti, non si trattava di persone sopravvissute o persone che avevano vissuto la guerra, erano persone “comuni” che, come me, come noi, hanno vissuto una vita comune senza troppo dolore e paura. Invece mi è piaciuto molto il video che abbiamo visto all’inizio. Quattro persone, quattro storie diverse. La signora Springer: torna a visitare il capannone e il campo di annientamento nazista dove fu imprigionata; la signora Vergalli: ex staffetta partigiana, racconta i suoi momenti di paura, del suo coraggio e della sua forza d’animo. Si è dimostrata una persona forte e fragile allo stesso tempo; poi il signor Mieli e infine la scrittrice Lia Levi. Al termine del filmato sono intervenuti i nostri ospiti, anzi le nostre ospiti. Alla fine del loro discorso alcune di noi sono intervenute, come ogni anno, con la lettura di brani da noi scelti: alcuni erano delle nostre riflessioni personali sulla scrittura, altri erano delle parti di libri che abbiamo letto durante le nostre vacanze estive.

La giornata si è conclusa con la lettura di alcune poesie.

Ma il vero senso della giornata secondo me viene alla fine, perchè solo dopo le notizie apprese, le nuove conoscenze ottenute possiamo soffermarci a riflettere. E allora mi sono chiesta: qual è il significato profondo di questa giornata?

Serve a non dimenticare le tragedie passate attraverso i racconti e le memorie di coloro che le hanno vissute, perché è grazie a queste che possiamo, forse, immaginare la loro sofferenza ed il loro dolore, per evitare che certi errori si ripetano. Per questo motivo è giusto ringraziare tutti coloro che ci aiutano a ricordare.



Primo Levi: se conoscere è possibile, comprendere è necessario

Eleonora Sebastianelli



Nel corso delle mie vacanze estive mi sono trovata, diciamo costretta, a leggere il libro di Primo Levi “ Se questo è un uomo “.

Non credevo di rimanere colpita e affascinata da questo romanzo, lo credevo pesante e noioso, invece l‘ho trovato interessante, istruttivo ed educativo.

Il libro venne pubblicato nel 1947, due anni dopo la liberazione dello scrittore dal campo di sterminio di Auschwitz. Il libro è un resoconto, una testimonianza, della prigionia dello scrittore nel lager, dal Dicembre 1943 (anno della sua deportazione) fino al 27 Gennaio 1945 (anno della liberazione dal campo di sterminio). Anni, mesi, giorni e notti che Levi descrive con minuzia, nei minimi particolari.

La vicenda inizia il 13 Dicembre 1943, Levi viene deportato al campo di Fossoli, un semplice campo di transito, da lì un treno porterà lui e gli altri deportati fino in Polonia. Anche se nel treno le condizioni disumane portano molti ebrei alla morte, le vere atrocità iniziano solo nel campo; ai prigionieri viene tolto il loro nome e gli viene tatuato un Haftling, un numero di serie, un numero che da quel momento sarà la loro identità. Dopo l’assegnazione del numero si inizia il lavoro nel campo, un lavoro stremante e faticoso che porta molti prigionieri alla morte.

Levi con il passare del tempo capisce le poche regole del campo:

- far finta di capire tutto;

- saper apprezzare il valore degli oggetti essenziali, quali le scarpe e il cucchiaio.

Nonostante la fame, gli stenti e la dura vita nel lager, Levi riuscirà a sopravvivere fino all’arrivo dei sovietici. Questa, in poche parole, è la trama del romanzo più conosciuto di Levi, ma un altro suo libro di grande importanza è quello intitolato “ I sommersi e i salvati “.

“I sommersi e i salvati” fu pubblicato solamente nel 1986.

Il romanzo è diviso in otto capitoli, accompagnati tutti da una prefazione e una conclusione dell’autore.

Il tema dominante è quello della memoria, già affrontato nel suo libro del 1947; e la memoria viene affrontata sia dal punto di vista dei persecutori, sia dal punto di vista dei perseguitati.

Due capitoli molto importanti sono quelli intitolati: “ Comunicazione “ e “ Violenza civile “.

Entrambi affrontano il tema della dignità dell’uomo, che i nazisti cercano in tutti i modi di reprimere nel lager. Tema affrontato analogamente nel capolavoro “ Se questo è un uomo “.

Questo libro è intriso di una profonda ed elaborata morale dell’autore : Auschwitz ritornerà?

Nei capitoli conclusivi del romanzo lo scrittore cercherà di dare delle risposte alle domande che per più di quarant’anni lo hanno ossessionato: i tedeschi, come hanno potuto farlo? Perchè gli ebrei glielo hanno lascito fare? Perchè non si sono ribellati? Perchè non sono fuggiti?

Un concetto che scaturisce dall’attenta riflessione dell’autore è quello della vergogna. I salvati, coloro che non hanno completamente toccato il fondo perchè altrimenti non sarebbero tornati, provano vergogna. Vergogna perchè sono sopravvissuti durante la prigionia nel campo, a differenza dei loro familiari, amici e compagni.

Levi è solo uno dei reduci del campo di concentramento, ma è uno sicuramente dei pochi che ha avuto la forza di parlare e scrivere di quelle atroci vicende da lui stesso vissute.

L’esperienza nel lager non viene, però, mai del tutto superata. Proprio per questo motivo nel 1987 Levi si toglierà la vita.

I SOMMERSI E I SALVATI di Primo Levi



I Sommersi e i Salvati è un romanzo-testimonianza di Primo Levi. In questo capolavoro della letteratura lo scrittore parla non della sua prigionia nel Lager, ma di coloro che dal Lager si sono salvati, di coloro che nel Lager hanno visto finire la propria vita e di coloro che sono stati gli << aguzzini >>. Leggendo questo libro ho ritenuto necessario evidenziare alcune frasi che per me sono state più profonde e significative:



1) Le prime notizie sui campi d’annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell’anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe tuttavia tra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità. E’ significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli. [...] I militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: << [...] nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se qualcuno dovesse scappare, il mondo non gli crederà. [...] Non ci saranno certezze, perchè noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla >>;



2) Circondato dalla morte, spesso il deportato non era in grado di valutare la misura della strage che si svolgeva sotto i suoi occhi;



3) A distanza di anni, si può oggi bene affermare che la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall’incomprensione;



4) Alle domande << perchè lo hai fatto? >>, o << cosa pensavi facendolo? >>, non esistono risposte attendibili, perchè gli stati d’animo sono labili per natura, e ancora più labile è la loro memoria;



5) Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente intendiamo per << comprendere >> coincide con << semplificare >>. [...] . Tendiamo a semplificare anche la storia;



6) Hai vergogna perchè sei vivo al posto di un altro? E in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito. [...] Al mio ritorno dalla prigionia è venuto a visitarmi un amico più anziano di me, mite ed intransigente, cultore di una religione. [...] Era contento di ritrovarmi vivo e sostanzialmente indenne, forse maturo e fortificato, certamente arricchito. Mi disse che l’essere io sopravvissuto non poteva essere stata opera del caso, o di un accumularsi di circostanze fortunate ( come sostenevo e tuttora sostengo io ), bensì della Provvidenza. Ero un contrassegnato, un eletto: io, il non credente, ed ancora meno credente dopo la stagione di Auschwitz, ero un toccato dalla Grazia, mi rispose. Forse perchè scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza: non stavo infatti scrivendo allora, nel 1946, un libro sulla mia prigionia? Questa opinione mi parve mostruosa. Mi dolse come quando si tocca un nervo scoperto, e ravvivò il dubbio di cui dicevo prima: potrei essere vivo al posto di un altro, a spese di un altro. [...] I << salvati >> del lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della << zona grigia >>, le spie. [...] Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca di una giustificazione. [...] Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.[...] Non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. [...] . Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deportazione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione. [...] Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso << per conto di terzi >>, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perchè la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega;



7) A partire dall’inizio del 1942, ad Auschwitz e nei Lager che ne dipendevano il numero di matricola dei prigionieri non veniva più soltanto cucito agli abiti, ma tatuato sull’avambraccio sinistro. [...] . Gli uomini dovevano essere tatuati sull’esterno del braccio e le donne sull’interno; il numero degli zingari doveva essere preceduto da una Z; quello degli ebrei, a partire dal maggio1944 doveva essere preceduto da una A, poco dopo da una B. Fino al settembre 1944 non c’erano bambini: venivano uccisi tutti col gas al loro arrivo [...]. L’operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che s' imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita;



9) Ci viene chiesto [...] chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri << aguzzini >>. [...] erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: [...] Avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.







Questi sono solo alcuni brani che ho ritenuto più significativi. Credo che per capire veramente a fondo questo libro bisognerebbe iniziare col porsi una domanda: perché Levi provava vergogna per essersi salvato?

Lo scrittore non è felice di essere un salvato, sa benissimo di essere “intruppato”tra i salvati, come scrive nel libro, ma non prova gioia nell’esserlo. Prova, come tutti gli altri salvati vergogna, una vergogna nata dal fatto che è sopravvissuto. Levi afferma che i salvati del lager erano i peggiori, ma perchè dice questo?

La risposta è alquanto semplice, si è salvato chi era più furbo, chi ha saputo sfruttare i momenti e le situazioni, ma sopratutto sono sopravvissuti i sostenitori della << zona grigia >>, coloro che hanno collaborato con le autorità e che Levi identifica con il nome di “privilegiati”.

Essere un salvato non è per Levi un vanto, è angoscioso, così angoscioso che lo scrittore non riuscirà a continuare la propria vita con questo peso, e dopo 40 anni da quel fatidico giorno, il 27 Gennaio 1945, deciderà di togliersi la vita. Infatti, i veri protagonisti della storia, e del libro, sono i sommersi, coloro che hanno visto e vissuto fino in fondo le atrocità del lager, coloro che devono essere ricordati.

Levi parla anche degli aguzzini. Coloro che volevano distruggere ogni prova, coloro che non volevano far emergere alcuna testimonianza, coloro che avevano fatto erigere i lager e che poi volevano distruggerli perchè erano diventati troppo pericolosi anche per i tedeschi stessi, in quanto al loro interno racchiudevano un segreto enorme, il massimo crimine della storia dell’umanità.

Levi diceva: ” Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perchè ciò che è accaduto può ritornare, le conoscenze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre ”.

Cosa vuol dire?

Sta a significare che i fatti che sono accaduti devono essere conosciuti, e se possibile anche compresi, così che possano non ripetersi mai più. Dobbiamo ricordare i sommersi. Dobbiamo ringraziare i salvati. Perchè i loro ricordi, le loro testimonianze possono sensibilizzarci e commuoverci e da loro possiamo imparare a non dimenticare.



Sebastianelli Eleonora 18 anni

Istituto Colomba Antonietti

Classe V S Liceo Scientifico-Tecnologico



“La Storia” di Elsa Morante

.Brani tratti dal libro.



Durante il corso dell’ anno scolastico , noi alunni della 4°s abbiamo letto “ la Storia ” di Elsa Morante . Un romanzo ambientato a Roma durante il periodo della seconda guerra mondiale e nell’ immediato dopo guerra. “La Storia” narra le tragiche vicende di Useppe, un bambino nato dalla violenza che la madre , Ida Ramundo, un’ insegnante di origine ebraica, vedova Mancuso e madre di Nino , ha subito da un giovane militare tedesco . Cresciuto gracile e minuto tra gli stenti e la fame di una Roma occupata , Useppe muore stroncato da una grave forma di epilessia . La povera Ida , dopo aver perso anche il primogenito Nino , che nel frattempo aveva deciso di partire per la guerra dapprima come militante nelle squadre fasciste poi come partigiano, non riesce a sopportare questo dolore e impazzisce.

Abbiamo scelto alcuni brani tratti da questo libro che a noi sono sembrati più significativi .



• “ Useppe alzò gli occhi al cielo e disse : “<< Lioplani>> , e in quel momento l’ aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle il terreno saltava d’ intorno a loro , sminuzzato in una mitraglia di frammenti. “



• “ La maggior parte dei presenti si guardavano in faccia inebetiti senza dir nulla . Molti avevano i vestiti a pezzi bruciacchiati, certuni sanguinavano. Da qualche parte là fuori, fra un rumorio sterminato e incoerente , ogni tanto si levava qualche urlo feroce . “



• “ Si vedeva un viale alberato di città, lungo la spalletta di un ponte semidistrutto. Da ogni albero del viale pendeva un corpo, tutti in fila, nella stessa identica posizione, con la testa inclinata su un orecchio , i piedi un poco divaricati e le due mani legate dietro la schiena . Erano tutti giovani , e tutti malvestiti, dall’ aria povera . Su ognuno di loro stava appeso un cartello con la scritta : PARTIGIANO. “



• “ L’ interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo , rintronava sempre di quel vocio incessante . Nel suo disordine , si accalcavano dei vagiti , degli alterchi , dei parlottii senza senso , delle voci senili che chiamavano la madre, delle altre che conversano appartate , quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano . E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti ; oppure altri , di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come : << bere! >> << aria!>>. Da uno dei vagoni estremi sorpassando tutte le altre voci , una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti , tipiche delle doglie del parto.”



• “ Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita . Ora nella mente solida di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio , ruotarono anche le scene della Storia umana ( La Storia) che essa percepì come LE SPIRE MULTIPLE DI UN ASSASSINIO INTERMINABILE. E oggi l’ ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe . Tutta la Storia e le nazioni della Terra si erano concordate a questo fine : la strage del bambinello Useppe Ramundo. “





Abbiamo scelto questi brani perché ci fanno riflettere su come in un momento tutto possa cambiare; senza preavviso tutto ciò che hai , una casa, una famiglia, un cane magari, tutta la tua vita , viene improvvisamente portato via . E solo una cosa è in grado di rendere possibile tutto ciò con una facilità e una velocità quasi innaturali: la guerra.

Crediamo che la guerra danneggi il mondo, perchè ferisce il cuore e gli animi della gente, perchè indebolisce la speranza e la sicurezza di tutti, perchè non distrugge solo case ma anche la sensibilità e il riso non solo degli adulti , ma soprattutto dei bambini.



Alunni IV S Liceo scientifico tecnologico

La Notte Elie Wiesel

Il racconto è articolato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo disgregarsi e disperdersi della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio: vede la madre e l’ adorata sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso… e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, nel Dio dei Padri, fino ad allora sempre forte e viva, che viene sostituita dal dubbio, dall'incertezza, dalla disperazione. Alle immagini dell'infanzia si sostituiscono gli scenari dell'orrore, in una serie di istantanee crudeli, impossibili da dimenticare, che segneranno il futuro di un uomo che non è mai stato bambino. L'immagine della notte, dell'oscurità, del dolore, come un manto nero si stende lungo le pagine e sull'anima, lasciando una forte commozione nel lettore, un'emozione indimenticabile.

De Lorenzo Jessica

Anni 18

Classe V S Liceo scientifico tecnologico

Introduzione a “La Notte” di Elie Wiesel

Il racconto “La Notte” è basato sui ricordi e sulle impressioni dello scrittore ebreo Elie Wiesel, che fu deportato ad Auschwitz e in seguito a Buchenwald con la famiglia. Egli descrive con i suoi occhi di bambino il progressivo allontanamento della sua famiglia nelle tragiche circostanze della deportazione e della detenzione nei campi di sterminio dove vede la madre e la sorellina avviarsi insieme verso uno di quei forni dal quale, poco tempo dopo, si levò un fumo nero e denso; e vede il padre spegnersi giorno dopo giorno, fino alla morte. Contemporaneamente, si spegne in lui quella fede in Dio, sempre viva fino ad allora, che viene sostituita dal dubbio, dall’incertezza e dalla disperazione che lo accompagneranno fino al giorno della liberazione e soprattutto che gli hanno fatto perdere interamente la giovinezza.

Ecco alcuni brani del libro, che a noi sono sembrati più significativi:

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformati in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede.

Nel carro dove era stato gettato il pane era scoppiata una vera e propria battaglia. Si buttavano gli uni sugli altri, pestandosi, dilaniandosi, mordendosi. Animali da presa scatenati, odio bestiale negli occhi; una vitalità straordinaria si era impossessata di loro, gli aveva aguzzato denti e unghie.[…] Un pezzetto cascò anche nel nostro vagone. Vidi non lontano da me un vecchio che si trascinava carponi. Si era appena svincolato dalla mischia. Portò una mano al cuore. Prima credetti che avesse ricevuto un colpo al petto, poi capii: teneva sotto la giacca un pezzo di pane. […] Un’ombra si era appena allungata accanto a lui, e quell’ombra gli si gettò addosso. Carico di botte, ubriaco di colpi, il vecchio gridava:

-Meir, mio piccolo Meir! Non mi riconosci? Sono tuo padre… mi fai male… stai assassinando tuo padre… ho del pane… anche per te… anche per te…

Crollò. Aveva ancora nel pugno chiuso un pezzetto di pane. Volle portarlo alla bocca, ma l’altro si gettò su di lui e glielo prese. Il vecchio mormorò ancora qualcosa, emise un rantolo, e morì nell’indifferenza generale. Suo figlio lo frugò, prese il pezzetto di pane e cominciò a divorarlo, ma non poté andare molto lontano: due uomini lo avevano visto e si precipitarono su di lui. Altri se ne aggiunsero. Quando se ne andarono c’erano vicino a me due morti, uno accanto all’altro: il padre e il figlio. Io avevo quindici anni.



Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

-Che il Suo Nome sia magnificato e santificato… - mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me.

Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva. Di cosa dovevo ringraziarLo?



Entrò nel capannone e i suoi occhi, più brillanti che mai, sembravano cercare qualcuno:

-Forse avete visto mio figlio da qualche parte?

Aveva perso il figlio nella ressa. Lo aveva cercato invano fra gli agonizzanti, poi aveva grattato via la neve per ritrovare il suo cadavere, ma senza risultato.

[…] -È accaduto sulla strada. Ci siamo persi di vista durante il cammino. Io ero rimasto un po’ indietro: non avevo più la forza di correre.

-No, Rabbi Eliahu, non l’ho visto.

[…] Improvvisamente mi ricordai che avevo visto suo figlio correre accanto a me. L’avevo dimenticato e non l’avevo detto a Rabbi Eliahu!

Poi però mi ricordai un’altra cosa: il figlio aveva visto il padre perdere terreno, finire zoppicando in fondo alla colonna, L’aveva visto e aveva continuato a correre in testa, lasciando che la distanza fra di loro aumentasse.

Un pensiero terribile mi venne in mente: aveva voluto sbarazzarsi di suo padre! Lo aveva visto in difficoltà, aveva creduto che ormai fosse la fine e aveva cercato quella separazione per togliersi di dosso quel peso, per liberarsi di un fardello che poteva diminuire le sue proprie possibilità di salvezza.



Abbiamo scelto questi brani perché danno chiaramente l’idea della disperazione che gli uomini hanno vissuto stando all’interno dei campi di sterminio, della distruzione fisica e psicologica, che fa diventare gli uomini delle bestie incapaci di controllare i loro istinti pur di sopravvivere. Questi ricordi dimostrano chiaramente il modo terribile, spietato, con cui venivano trattati, le brutalità che erano costretti a subire giorno dopo giorno e che li hanno cambiati, che li hanno plasmati in esseri senza morale pronti anche ad uccidere i propri familiari pur di sopravvivere, che li hanno spinti a perdere tutto quello in cui credevano, compresa la loro Fede. Totalmente delusi e portati all'odio, perchè circondati solamente da morte, dolore e nessuna possibilità di salvezza.

Jessica De Lorenzo

Andrea Toma

Anni 18 V S Liceo Scientifico Tecnologico



SCRIVENDO I RICORDI SALVIAMO LE NOSTRE RADICI E NOI STESSI



La scrittura è forse lo strumento più potente di cui l’uomo disponga in quanto scrivendo abbiamo la possibilità di fermare degli attimi importanti, di catturare e fare un’ istantanea delle sensazioni e degli eventi accaduti in passato.

Basti pensare alla storia, e a come essa si basi in maniera significativa su numerosi reperti scritti che descrivono in modo più o meno dettagliato la vita di quegli anni passati.

Poniamo ad esempio l’attenzione sulle numerose testimonianze della seconda guerra mondiale e sullo sterminio nazista.

A centinaia si contano i testi che riportano le torture, le paure e le umiliazioni a cui gli ebrei sono stati sottoposti a partire dal ’38, anno in cui vennero promulgate le leggi razziali.

Proprio riguardo a questo, in onore della giornata della memoria, che come ogni anno ricorre il 27 Gennaio, abbiamo letto il libro “SE QUESTO E’ UN UOMO” di Primo Levi, un sopravvissuto.

Deportato ad Auschwitz, descrive in maniera dettagliata ed oggettiva la vita che si conduceva all’interno del lager.

Scrive di come l’identità di un uomo venisse poco a poco annullata e di come inevitabilmente in quel luogo andasse persa la concezione ci ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’importante per tutti era sopravvivere.

Rileggendo quelle pagine non si può fare a meno di provare orrore nel pensare che realmente l’uomo è stato capace di compiere tali azioni.

Comunque quella lasciata da Levi è solo una delle tante testimonianze che oggi abbiamo a disposizione, un altro esempio potrebbe essere “IL DIARIO DI ANNA FRANK” che ella stessa scrisse nel periodo in cui insieme alla famiglia si nascose nella speranza di sfuggire ai tedeschi.

Un diario, chi non ha mai tenuto un diario in cui scrivere i propri segreti, i propri pensieri più intimi che quotidianamente ha paura o vergogna di mostrare agli altri.

E’ questo il paradosso; spesso e volentieri ciò che scriviamo rappresenta la parte più vera di noi stessi, eppure, nel momento in cui ci troviamo a rapportarci con gli altri, preferiamo mostrare una maschera.

Io stessa tenevo un “diario segreto” qualche tempo fa e ammetto che ancora oggi spesso mi ritrovo a scrivere i miei pensieri su qualsiasi pezzo di carta.

Il motivo per cui lo faccio è semplice, scrivendo mi sfogo, è l’unico modo di dire tutto ciò che penso senza avere il timore d’essere giudicata.





Ilarioni Bruna

anni 18

Liceo Scientifico-tecnologico

Colomba Antonietti classe V S





Il lager come l’Inferno – Levi e Dante



La letteratura ha rappresentato per Levi un aiuto di fronte ad una vicissitudine così traumatica come quella nel campo di sterminio, ed in un certo senso lo ha “salvato” in quanto, una volta conclusasi quella tremenda esperienza , ha trovato nella scrittura una sorta di terapia del dolore che gli ha consentito di attingere alla memoria per lasciarci un indelebile ricordo nel suo libro "Se questo è un uomo".

Mentre si trovava nel lager ad Auschwitz, Levi comprende che nulla poteva essere spiegato dalla ragione e come gli disse un deportato: "Qui non c'è un perchè".In quel momento così insensato della sua vita, vide accanto a sè Dante e la Divina Commedia entrò a far parte della sua quotidianità tanto che lo aiutò a sopravvivere .

In “ Se questo è un uomo”, in particolare nel primo capitolo, è possibile quasi sovrapporre atmosfere dantesche a quelle del lager.

Ad esempio:

Dante : vv." Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva /sovr'una fonte che bolle e riversa/per un fossato che da lei deriva/ L'acqua era buia assai piu che persa/e noi , in compagnia de l'onde bige,/intrammo giù per una via diversa./In la palude va c'ha nome Stige /questo tristo ruscel, quand'è disceso/al piè de le maligne piagge grige./E io , che di mirare stava inteso,/vidi genti fangose in quel pantano,/ignude tutte , con sembiate offeso./Queste si percotean non pur con mano,/ma con la testa e col petto e coi piedi,/troncandosi co'denti a brano a brano".

Levi: "Siamo scesi , ci hanno fatto entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo!! Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto : sopra c'è un cartello, che dice che è proibito bere perchè l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è un beffa, "essi" sanno che noi moriamo di sete , e ci mettono in una camera e c'è un rubinetto, e WASSERTRINKEN VERBOTEN. Io bevo , e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra , ha odore di palude".

Come per Dante "L'acqua era buia" anche per Levi "L'acqua era imbevibile tiepida e dolciastra".

L’esperienza di Levi deve insegnare alle nuove generazioni come nella vita tutti attraversiamo un momento di oscurità per la perdita di una persona cara , per il venir meno degli affetti , o a causa della malattia, ma grazie alla letteratura, spesso studiata contro voglia negli anni del liceo, si può sopravvivere e trovare la forza per andare avanti.

Forse se Levi non avesse mai studiato Dante, non sarebbe riuscito a rielaborare la sua devastante esperienza, e a farla rivivere così intensamente nella sua opera. In un certo senso la letteratura "l'ha salvato" perché lo ha aiutato a mantenere il ricordo.



Istituto “Colomba Antonietti” III R - De Angelis Sara e D’Andrea Michela anni 17









INTRODUZIONE



In occasione della Giornata della memoria, affinché si possa riflettere a fondo su fatti che hanno cambiato il volto della nostra storia e delle persone che ne hanno preso parte, abbiamo deciso di evidenziare alcuni brani significativi tratti dal libro “Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi, nel 1947, in occasione del suo ritorno da Auschwitz. Una straordinaria testimonianza sull'inferno dei Lager, sulle umiliazioni, le atrocità, i soprusi e la morte che gli uomini sono stati costretti ad affrontare.



Da “Se questo è un uomo”



• Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. […] Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che i potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine << Campo di annientamento >> e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.



• Eccomi dunque sul fondo, a dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall'ingresso, […] già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l'un l'altro.





• Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perchè era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.



• A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che <>. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, allora al termine della catena, sta il Lager.



• Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.



• A Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e selvaggio, estraneo all'odio e alla paura […] Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.



• L'anno scorso a quest'ora io ero un uomo libero […] Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.



COMMENTO



Abbiamo scelto in particolare queste frasi perché ci sembravano le più significative per comprendere al meglio le dure e sofferte vicende di vita all'interno dei Lager nazisti, dove migliaia di persone sono state costrette a vivere momenti atroci. Leggere questi brani ci aiuta a renderci conto del significato del termine “Giacere sul Fondo”; ci fa capire i sentimenti e le angosce di tutte quelle persone che si sono ritrovate immerse in quell'inferno di dolore, rendendosi conto che la loro esistenza era oramai nella mani di un terribile destino che li avrebbe condotti alla morte o ad un passo dalla morte, verso una strada senza più via d'uscita.



Da “Se questo è un uomo”



• Qualcuno molto tempo fa, ha scritto che anche i libri, come gli esseri umani, hanno un loro destino, imprevedibile, diverso da quello che per loro si desiderava e si attendeva. Anche questo libro ha avuto uno strano destino. […] era talmente forte in noi il bisogno di raccontare, che il libro avevo incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perchè se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita. Ma ho scritto il libro non appena sono tornato, nel giro di pochi mesi: tanto quei ricordi mi bruciavano dentro.



• In campo, alla sera e al mattino, nulla mi distingue dal gregge, ma di giorno, al lavoro, io sto al coperto e al caldo, e nessuno mi picchia; rubo e vendo sapone e benzina, senza serio rischio, e forse avrò un buono per le scarpe di cuoio. Inoltre si può chiamare lavoro questo mio? […] sto seduto tutto il giorno ho un quadernetto e una matita, e mi hanno perfino dato un libro per rinfrescarmi la memoria sui metodi analitici. […] i compagni del Kommando mi invidiano, e hanno ragione; non dovrei forse essere contento? Ma non appena, al mattino, io mi sottraggo alla rabbia del vento e varco la soglia del laboratorio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua, del Ka-Be e delle domeniche di riposo: la pena di ricordarsi, il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all'istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno.



COMMENTO



Abbiamo evidenziato queste frasi relative al tema della scrittura perchè ci permettono di scoprire come sia importante per tutti gli uomini riuscire ad esprimere, attraverso la scrittura, i propri sentimenti e raccontare il dolore, i pensieri di momenti difficili, lasciare impresse in un foglio bianco tutte le atrocità di cui sono stati vittime. Scrivere è uno strumento fondamentale, come afferma Levi, che permette all'uomo di liberarsi dal peso di un dolore che lo opprime e permette soprattutto di riportare alla luce ricordi incancellabili del nostro passato affinchè chi li leggerà in un futuro si renda conto che gli errori commessi in passato non devono più ripetersi nel futuro.



Alunni classe V S

Liceo scientifico tecnologico

















I PRIGIONIERI: PECCATORI CONTRO LA PATRIA?




Di Massimo Coltrinari



La prigionia di guerra costituisce un'esperienza che ha toccato, all'indomani della prima e della seconda guerra mondiale , oltre due milioni di soldati italiani. Per ragioni complesse, recondite e spesso inconfessabili, di questa esperienza di massa ci si è voluti molto spesso dimenticare: All'indomani della vittoria di Vittorio Veneto, nel tripudio della stessa, di tutto si parlò meno degli oltre 600.000 soldati italiani (di cui 100.000 morti) prigionieri.

Nella monumentale bibliografia dedicata al primo conflitto mondiale, da parte non solo italiana, le opere inerenti completamente alla prigionia si contano sulla punta delle dita. Si possono citare, ad esempio, di Carlo Emilio Gadda "Giornale di Guerra e di Prigionia" (Einaudi Torino, 1965) e "Taccuino di Caporetto: Dia di Guerra e Prigionia" (Garzanti, Milano 1991). Pubblicazioni sicuramente dovute alla fama dell'Autore, più che ad un reale interesse per la materia.

La stessa Relazione ufficiale dello Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, dedica alla prigionia pagine interessanti, ma non approfondite. Le altre opere, tutte edite prima del 1940, sono in tino minore, dimesso, quasi che i prigionieri non avessero il coraggio o l'ardire di raccontare le loro vicende e disavventure.

Occorre rilevare che i fascismo non aveva alcuna interesse a parlare di vicende e situazioni che andavano contro la sua retorica ufficiale.

Stesso atteggiamento all'indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale. In pieno disastro morale e materiale, nella problematica e ferita società italiana della metà degli anni quaranta, pochi avevano interesse e voglia di interessarsi dei problemi e delle vicende della prigionia militare italiana: In più vi era l'orrore della scoperta dell'altra tragedia consimile, quella dell'Internamento in Germania, inserita in quell'enorme vergogna che è l'Olocausto e lo sterminio di massa. Anche nel secondo dopoguerra, quindi, in fretta si cercò di dimenticare le vicende della prigionia.

Eppure, la vicenda della prigionia interessa oltre due milioni di soldati italiani, una massa di uomini che dovrebbero attirare l'interesse di studiosi e storici. A fronte d ciò occorre rilevare che nei paesi anglosassoni e in Francia il prigioniero di guerra è tenuto nella massima considerazione. In pratica esso è considerato un soldato sfortunato, che però nella difficile vita di cattività ha contribuito a servire il suo Paese. Basti ricordare il film "Il ponte sul fiume Kway" per comprendere questo assioma.

In Italia, invece, nulla di tutto questo. L'origine di tale atteggiamento può essere trovata nella formazione di uno stato Unitario Italiano.

Chiamato questo Sttao alla difficilissima prova della prima guerra mondiale, Che è bene dirlo fino alla vigilia di Caporetto si hanno oltre 70.000 disertori, molte difficoltà di amalgama e di senso civico vennero a nudo. Una di queste era la profonda sfiducia (per lo più ingiustificata) che i vertici politico-militari ed i comandanti nutrivano verso i loro soldati. Nel dover affrontare le dure prove del combattimento, questi comandanti erano ossessionati dall'idea che i soldati, di fronte al pericolo, disertassero o si arrendessero troppo facilmente. Nell'accezione generale dei nostri comandanti della prima guerra mondiale, i prigionieri erano considerati dei vili, dei pessimi soldati, quasi assimilabili ai disertori.

Nonostante azioni di alto valore, si ebbero 600.000 prigionieri di cui almeno 300.000 per effetto della ritirata al Piave: Fu una prigionia dura, ma nell'alveo delle norme internazionali allora in vigore, marcata a fondo da una fame crescente, ciò non fu voluto dagli austro-ungarici detentori dei nostri prigionieri, ma dalla carenza dei rifornimenti.

La fame , che fu patita in misura uguale dalla stessa popolazione austriaca, fu, per i soldati prigionieri, disperata. Il risultato di questa situazione fu l'altissima mortalità: oltre 100.000 uomini morirono dietro i reticolati.

E' una cifra, come tutte quelle riferite alla prigionia della prima guerra mondiale, tenuta per anni accuratamente nascosta. Questa cifra non entra nemmeno nel calcolo generale delle eprdite italiane del conflitto. Infatti tutte le fonti portarono solo il numero dei morti italiani (oltre 600.000) avuti in combattimento e per cause di combattimento.

Per sottolineare il diverso approccio, rispetto a noi italiani, che gli anglo-francesi avevano verso i prigionieri, occorre dire che le Autorità sia di Francia che di Gran Bretagna organizzavano un regolare invio di treni carichi di viveri per i loro prigionieri in Germania. Il risultato fu che su un totale di 600.000 prigionieri anglo-francesi 8numero uguale a quello degli italiani) i loro morti furono "solo" 20.000.

Le Autorità italiane, sia politiche che militari, rifiutarono categoricamente di organizzare l'invio di viveri, attraverso la Svizzera, per i nostri prigionieri: Si era quasi soddisfatti che il nemico lasciasse morire di fame i nostri soldati: che tale voce si spargesse tra le trincee, affinchè tutti i combattenti si convincessero che era poco conveniente arrendersi o darsi prigionieri.

I risultati, come detto, furono 100.000 morti (un prigioniero su sei), mentre la mortalità fu minore fra gli ufficiali (500 su 19.500), in quanto potevano ricevere pacchi dalle famiglie e non erano obbligati al lavoro.

Un'altra considerazione: 600.000 furono gli internati militari italiani nel periodo'43 - '45, e tutti conosciamo le tragiche e inumane condizioni in cui furono tenuti. Ebbene tra loro si ebbero in totale circa 50.000 morti, ma molti di meno, di quelli della prima guerra mondiale.

Tutto questo era causato dalla convinzione delle nostre Autorità che la prigionia fosse una vergogna, un disonore, una viltà, se non un vero e proprio tradimento.

Ed il vate, colui che fu il primo propagandista della grande guerra, quel Gabriele D'Annunzio che nel bene e nel male, tanto incise nel nostro tessuto sociale, chiamava i prigionieri, condannandoli al disprezzo, "i soldati italiani sventurati e svergognati", una genia "che aveva peccato contro la Patria".

Questa idea si è tanto bene radicata nel nostro paese, che è ben facile comprendere il disinteresse con cui furono trattati i prigionieri italiani della prima e della seconda guerra mondiale.

Non può sorprendere pertanto la scarsezza degli studi sulla prigionia e sulle vicende , spesso drammatiche, ad essa collegate . del resto tutto questo è stato alimentato dall'ultima "scelta" dei protagonisti: il prigioniero non vuole raccontare la sua esperienza.

Quale udienza ed ascolto, peraltro, può avere chi era considerato un peccatore contro la Patria.

Con questa noto vogliamo avviare una serie di articoli sul tema della prigionia, andando un po’ contro corrente nella speranza di dare un contributo per invertire la tendenza in atto.