Un
caso storico, la Francia del “Re Sole”
Ten.
Cpl. Art. Pe. Sergio Benedetto Sabetta
“
E’ molto più facile
ingannare la gente che convincerla che è stata ingannata”
(
Mark Twain)
L’
attuale crisi dell’egemonia americana è la crisi ideologica della
narrazione neoliberale propria delle élite politiche occidentali, in
cui il liberismo è stato intesa quale liberalismo economico, ossia
l’assorbimento di qualsiasi aspetto culturale nei soli rapporti
economici che avrebbero dovuto garantire un lungo periodo di pace
fondato sui soli interessi economici in comune, la fine della storia.
Questa
illusione risoltasi in un conflitto economico – strategico, anche
sul piano militare, era già avvenuta tra le due guerre mondiali del
Novecento, quando un “pluralismo
di gruppi di interesse”
portò alla corruzione sistemica e alla conseguente crisi delle
istituzioni democratiche del 1929.
La
crisi attuale ripropone il problema del recupero dei valori etici e
culturali che non possono essere sciolti nel solo aspetto economico,
il problema è come diceva Keynes,
“cosa mettere al
suo posto” (
Grewal D. S.,
L’autunno del neoliberalismo, 51-62 in “Il bluff globale”-
Limes n.4/2023).
Quanto
viviamo in questi anni con la crisi di una grandeur
si verificò
storicamente, sebbene naturalmente in termini diversi, anche alla
fine del regno di Luigi XIV, il Re Sole, tra il XVII e il XVIII
secolo, dopo un periodo di grandiosa espansione, anche commerciale
attraverso il mercantilismo di Colbert e la fondazione di colonie.
Dietro
alla facciata dello scenario di “Luigi XIV”.
Negli
ultimi decenni del ‘600 e nei primi del ‘700, molte brecce si
aprono nella fortezza monarchica e cristiana, il cui ultimo e vero
difensore, il Bossuet
muore nel 1704. Il
regime, già provato dai rovesci militari degli ultimi anni del regno
e dall’insuccesso dell’autoritarismo religioso, è minato dalla
crisi economica e sociale, dall’emancipazione del pensiero, della
nascita di una specie di opposizione.
Il
bilancio economico, materiale è disastroso. Nell’industria e nel
commercio si formano delle fortune, ma la massa lavoratrice non ne
trae benefici, perché i salari, per abbassare i costi, sono
bassissimi : nel caso più fortunato permettono solo di non morire di
fame, tranne in caso di disoccupazione, di carestia o di spinte in
alto dei prezzi.
Lo
Stato pensa solo al mantenimento dell’ordine e le rare
distribuzioni di pane avvengono solo nei casi disperati, per calmare
i cittadini affamati (1693). Da tutti i documenti che ci permettono
la ricostruzione della storia delle campagne francesi, se evince che
la vera padrona è la paura. Una paura latente, continua, generatrice
di sussulti pieni di disperazione, davanti all’incertezza del
domani, alla fame, alla doppia fiscalità regia e signorile.
Nella
città ci sono alcune iniziative di carità, specie religiose: così
la Compagnia del Santo Sacramento a Lione difende i salariati dai
padroni, ma i magistrati e le forze dell’ordine si affiancano ai
padroni. Si può scorgere in tutta la Francia una specie di lotta di
classe mascherata: i compagnonnages dei lavoratori tentano degli
scioperi, sempre spezzati e spesso nel sangue, contro la tirannia
delle corporazioni. I salari variano da 6 a 30 “sols”ma il pane
costa 1 “sol” alla libbra e sale a 3 o a 4 nelle epoche di
carestia e le feste non sono mai pagate (sono almeno 92 giorni
all’anno), i tumulti sociali “emotions”, come venivano
chiamati, sono tanti da non essere calcolabili.
Nel
1709 delle bande di popolani di Parigi si spingono sino a Versailles
per gridare sotto alle finestre della reggia. Non c’è personaggio
che conti del regno che non abbia lasciato ricordi della miseria,
della mendicità, della mortalità che affliggevano il regno.
La
miseria peggiore regna nelle campagne. Bisogna intendere alla lettera
La Bruyère che
parla di “animaux farouches” che non mangiano che “racines”,
miseria fisiologica e morale insieme. I tumulti contadini sono
disperati e innumerevoli, le lagnanze che giungevano al sovrano, agli
Intendenti, la stessa corrispondenza ufficiale e i documenti di stato
lo confermano.
La
Francia popolare di Luigi XIV è un inferno, le sommosse vengono
soffocate in modo atroce, Madamne de Sévigné, che del resto non se
ne commuove, ce lo racconta; vede gli alberi piegarsi sotto il peso
degli impiccati e i soldati del suo amico, duca di Chaulnes,
governatore di Bretagna, “ceux
ci, mirent l’autre jour un petit enfant à la broche”.
In
Bretagna, molti castelli erano stati allora incendiati ed era in
corso una guerra sociale, questo nel 1675, negli anni in cui il re è
al sommo dei suoi trionfi, verso la fine del regno la rivolta
serpeggia e cova dappertutto, nel 1703 c’è una insurrezione nella
Linguadoca e nel 1709, si canta:
Le
grand-père est un fanfaron,
le
fils un imbécile
le
petit fils in grand poltron,
Ah!
La belle famille!
Que
je vous plains, peuple francais
Soumis
à cette empire!
Faites
ce qu’ont fait les Anglais,
c’est
assez vous dire …
L’industria
subisce nell’insieme la depressione generale, la fine del regno
vede rallentarsi la produzione delle “manifactures”, la cui
direzione dopo Colbert è diventata poliziesca. Il grande commercio
sfugge al mercantilismo, diventa libero e la sua floridezza contrasta
con la miseria generale, il commercio procura lauti guadagni, perché
le classi agiate consumano ora lo zucchero, il caffè, il the, il
cioccolato e il tabacco, così i grandi commercianti di Lione, di
Nantes, di Rouen esigono ed ottengono dal re l’abbandono del
colbertismo ormai superato.
Questi
successi dell’iniziativa privata si aggiungono alle attività dei
corsari che vivono la loro epoca d’oro. L’alleanza spagnola apre
le vie del Sud America, e il Cile e il Perù sono ora visitati dalle
navi francesi, lentamente ci si converte in economia al
liberoscambismo. Si afferma un mercantilismo moderato, già
delineatosi alla pace di Rijawijk, nel 1713 si firmano trattati di
commercio con tutti gli ex nemici, Boyguilbert è un precursore dei
Fisiocratici: la ricchezza dei popoli è nell’agricoltura.
Il
bilancio intellettuale
Il
bilancio intellettuale è più grave ancora perché incrina le basi
stesse del regime. La Francia partecipa a quel momento di trapasso
che è “la crisi
della coscienza
europea”, per
ripetere l’importante definizione di Paul Hazard. La Ragione
sovrana, il Soggetto, partito dal dubbio cartesiano si alza ora a
misurarsi contro il conformismo delle idee tradizionali.
Del
resto, all’interno del bel frutto dell’ortodossia religiosa e
monarchica, quanti vermi roditori: l’inquietudine, la “ricerca
della verità” del Malebranche che cerca di conciliare la Ragione
con la Fede, la curiosità della Natura e delle sue leggi. Con il
metodo sperimentale appare anche l’idea di progresso e di
Relatività: si schiudono nuovi mondi, dagli orizzonti illimitati.
I
progressi della scienza e dell’incredulità vanno di pari passo.
Luigi XIV e Colbert proteggono e incoraggiano i dotti, gli
scienziati, ma seminano anche germi distruttori. Il loro secolo è
quello di Galilei, di Newton, di Harvey, di Huigens, di Torricelli,
di Cassini, di Pascal e di Leibniz. E’ il secolo in cui il
telescopio e il microscopio introducono l’infinito concreto che
sconvolge l’idea dell’universo trasmessa dalla Bibbia.
Come
conciliare la scienza e la rivelazione? La provvidenza, la genesi, le
cronologie della Bibbia con quelle della Cina? E infatti è anche il
secolo dei “libertins”, ribelli senza dottrina, ma anche forniti
della dottrina del materialismo, discepoli di Gassendi, di Saint
Evremond, questo nemico di Pascal.
Sul
finire del secolo, il cartesianesimo perseguitato riesce a passare
attraverso la sintesi con l’ortodossia che ne fa il Malebranche
oppure attraverso i volgarizzatori scientifici come Fontanelle, che
tranquillamente dimostra la “pluralità dei mondi”. Bossuet era
spaventato dal Trattato teologico-politico di Spinoza, che spazzava
via tutte le tradizioni antiche e venerabili e si faceva un dovere di
ripensare tutta la tradizione, e dell’Histoire critique di Richard
Simon.
La
fortezza cattolico-monarchica della Francia di Luigi XIV, si
sfasciava sotto i colpi più forti che provenivano dall’Olanda,
questo rifugio di tutte le libertà: Bayle poteva distinguere tra
“religionnaires” e “ragionaux”, gli spiriti scettici e
scientifici.
Sotto
Luigi XIV questa eterodossia filosofica non penetra ancora che in una
élite colta. ma il successo editoriale del “Dizionario” di Bayle
e il gusto diffuso dell’astronomia o per le esperienze scientifiche
sono indizi rivelatori. Panteismo o deismo naturalistico penetrano
nell’alta società, le censure della Cancelleria o il fulmini della
Sorbona erano più uno sprone indiretto che uno spauracchio.
I
viaggi o il gusto dell’esotismo dominano il secolo con le
molteplici relazioni di viaggi più o meno meravigliosi che rivelano
paesi e popoli sconosciuti, non sarà mai abbastanza sufficiente
sottolineare quanto abbiano influenzato l’emancipazione degli
spiriti.
Vanno
ricordati quelli dei gioiellieri Tavernier e Chardin in Persia,
quello di Bernier, discepolo di Gassendi, che diventò medico del
Gran Mogol, le relazioni dei missionari nel Siam e in Cina, in
America del Nord e la copiosa memorialistica delle relazioni di
viaggi nel Canada, in Lapponia, in Turchia.
Va
assolutamente ricordato l’estroso e strambo barone de La Hontan,
ufficiale disertore nel Canada, spirito audace e originale che espone
con chiarezza l’assioma della bontà e della virtù dell’uomo
primitivo e quindi il corollario della civiltà corruttrice.
Si
vede svolgersi inconsciamente da tutti questi scritti la dottrina del
relativismo ,
quella del “clima” cara a Montesquieu, tutti questi racconti
vantano la virtù degli abitanti conosciuti, i loro costumi puri e
candidi, anche senza la grazia del Cristianesimo. E’ già tutta la
teoria del “Buon Selvaggio” o quella del “Santo Cinese”
virtuoso senza la rivelazione cristiana. E’ la stessa epoca di
Bossuet che ha separato la morale dalla religione, osservando il
mondo: lo “urone” di Voltaire, il Persiano di Montesquieu sono
nati in questo periodo.
Nel
regime di Luigi XIV un’opposizione non poteva essere se non velata
e clandestina. Bisogna notare pertanto che, tranne gli scritti
vendicatori dei Protestanti rifugiati in Olanda come un Jurieu che
pone il diritto dell’insurrezione in nome della sovranità
nazionale (ma senza sviluppare i diritti dell’individuo),
l’opposizione è semi-ufficiale ed è opera di sudditi leali, ma
dallo spirito fiero e indipendente. Persino La
Bruyère, tanto
conformista, osa porre il problema: “Il
gregge è fatto per il pastore, o il pastore per il gregge?”
L’aristocratico
prelato Fénelon,
il più ardito, non lesina invettiva all’orgoglioso egoismo del
monarca, ma le sue critiche non vanno oltre l’ascolto dei suoi
amici più stretti, che certamente avranno riferito qualcosa al
sovrano. Del resto in politica non va più in là di una monarchia
che egli immagina controllata dagli Stati Generali e decentrata
(Stati provinciali), dove l’autentica nobiltà feudale (noblesse de
l’Epée) avrebbe finalmente trionfato sull’invisa borghesia
diventata nobile (la Robe). Feudale è anche Saint
Simon, amico del
duca di Orléans.
La
novità di costoro consiste nel sentimento umanitario, liberale e
pacifista con un certo ideale di “giustizia” che è molto chiaro
nel Vauban.
In
tutti i campi soffia un vento di libertà, contro tutte le “règles”
e l’opinione pubblica, ormai stanca, si attende “novità”, una
certa libertà licenziosa circola nel circolo dei Vendome, e a corte,
dal duca d’Orléans.
Libertà
gaia regna nel circolo della duchessa del Maine; libertà dello
spirito da Madame de Lambert che vuole “rendere alla Ragione tutti
i suoi diritti”; libertà d’immaginazione, di fantasia aggraziata
e gentile nei “Contes” di Perrault (“La bella addormentata nel
bosco”), nelle “Mille e una notte” tradotte da Galland, nei
romanzi di avventure, nei romanzi picareschi di Le Sage, nei poemi
galanti o nella pittura ardente e sognatrice del giovane Watteau.
Alla
morte del re, Montesquieu
può dire che “il
regno del defunto re è
stato così lungo
che la fine ne aveva fatto dimenticare l’inizio”.