1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO
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1866 Il Combattimento di Londrone

ORDINE MILITARE D'ITALIA

ORDINE MILITARE D'ITALIA
CAVALIERE DI GRAN CROCE

Collana Storia in Laboratorio

Il piano editoriale per il 1917 è pubblicato con post in data 12 novembre 2016

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.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014
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Testo Progetto Storia In Laboratorio

Il testo completo del Progetto Storia in Laboratorio è riportato su questo blog alla data del 10 gennaio 2009.

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La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011

La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011
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lunedì 4 gennaio 2010

COMITATO PER LE CELEBRAZIONI DEL 60° ANNIVERSARIO DELLA
RESISTENZA DEI MILITARI ITALIANI IN ALBANIA E DELLA LIBERAZIONE DI TIRANA 1943-1944


LA RESISTENZA DEI MILITARI ITALIANI IN ALBANIA 1943-1944

Col. s. SM Massimo Coltrinari

Il tema propostomi per questa relazione è frutto delle ricerche, iniziate nel 1995, dalla Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione, ricerche che miravano ad agevolare il passaggio dalla rievocazione e dall’associazionismo alla memoria e all’approfondimento. In questo quadro è stato elaborato uno schema di ricerca che definisce in termini articolati la Guerra di Liberazione, 1943-1944.

La lotta che il popolo italiano intraprese, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, a fianco e con le Nazioni Unite, è inteso come un tutto uno, ovvero una opposizione armata al nazifascismo e contrasto alla adesione alla coalizione hitleriana.

In questa lotta, che poi usiamo definire guerra di liberazione, si individuavano cinque fronti di combattimento.
Tali fronti erano:
Quello dell'Italia libera, ove gli Alleati tengono il fronte e danno vita a quello che in questo quadro si può chiamare Campagna d’Italia, settore del più ampio scacchiere europeo della Guerra che conducono contro la Germania; Gli Alleati, padroni assoluti del territorio italiano in virtù dell’armistizio sia quello definito “corto”, ( 3 settembre firmato a Cassibili) che quello definito “lungo” ( 29 settembre firmato a Malta) permettono al Governo del Re d'Italia di esercitare le sue prerogative, seppure con limitazioni anche naturali per esigenze belliche. Il Governo del Re è il Governo legittimo d'Italia che gli Alleati, compresa l'URSS, riconoscono.
Quello dell'Italia occupata dai tedeschi. Qui il fronte è clandestino e la lotta politica è condotta dai C.L.N., composti, questi, dai risorti partiti antifascisti. E' il grande movimento partigiano del nord Italia con le formazioni partgiane di diretta emanazione dei partiti politici: comunista, socialista, liberale, giustizia e libertà, monarchico e formazioni autonome. Formazioni che si unificheranno del Corpo Volontari della Libertà al comando del gen. Cadorna.
Quello della resistenza dei militari italiani all'estero. E' un fronte questo non conosciuto, dimenticato, caduto, all’indomani della fine della guerra, nell'oblio. E' la lotta dei nostri soldati che si sono inseriti nelle formazioni partigiane locali per condurre la lotta ai tedeschi (Jugoslavia, Grecia, Albania).
Quello della Resistenza degli Internati Militari Italiani, che, rinchiusi nei lager della Germania opposero un deciso rifiuto di aderire alla R.S.I., e, di fatto, delegittimandola.
Quello della Prigionia Militare Italiana della seconda guerra mondiale. Un fronte questo sempre, anche oggi, dimenticato.Nessun paese ama parlare dei propri prigionieri. Ma quello che hanno fatto i nostri prigionieri in mano alleata, divenuti cooperatori, merita il ricordo e la considerazione.

In questo quadro di ricerca non si può tralasciare il fatto che esisteva una coalizione hitleriana, ovvero vi erano italiani che combattevano a fianco della Germania, non solo nelle fila della R.S.I., ma anche nell’Esercito tedesco e nelle organizzazione del III Reich a vario titolo in Italia in Europa.

La resistenza all’estero dei militari italiani è poco conosciuta, nonostante gli sforzi compiuti dalla Commissione per lo Studio della resistenza dei militari italiani all’estero istituita dal Ministero della difesa nel 1989. La resistenza dei militari italiani in Albania, tra tutte, è quella meno conosciuta, come ben sottolinea Elena Aga- Rossi nella sua ultima edizione del volume “Una nazione allo sbando” edito nel 2003.

La mia relazione si incentra nel delineare i punti salienti della resistenza dei militari italiani in Albania nell’arco di tempo che va dalla proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943, al momento del rimpatrio e delle formazioni italiani combattenti e di tutti i militari italiani che si sottrassero alla cattura tedesca e che si diedero alla montagna.

Le vicende post armistiziali

Le forze armate italiane in Albania alla data dell’8 settembre 1943 ammontavano a 120.000 uomini, inquadrati nella 9° Armata al comando del gen. Renzo Dalmazzo. La 9° Armata dipendeva dal Comando del Gruppo Armate Est, al comando del gen. Rosi, e inquadrava il IV e il XXV Corpo d’Armata, il XIV Corpo d’Armata in Montengro e, nel Kosovo, il cosi detto settore “Z”. Il IV Corpo d’Armata, schierato a sud dell’Albania, inquadrava le Divisioni “Parma” e “Perugia” , l’una con il comando a Valona, l’altra ad Argirocastro.
Il XXV Corpo d’Armata. Schirato al centro dell’Albania, inquadrava le divisioni “Brennero”, “Arezzo” e “Firenze”, con i rispettivi comandi a Durazzo, Corcia e Dibra.
Il settore “Z” vedeva schierata la divisione “Puglie”, divisione che aveva oltre l’80% del personale composto da albanesi e kosovari, e solo il restante da Italiani.

Le vicende dei Comandi e delle divisioni all’indomani della proclamazione dell’Armistizio in breve si possono così riassumere.
Il Comando Gruppo Armate Est cede immediatamente e il gen. Rosi è trasferito l’11 settembre a Belgrado. Il Comando della 9a progressivamente viene irretito dalle azioni terdesche e termina la sua azione al momento della cattura del gen. Dalmazzo il 19 settembre.
Nel settore “Z” la divisione “Puglie” è presto sopraffatta dal passaggio di tutti i kossovari nelle fila tedesche. Episodi poco edificanti sono a corollario di questi giorni nei confronti degli Ufficiali Italiani, gran parte assassinati senza motivo.
Nel sud dell’Albania la Divisione “Parma”, che doveva tenere e controllare il porto di Valona, cede subito e forti aliquote di personale di questa divisione si dirigeranno, sbandati, al porto di Santi Quaranta. La “Perugina”, dopo un iniziale smarrimento, si mette in marcia da Argirocastro a Santi Quaranta con l’intento di rientrar in Italia. Qui, il 26 settembre, sostiene uno scontro con i tedeschi, non prima di aver preso contatto con il Comando Supremo a Brindisi, che ordina di resistere in attesa dell’arrivo delle navi. Le navi non arrivano e la “Perugia” il 3 ottobre si arrende. Vengono fucilati tutti gli ufficiali, oltre 120. E’ da sottolineare che non è vera la storia che il comandante della “Perugina” gen. Chiminello ed il capo di Stato Maggiore abbiano avuto tagliata la testa e, su delle picche, portate queste in trionfo dagli albanesi per le strade di Santi Quaranta. Questa era un storia messa in circolazione dai tedeschi per terrorizzare i soldati italiani e costringerli alla resa. Storia che è stata ripresa in molti testi anche autorevoli, ma che in ogni occasione tocca smentire.
L’”Arezzo” cede quasi subito e grosse aliquote di personale passano nelle fila tedesche, il restante avviato ai campi di concentramento tedeschi.
La “Brennero” è fatta dai tedeschi rientrare in Italia, l’unica divisione italiana che abbia avuto questa sorte. La “Brennero” era composta da altoatesini friulani e veneti e, come noto, le province orientali d’Italia e l’Alto Adige tedesco il 12 settembre furono annessi al III Reich. Il Comando tedesco, considerando i soldati della “Brennero” tedeschi, li trasferì in Italia. Giunti prima a Trieste poi a Venezia, gran parte aderirono alla RSI, il rimanente fu avviato ai campi di concentramento in Germania.
La “Firenze” da Dibra mosse verso i porti per rientare in Italia. Fu fermata a Kruja, ove nei combattimento del 22-23 settembre fu dispersa. Grosse aliquote della “Firenze” con alla testa il gen. Azzi raggiungono la montagna.
All’indomani della crisi armistiziale, per quel periodo che abbiamo definito “il momento delle scelte” per i soldati italiani si ebbe questa ripartizione:
75000 di essi furono internati in Germania;
6/8000 rimasero fedeli alla vecchia alleanza e entrarono nelle fila dell’Esercito tedesco;
8/10 riuscirono a rientrare, anche con mezzi di fortuna, in Italia;
20000 rimasero in Albania, ma non si consegnarono ai tedeschi dandosi alla montagna;
3000 diedero vita al Comando Italiano Truppe alla Montagna e, quindi, entrarono come combattenti nella fila dell’E.N.L.A.

Da oppressori a combattenti per la Libertà.

I soldati italiani che non volevano cadere in mano tedesca e volevano prendere le armi contro gli stessi tedeschi, saliti in montagna diedero vita al Comando Italiano Truppe alla Montagna.(C.I.T.a.M.)
Il 14 settembre 1943 questo Comando fu costituito dal ten. Col. Mario Barbi Cinti . già comandante dell’aeroporto di Scijak vicino Tirana. Salito in montagna con tutti i suoi uomini stabilisce a Peza un accordo con il Comando dell’E.N.L.A. e delinea l’attività degli italiani combattenti.
Il 30 settembre il gen. Azzi, comandante della “Firenze” assume il Comando del C.I.T.a.M. A metà di ottobre sono in armi oltre 5000 soldati italiani.
Questo rappresentava un grosso problema, non solo militare, ma anche politico per il Comando Albanese. Infatti vi era il concreto pericolo che la guerra di liberazione venisse fatta e condotta dagli Italiani. L’Esercito di Liberazione Albanese ad ottobre contava solo quattro battaglioni, di circa 200 uomini ciascuno, inquadrati nella I Brigata Proletaria. Il primo battaglione era stato costituito il 10 luglio 1943, poi il II ed il III. Il IV era composto da soli italiani, tutti soldati, ed era stato intitolato ad “Antonio Gramsci”. In più il fronte della resistenza albanese a metà di ottobre si ruppe e componenti di questo fronte, soprattutto i nazionalisti ed i monarchici di Re Zogu, trovarono modo di collaborare con i tedeschi. Rimasero alla montagna solo le formazioni comuniste, fortemente ideologizzate.
In questo quadro instabile e contrastato, dalla fine di ottobre al gennaio, si hanno cinque offensive tedesche contro l’E.N.L.A. e il C.I.T.a.M. Durante una di queste, a Berat, cviene annientato il battaglione “Gramsci”, che sarà ricostruito subito dopo.
Il C.I.T.a.M. vede le sue forze sempre più assottigliarsi, e la situazione diventa sempre più grave perché non si riesce, per vari motivi, a stabilire un collegamento con l’Italia, e quindi aprire un flusso di rifornimenti. A Gennaio il C.I.T.a.M. rimane isolato e in una delle offensive, anche in presenza dell’inverno che sulle montagne albanesi è particolarmente rigido, viene distrutto di nuovo il battaglione “Gramsci”.
Con la primavera l’E.L.N.A.si ricostituisce. Tutti i soldati italiani vengono utilizzati come specialisti, nella accezione che un esercito moderno, anche se combatte una guerra partigiana, non si inventa. Mortaisti, mitraglieri, trasmettitori e specialisti vari sono tutti italiani. L’artiglieria dell’E.L.N.A. è italiana, composta dalla 6° e dalla 9° batteria del 41° Reggimento Artiglieria della “Firenze”.
Le varie battaglie della primavera-estate del 1944 portano l’E.N.L.A. a controllare vaste zone di territorio fino alla offensiva finale su Tirana nel novembre 1944, quando i tedeschi, minacciati dalla avanzata dell’Armata Rossa dalla Romania iniziano a ripiegare verso Nord. Alla sfilata della vittoria, il 29 novembre 1944 a Tirana sono presenti oltre 3000 soldati italiani, segno del contributo dato alla liberazione.

Il dopoguerra e il rimpatrio

Con la fine delle ostilità in tutti gli italiani in Albania vi è il desiderio del rimpatrio. Tutti i combattenti vengono via via fatti affluire nel Battaglione “Gramsci”, che, dal punto di vista ordinativo, prima assume la fisionomia di Reggimento, poi di brigata ed infine di Divisione. Sarà questa che rientrerà a Taranto nell’aprile del 1945, con il desiderio di partecipare alla lotta di liberazione anche in Italia.

I soldati non combattenti sono organizzati dal cosiddetto Circolo “Garibaldi” che organizza filiali in tutte le città albanesi. Il Circolo dovrà dare pratica attuazione degli accordi che il Sottosegretario alla guerra Mario Palermo firmerà con le autorità albanesi e che regoleranno i rapporti tra Italia ed Albania per tutte le questioni riguardanti il rimpatrio e l’avvio della ricostruzione.
Questi accordi permettono il rimpatrio di oltre 20000 soldati italiani dal maggio all’agosto 1945. Questa attività è regolata e coordinata dal gen.Piccini, vice comandante della “Firenze” che, dopo il rientro del gen Azzi in Italia, era la più alta autorità italiani in Albania. Da sottolineare che il gen. Piccini rimase in uniforme ed armato dall’8 settembre 1943 fino al momento del suo rimpatrio nell’agosto del 1945, dopo aver dato le consegne alla missione del Ministero degli Esteri che lo sostituì.

Conclusione

La partecipazione dei soldati italiani alla liberazione dell’Albania dai tedeschi ha avuto un ruolo determinate. Le formazioni partigiane alla montagna, tra mille difficoltà ebbero dai soldati italiani un apporto tecnico e professionale di primo piano. Oltre 3000 soldati italiani parteciparono direttamente ai combattimenti; di più non era possibile, per via della precaria organizzazione logistica ed in assenza di rifornimenti dall’Italia o dagli Alleati. Ma altri 20.000 rimasero alla macchia, sopravvivendo, nascondendosi, pur di non cadere o consegnarsi ai tedeschi. Questa era una soluzione non certo disprezzabile soprattutto nell’inverno del 1944, quando i tedeschi accoglievano senza approfonditi controlli ex soldati italiani da utilizzare. Questa resistenza passiva, che si può paragonare a quella, anche essa passiva, degli Internati in Germania, è una delle pagine più belle, accanto a quelle dei soldati combattenti, della resistenza dei militari italiani all’estero e del loro contributo alla liberazione dell’Albania.

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