1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO

1866 QUATTRO BATTAGLIE PER IL VENETO
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1866 Il Combattimento di Londrone

ORDINE MILITARE D'ITALIA

ORDINE MILITARE D'ITALIA
CAVALIERE DI GRAN CROCE

Collana Storia in Laboratorio

Il piano editoriale per il 1917 è pubblicato con post in data 12 novembre 2016

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.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014

.La collana Storia in Laboratorio 31 dicembre 2014
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Testo Progetto Storia In Laboratorio

Il testo completo del Progetto Storia in Laboratorio è riportato su questo blog alla data del 10 gennaio 2009.

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La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011

La Collana Storia in Laboratorio al 31 dicembre 2011
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domenica 17 gennaio 2010

Capitolo 12
Paolino Orlandini "...................................e si scatenò la Seconda Guerra Mondiale "

1945: ULTIMO ANNO DI GUERRA

All’inizio del 1945, gli eserciti dell’URSS, degli USA, dell’Inghilterra e della Francia Libera erano nettamente superiori in tutti i campi alle truppe del nemico ed avevano saldamene in mano l’iniziativa strategica. I fronti degli Alleati si erano avvicinati alle frontiere della Germania, quella occidentale passava ormai parzialmente sul suo territorio. La Germania era presa fra due fuochi: da oriente e da occidente.
Nel corso del 1944, nonostante i bombardamenti subiti dall’aviazione anglo-americana, le fabbriche tedesche erano riuscite a fornire parecchio materiale bellico: 27.000 aerei, 17.300 carri armati pesanti e medi, 41.000 pezzi d’artiglieria da 75 mm. e altro.
Nonostante il peggioramento della situazione le forze armate tedesche nel 1945 ammontavano ancora a 7 milioni e 376 mila uomini. L’esercito operativo contava 5 milioni e 343.000 uomini. Dall’inizio del 1944 da parte tedesca c’erano in meno 1.806.000 uomini, 26.000 cannoni, 1.450 carri armati e 1.113 aerei. Questa riduzione di potenzialità era dovuta al fatto che si erano ritirate dalla guerra la Romania e la Finlandia, oltre naturalmente le perdite subite durante l’anno. Disponeva ancora di un esercito di riserva con 2.000.000 di uomini, 2.700 cannoni, 1.090 carri armati e 930 aerei. Riserve quasi tutte impegnate sul fronte orientale.
Le forze armate sovietiche a gennaio del 1945 ammontavano a 11.556.000 uomini. L’esercito operativo sovietico ammontava a 6.532.000 uomini, 108.000 cannoni e mortai, 12.900 carri armati e pezzi semoventi, 15.540 aerei. L’entità dell’armamento era raddoppiato rispetto al 1944. Insieme all’Esercito Rosso operavano truppe polacche, cecoslovacche, rumene e bulgare per 29 divisioni e 5 brigate. Agli inizi del 1945 disponevano di 326.500 uomini, dotati di 5.200 cannoni e 200 carri armati. Sul fronte bielorusso combatteva anche il reggimento di aviazione francese “Normandia – Neman” al comando del maggiore Lanis Delfine e la squadriglia “La Fayette”.
In occidente, le armate di Francia, Inghilterra e Stati Uniti dalla Mosa al confine svizzero, disponevano complessivamente di 87 divisioni, 6.500 carri armati, oltre 10.000 aerei. I tedeschi schieravano: 74 divisioni a ranghi ridotti, più 3 brigate, 1.600 carri armati e pezzi semoventi e 1.750 aerei. In Italia sulla linea dei fiumi,che qualcuno ancora chiamava “Gotica”, gli Alleati disponevano di 21 divisioni e 9 brigate, 5 gruppi di combattimento italiani. I tedeschi erano presenti con 31 divisioni e 1 brigata a ranghi dimezzati se non peggio.
Nei Balcani contro l’Esercito popolare di liberazione jugoslavo e le formazioni partigiane greche e albanesi, operavano 10 divisioni e 4 brigate tedesche.

Indicate le forze in campo, vediamo le loro mosse, le loro azioni.
Nel disegno generale del Comando Supremo Sovietico c’era l’eliminazione dei raggruppamenti tedeschi nella Russia orientale, in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Austria, dato che tutto il territorio sovietico era stato riconquistato, e di raggiungere la linea che va dalla foce della Vistola fino a Vienna. Gli sforzi principali dovevano essere concentrati sulla direttrice Varsavia-Berlino. L’Esercito Rosso avrebbe dovuto occupare Berlino e liberare Praga.
I capi alleati si incontrarono alla Conferenza di Quebec nel 1945 e lì pensarono di sferrare una offensiva dalla linea del confine occidentale tedesco, per poi avanzare rapidamente verso oriente per “annientare le forze armate tedesche e penetrare nel cuore della Germania”.
“La migliore possibilità per sconfiggere il nemico nell’occidente - scrissero Churchill e Roosevelt a Stalin nel settembre 1944 – sta in un attacco lungo la Ruhr e la Saar…”
Sarà bene, sarà male! Facciamo bene, facciamo male! Tutti discutono e i tedeschi nel gennaio del 1945 sferrarono una controffensiva nell’area delle Ardenne e nell’Alsazia.
La situazione si mise male per gli alleati, i quali ricorsero all’aiuto di Stalin, il quale in pochi giorni fece capovolgere la situazione. Tutto ciò l’ho già narrato prima e riportato la lettera di richiesta di aiuto di Churchill a Stalin e la lettera e l’azione di risposta di quest’ultimo sferrando l’offensiva ad oriente il 12 gennaio, richiamando su quel fronte ingenti forze tedesche sottratte alla “spinta” sul fronte occidentale salvando completamente la situazione.
Parlando della intenzione di Eisenhower in quel periodo, lo storico inglese D. Erman, scriveva: “… il comandante supremo intende iniziare a nord il più presto possibile, prima che l’offensiva dei russi sul fronte orientale si concluda con la completa disfatta dei tedeschi”.
Ecco la grande paura dopo essere stati salvati. La stessa Germania tremava. Di fronte all’imminente offensiva dell’Esercito Rosso, le autorità naziste proclamarono la “mobilitazione straordinaria generale”, formazione dei reparti di “Valksturmer”, rafforzarono le unità militari. Furono mobilitati ragazzini dai 14 ai 16 anni e anziani.
“Ed ecco che milioni di tedeschi – scrisse Guderian nel suo libro di memorie – si schierano contro il nemico, pronti a difendere l’oriente tedesco dalla cosa più terribile che potesse accadere: il potente assalto dei russi”.
Come abbiamo già visto, il 12 gennaio 1945, si mosse il 1° Fronte Ukraino e il 14 il 1° Fronte Bielorusso. Sebbene il cattivo tempo limitasse l’attività, le truppe sovietiche sfondarono la linea sulla Vistola, nelle prime 24 ore.
Il 1° Fronte Ukraino in 4 giorni avanzò di 100 km. e occupò Kaltse e continuò ad avanzare. Il 17 gennaio aveva forzato il fiume Pilitsa e il fiume Varta.
Le truppe del 1° Fronte Bielorusso nei primi due giorni avanzò per circa 25 – 40 km.
Il 17 passò all’offensiva, la 1^ Armata dell’esercito polacco forzando la Vistola a nord e sud di Varsavia ed entrò nella capitale. Una delle più belle città europee, non esisteva più, gli invasori l’avevano distrutta o saccheggiata. Prima di ritirarsi, i tedeschi appiccarono il fuoco a quanto fu possibile arrecando incalcolabili danni a tutte le cose, oltre che alla popolazione.
Al momento della liberazione, a Varsavia si trovavano poche centinaia di persone nascoste negli scantinati e nei tombini. Tutto il resto della popolazione era stato fatto sgomberare dai tedeschi, sin dall’autunno 1944, dopo la repressione della insurrezione del ghetto. Circa 600.000 abitanti conobbero gli orrori del campo di concentramento di Prusckiv. Dal giorno 18 gli abitanti cominciarono a ritornare in città dai villaggi della periferia e dalla campagna.
Lo stesso giorno le truppe del 1° Fronte Ukraino, iniziarono i combattimenti nella regione industriale dell’Alta Slesia, poi avanzarono e liberarono Breslavia e Cracovia. Il nemico si ritirava velocemente. Anche il 1° Fronte Bielorusso si mosse per annientare le truppe nemiche accerchiate ad occidente di Varsavia. Il 29 gennaio entrarono in territorio tedesco.

In questo breve periodo, le truppe sovietiche sconfissero le principali forze del Gruppo d’armate “A”, liberarono gran parte del territorio polacco e trasferirono le operazioni sul territorio della Germania. Furono distrutte 35 divisioni e 25 furono messe in fuga. Il bottino fu enorme: 1.300 carri armati e pezzi semoventi, 14.000 cannoni, 1.300 aerei.
Qualche giornale alleato titolò: “Le truppe sovietiche entrano nella tana del lupo”, il Quartier Generale di Hitler.
A questo punto il Quartier Generale sovietico riordinò le forze e rafforzò i fronti con le riserve e con le formazioni che operavano in Curlandia.
Furono movimentati 14 corpi misti, un’armata corazzata e due aeree, 6 corpi corazzati, meccanizzati e di cavalleria.
Le truppe del 2° e 3° Fronte Bielorusso contavano circa un milione e 670 mila uomini, 28.360 cannoni e mortai, oltre ad un migliaio di pezzi di artiglieria da campo a razzo Katiusce, 3.300 carri armati e mezzi semoventi, 3.000 aerei. La superiorità sovietica era schiacciante: 2,8 in uomini; 3,4 volte in artiglieria; 4,7 in carri armati; 5,8 in aerei.
Avvenne l’attacco e fu una successione di giorni per tutto il mese di gennaio nonostante il maltempo e la neve e le difficoltà che incontrava l’aviazione. Tutte le armate furono messe in movimento. Il 26 gennaio la V^ corazzata raggiunse il Baltico e si lanciò sulla Prussia. “Eccola la tana della belva tedesca – dicevano i soldati – ora ci vendicheremo di tutte le atrocità commesse dai tedeschi sulla nostra terra … Se siamo entrati nella Prussia Orientale arriveremo anche a Berlino. Nulla e nessuno potrà fermarci”.
Il 27 gennaio i tedeschi tentarono una controffensiva che sorprese i russi, approfittando del maltempo e l’uso dell’aviazione, ma fu un fuoco di paglia. L’avanzata continuò anche nel mese di febbraio. Il 18 febbraio moriva il comandante del 3° Fronte Bielorusso gen. d’armata Ivan Danilovic Carujakovskij, gli successe al comando il maresciallo Vasilevskij. Le operazioni si protrassero fino alla fine del mese di marzo. I tedeschi ebbero fortissime perdite: caddero oltre 93.000 uomini. I sovietici catturarono 605 carri armati, circa 5.000 cannoni, 128 aerei e 46.000 uomini.
Finalmente veniva investita Königsberg, la capitale e la sua famosa fortezza. La città venne completamente circondata anche dal mare. Il 9 aprile cadde. Il gen. Lasch ordinò alla guarnigione di capitolare.
Il comando generale tedesco destituì il gen. Müller dal comando della IV^ Armata. Il governatore Koch fuggì in Danimarca con un rompighiaccio. Così cadde una delle fortezze tradizionali del militarismo prussiano.
Durante l’assalto a Königsberg i tedeschi ebbero quasi 42.000 morti e 92.000 prigionieri. I sovietici catturarono 2.023 cannoni, 1.652 mortai e 128 aerei. Dopo l’occupazione della città, le unità del Fronte liberarono oltre 15.000 prigionieri di guerra di diverse nazionalità i quali, quasi tutti chiesero le armi per continuare la guerra a fianco dei sovietici.

Viste le operazioni sui fronti della Bielorussia, vediamo quelli relativi ai fronti 2° e 3° Ukraino dopo la controffensiva tedesca a sud del Balaton, la quale, prima venne contenuta e poi respinta e da quelle basi riproporre l’offensiva delle truppe sovietiche che si svilupperà nel mese di marzo verso l’Austria e, quindi Vienna.
Il 4 aprile si concluse la totale liberazione dell’Ungheria. A mano a mano che i sovietici si avvicinavano al confine, la propaganda tedesca diffuse la voce che l’Esercito Rosso avrebbe ucciso tutti gli austriaci appartenenti al partito nazionale socialista ed i tedeschi iniziarono ad evacuare la popolazione dalle zone orientali del paese.
Il Comando Supremo sovietico, il 2 aprile chiese al Consiglio di Guerra dei due Fronti impegnati in quel settore di accompagnare l’ingresso delle loro truppe in Austria con proclami indirizzati alla popolazione. In essi si diceva che le truppe sovietiche combattevano contro le truppe di occupazione tedesche e non contro la popolazione locale, per cui questa veniva invitata a restare.
Il comando tedesco non voleva rinunciare assolutamente all’Austria, la quale forniva all’esercito germanico annualmente – attraverso i suoi 600 stabilimenti bellici – 850 carri armati, oltre 1.000 cannoni, 9.000 aerei e 17.000 motori e occorre ricordare che 1.500.000 austriaci erano arruolati nell’esercito di Hitler e andavano a comporre per il 30-40% gli organici delle divisioni tedesche.
I tedeschi, pertanto, tentarono di fortificare il confine e nello stesso tempo, evacuò dalle zone orientali del paese quanti più treni possibile. Un grosso impegno venne profuso per organizzare la difesa di Vienna. Questa città era estremamente importante non solo perché è la capitale, ma anche perché è centro nodale ferroviario e fluviale per i trasporti verso i Balcani e verso il Mediterraneo.
La Resistenza austriaca concepì l’idea di organizzare l’insurrezione di Vienna. Il piano fallì, perché scoperta dai nazisti e Hitler ordinò l’arresto e l’impiccagione dei dirigenti della resistenza stessa.
Durante la battaglia per Vienna i membri della Resistenza misero al corrente i sovietici del piano di difesa della città e ciò affrettò la liberazione e permise di evitare le distruzioni programmate più gravi.
La città era difesa dalla VI^ armata corazzata SS, da 8 divisioni corazzate, 1 di fanteria, più 15 battaglioni.
I sovietici schierarono la XLV^ Armata del 2° Fronte Ukraino, la IV^ Armata e la VI^ e IX^ Armata corazzata della Guardia del 3° Fronte Ukraino.

Il 6 aprile il Comando Supremo ordinò al gen. Malinovskij di trasferire sulla riva sinistra del Danubio la XLVI^ Armata, il 23° Corpo corazzato e il 2° Corpo motorizzato della Guardia per accerchiare Vienna da nord. L’ala destra del 3° Fronte Ukraino doveva invece operare a sud del Danubio, aggirando Vienna da sud-ovest. La XLVI^ armata si trasferì sulla riva sinistra del Danubio nella zona di Bratislava e, dopo aver forzato la Morava, si lanciò su Vienna da nord-est. La flottiglia del Danubio traghettò le truppe e in cinque giorni riuscì a trasportare 72.000 uomini, 567 cannoni e molti altri mezzi bellici.
Il 6 aprile stesso le truppe sovietiche, raggiunsero le adiacenze di Vienna, penetrarono nella periferia meridionale della città e ingaggiarono i primi combattimenti di strada. Dopo diversi giorni, alle ore 14 del 13 aprile le truppe sovietiche occuparono completamente Vienna. Ai primi di maggio iniziarono ad avanzare verso le Alpi. Contemporaneamente rinnovarono gli attacchi a sud del Danubio e il 10 maggio arrivarono sulla linea Linz-Hiflan-Klagenfurt, dove si congiungeranno con le unità americane.
Sulla gratitudine dei viennesi occorrerà dire qualche cosa, anche se non tutto.
Il borgomastro di Vienna, Kerner, che diverrà Presidente dell’Austria, su “Osterreichische Volksstimme” del 30/1/1946, scrisse: “L’Esercito Rosso non solo ha fornito un aiuto alimentare ai viennesi, ma cerca in tutti i modi di salvare e salvaguardare il patrimonio culturale di Vienna e di tutta l’Austria”.
Il Ministro dell’Istruzione, membro del partito popolare, sig. Hurdes, su “Osterreichische Volksstimme” del 12/4/1946, scrisse: “Gli abitanti di Vienna sarebbero morti di fame, se l’Esercito Rosso non ci avesse aiutati e se per molti mesi non ci avesse rifornito di prodotti alimentari”.
Il professore Joseph Proisel, ha lasciato questo scritto: “I nazisti ci dicevano che l’Esercito Rosso era formato da uomini-belve, i quali al loro arrivo avrebbero sterminato tutti e avrebbero distrutto tutte le istituzioni culturali. Quando è arrivato l’Esercito Rosso mi sono convinto che i nazisti ci avevano ingannati. L’Esercito Rosso ci ha liberati dal nazismo e ci aiuta a rimettere in sesto l’industria e le istituzioni culturali. L’URSS ci aiuta anche con prodotti alimentari. Noi, intellettuali austriaci, ringraziamo l’URSS per il suo aiuto”. (Arkhiv MO SSSR, 2914/89/214).
L’operario viennese Joseph Burzel, ha scritto: “Abbiamo una grande scarsità di prodotti alimentari: molta gente ha fatto la fame e se non avessimo ricevuto questo aiuto da parte dell’Unione Sovietica, molte persone sarebbero morte di fame … Tutta la popolazione ringrazia sinceramente il popolo sovietico, che non solo ha liberato il popolo austriaco dal nazismo, ma lo ha anche salvato dalla fame”. (Arkhiv MO SSSR 2914/89/214).

L’offensiva su Berlino proseguì da parte di due fronti bielorussi, ma nel mese di febbraio si arrestò. Vediamo le ragioni tecniche oggettive.
Le truppe del 2° e 3° Fronte superato le frontiere e superato i fiumi Narev e Vistola puntarono avanti secondo il piano generale: una operazione nella Prussia orientale con le forze del 3° e 2° Fronte Bielorusso e l’altra lungo la direttrice Varsavia-Berlino con le truppe del 1° Fronte Bielorusso e 1° Fronte Ukraino.
Questi ultimi dovevano attaccare in direzione di Poznan e l’altro Fronte raggiungere l‘Oder a nord-ovest di Glogan e Breslau. Il 2° Fronte Bielorusso doveva colpire il raggruppamento nemico nella Prussia orientale. Una serie di ritardi rallentarono le operazioni.
Nelle memorie del maresciallo Zhukov, allora comandante del 1° Fronte Bielorusso si legge di un epistolario con Stalin dopo che erano insorti dubbi su un possibile contrattacco tedesco dalla Pomerania.
Stalin disse: “Spingendovi fino all’Oder vi allontanate dal fianco del 2° Fronte Bielorusso di oltre 150 Km. E questo ora non si può fare. Bisogna attendere che il 2° Fronte Bielorusso porti a termine l’operazione nella Prussia orientale e sposti le proprie forze oltre la Vistola”.
Alla mia domanda su quando il 2° Fronte Bielorusso avrebbe terminato l’operazione Stalin rispose: “Fra un 10-15 giorni” - e aggiunse – tenete presente che ora il 1° Fronte Ukraino non può avanzare e coprirvi a sinistra, perché sarà occupato per un po’ di tempo ad annientare il nemico nella zona di Oppeln (Opole), Katovice”.
Quindi stante questa situazione e la minaccia di una reazione tedesca dalla Pomerania dove ancora c’erano le riserve hitleriane ammontanti a 40 divisioni, i fronti non rimasero inermi, anzi dal 26 gennaio al 23 febbraio si svolsero in tutta l’area interessata, importanti operazioni locali che sfibrarono ulteriormente il nemico.
In questo medesimo periodo il 4° e 5° Fronte Ukraino operarono per affrontare il nemico in Cecoslovacchia. Furono liberate la Slovacchia e le regioni meridionali della Polonia. Qui si distinsero i partigiani cecoslovacchi e le formazioni regolari cecoslovacche inquadrate nelle armate sovietiche. Attivo fu il governo provvisorio che sin dal dicembre 1944 era entrato in Cecoslovacchia attivando tutti i centri popolari della Resistenza e intavolando trattative con il governo sovietico per quanto riguardava i rifornimenti alla popolazione affamata e la richiesta di armi per i combattenti volontari.
Le richieste, subito esaudite, furono di 3.000 fucili, 1.500 mitra, 150 fucili mitragliatori e rifornire la brigata corazzata con 50 carri tipo “T34”. Praga non era, però, ancora conquistata.

Le operazioni continueranno anche nel mese di marzo e aprile.
Il 10 marzo passerà all’offensiva il 4° Fronte Ukraino a sud di Sorau, riuscendo ad avanzare qualche decina di km, ma il 17 fu costretto ad interrompere l’iniziativa dopo aver conquistato Ratibor. Il 2 aprile la 38^ Armata forzò il passaggio dell’Oder a meridione di Ratibor; insieme ai sovietici, in questo settore, operarono i carristi cecoslovacchi i quali nei primi cinque giorni riuscirono a distruggere 13 carri armati, 25 cannoni, 30 mitragliatrici, catturarono 367 prigionieri e uccisero 970 soldati tedeschi.
Finalmente potè entrare in azione l’aviazione e allora le cose si misero al meglio. Le tantissime barriere fortificate furono annientate a mano a mano che le truppe avanzavano. Fino al 23 aprile furono sfondate linee fortificate nemiche lungo la riva occidentale dell’Opava, dell’Oder e dell’Olscia. Il comando nazista portava al combattimento sempre nuove forze della riserva e delle altre zone meno impegnate. Una divisione pervenne in quell’area dall’Italia.
Dal 13 al 24 aprile la 18^ Armata avanzò lentamente ma inesorabilmente. La sera del 29, la 101^ divisione raggiungeva la periferia di Praga. Il 30, i soldati della 38^ armata e della 1^ Armata della Guardia travolsero le difese nemiche, si ammassarono sotto le mura della città e se ne impadronirono. Da un’altra parte la 18^ armata aveva sfondato le difese e insieme alla 30^ armata espugnarono la città. I primi ad entrarvi furono i carristi cecoslovacchi. Il primo carro armato che si avventurò sul ponte del fiume Ostravica fu un T34 della 1^ Brigata corazzata cecoslovacca, comandato da Nikolaj Ivasink, sulla torretta portava il n.051.
Dal 25 marzo era partita l’offensiva del 2° Fronte Ukraino sulla direttrice Bratislava-Brno, in collaborazione con il 4° Fronte Ukraino, il quale dopo aver annientato il Gruppo d’armate tedesco “Heinrich”, punterà verso l’Elba per incontrarsi con le truppe americane provenienti da occidente.
Verso la fine di marzo la VI^ armata del 2° Fronte Ukraino, affiancata dalla 1^ Armata rumena e successivamente dalle altre, aveva occupato i Monti Metalliferi costringendo i tedeschi a oltrepassare il fiume Gron. Vennero liberate diverse città. La XL^ Armata e la IV^ Armata puntarono su Bratislava per poi puntare su Vienna. Dopo la conquista di questa città il 2° Fronte Ukraino, puntò su Brno, per incontrarsi con il 4° Fronte che doveva sviluppare l’offensiva verso Alomouts e Przherov. Di fronte aveva la VIII^ Armata tedesca formata da 11 divisioni, 200.000 uomini, 1.800 cannoni, 120 carri armati e 150 aerei.
Verso la fine di marzo partì l’offensiva la quale ebbe successi alterni a causa di continui contrattacchi tedeschi nella zona di Bratislava.
Il 12 aprile Bratislava cadeva e i tedeschi per non essere circondati si ritirarono finendo su territorio austriaco. I sovietici puntarono su Brno ma dovevano forzare il fiume Morava. Ma qui la cavalleria rimase bloccata fino a che non sopraggiunse la LIII^ Armata, la quale valicò il fiume nella zona di Godonin. Il 12 aprile ripresero ad avanzare verso Brno. In quel periodo da sud si accentuò un transito di uomini e mezzi che si ritiravano dall’Albania e dalla Jugoslavia per cui i sovietici si trovarono a contrastare anche queste truppe. Vennero sconfitte 15 divisioni nemiche, catturato migliaia di prigionieri, 3.530 cannoni, 600 carri armati e 646 aerei.
Nei combattimenti successivi caddero oltre 300 mila soldati e ufficiali nemici, furono distrutti 6.800 pezzi d’artiglieria e mortai, 2.170 carri armati e semoventi e 670 aerei. Morirono 38.400 soldati e ufficiali sovietici e 140.000 rimasero feriti.
La ritirata tedesca è diventata ormai una fuga.

Si delinea la battaglia per Berlino sulla cui area convergeranno le armate sovietiche del 1° e 2° Fronte Bielorusso e del 1° Fronte Ukraino. Ma prima che Berlino cadesse avvenne più a sud l’incontro tra i due più grandi eserciti del mondo, quello sovietico proveniente da oriente e quello anglo-americano proveniente da occidente.
Mentre quindi ci si accingeva ad occupare il centro nevralgico della potenza nazista e mentre le truppe sovietiche cingevano la città da tutte le parti, gli anglo-americani, senza neanche sparare un colpo viaggiavano verso est a circa 100-120 km. al giorno mentre una loro avanguardia guidata da un tenente avanzava indisturbata per raggiungere il punto d’incontro sull’Elba. Era chiaro che l’ultimo combattimento doveva essere sostenuto tra i sovietici e i nazisti. Stava accadendo esattamente quanto avevano desiderato avvenisse da parte di grossi dirigenti anglo-americani, lasciare che si “ammazzassero” fra di loro.
Il 23 aprile formazioni della V^ armata della Guardia uscirono sull’Elba. Per prima sulla riva orientale del fiume apparvero i soldati della 58^ divisione fucilieri della Guardia.
Il battaglione era al comando del capitano Neda. I soldati della compagnia avanzata, al comando del ten. Goloborodko, si attestarono lungo la riva orientale nella zona dei ponti distrutti dai tedeschi, sulla riva opposta, a 100-150 metri dalle posizioni dei soldati sovietici si stendeva la cittadina di Torgau.
Alle 11 e 30 minuti del 25 aprile 1945 una pattuglia della 69^ divisione di fanteria della 1^ Armata americana, comandata dal sottotenente Kotzeb, raggiunse nella zona di Torgau la riva orientale dell’Elba.
Il giorno seguente si incontrarono il comandante della 58^ divisione fucilieri della Guardia maggiore gen. Rusatov, con il comandante della 69^ divisione di fanteria americana, Gen. Rheinhardt, il quale dichiarò: “Vivo i giorni più felici della mia vita. Sono fiero e felice che alla mia divisione sia toccata la fortuna di incontrarsi per primo con le unità dell’eroico Esercito Rosso. In territorio tedesco si sono incontrati due grandi eserciti alleati. Questo fatto affretterà la disfatta definitiva delle forze militari della Germania”.
In occasione di questo memorabile avvenimento a Mosca, in onore delle truppe sovietiche, furono sparate 24 salve di artiglieria da 324 cannoni.
L’incontro di Torgau fu seguito da altri incontri fra truppe sovietiche ed americane: a Riza, a Wittenberg e presso la città di Pretzch. Ai primi di maggio furono stabiliti altri incontri fra rappresentanti dei due grandi eserciti alleati.
L’8 maggio le truppe del 2° e del 1° Fronte Bielorusso e del 1° Fronte Ukraino, nei rispettivi settori si trovavano già a diretto contatto con le truppe anglo-americane.
La regione berlinese era piena di campi di concentramento per cui ci fu da affrontare anche questo momento.
Fiumane di cittadini sovietici, francesi, inglesi, americani, belgi, olandesi, liberati dalla prigionia dovevano essere raccolti, rivestiti, e rimpatriati per cui dovevano essere messi a disposizione centinaia di mezzi di trasporto che proprio in quel momento avrebbero dovuto essere utilizzati tutti allo scopo bellico. Ma anche questo doveva essere fatto!

Mentre si stava preparando l’offensiva su Berlino, un piccolissimo passo indietro occorre fare per ricordare quanto stava accadendo sul fronte sud-europeo, soprattutto sul fronte italiano.
Qui si fronteggiavano il 15° Gruppo di armate alleate (V^ USA e VIII^ britannica con la giunta di 5 gruppi di combattimento italiani) ed il Gruppo d’armate “C” tedesco con l’aggiunta dell’armata Liguria del gen. Graziani della repubblica sociale italiana.
Dopo la “Gotica” di cui abbiamo parlato, la nuova linea era fissata nella valle dei fiumi, cioè dalla Valle di Comacchio a nord di Lucca, sul versante tirrenico.
Da qui partì l’ultima offensiva il 10 aprile 1945 che portarono le truppe a liberare le città del nord, mentre il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia decretò l’insurrezione popolare, per cui scesero dalle montagne migliaia di partigiani liberando le città prima dell’arrivo delle truppe alleate.
Per l’offensiva su Berlino erano state ammassate forze ingenti. I tre Fronti che prendevano parte all’operazione su Berlino contavano oltre due milioni e mezzo di uomini, 41.000 cannoni e mortai, 6.250 carri armati e semoventi, 7.500 aerei da combattimento.
La compattezza dell’artiglieria raggiungeva le 230-240 canne per km. (circa un cannone ogni quattro metri ideali, poiché i cannoni erano schierati su più file).
La sera del 25 aprile le truppe della LXV e LXX Armata sfondarono la fascia principale nemica su un fronte di 20 Km., giunsero alla seconda fascia apprestata dai tedeschi sulla riva occidentale della marcita paludosa del fiume Randov. Nello stesso giorno la XLIX e la LXX Armata, forzarono l’Oder orientale e cominciarono a sviluppare l’offensiva nella direttrice sud occidentale.
L’assalto alla capitale tedesca iniziato il 21 aprile entrò in una nuova fase il 26. Il giorno 29 si combatteva ovunque nella città e nelle periferie. Tutti volevano issare la propria barriera e allora il comando della sezione politica del 79° corpo di fanteria creò due gruppi di 20 uomini ciascuno composti da comunisti e “konsomol” (giovani comunisti), che ebbero il compito di issare la bandiera rossa sul Reichstag.
Il comando dei due gruppi fu affidato ad un ufficiale di Stato Maggiore M.M. Bondar e al capitano V.N. Makov. Gli uomini disponevano di mitra, bombe a mano e radiotrasmittenti.
Il combattimento per la presa del Reichstag iniziò all’alba del 30 aprile. Ci fu una lotta furibonda anche all’arma bianca. Alla sera i soldati sovietici erano davanti al Reichstag. In un attimo rosseggiarono sull’edificio parecchie bandiere di diversa foggia portate ed affisse da soldati e ufficiali che le avevano portate per volere dei propri reparti.
Dopo aver fatto irruzione nell’edificio, si combattè stanza per stanza, ma nessuno poteva fermare l’impeto dei soldati sovietici. Il gruppo di volontari al comando del capitano Makov, i sergenti G.K. Zaghitov, A.F. Lisimenko e M.P. Minin salirono di corsa con la bandiera rossa, facendosi strada con il fuoco dei mitra e lancio di bombe a mano, raggiunsero il tetto ed innalzarono il vessillo.
La notte del 1° maggio, per ordine del comandante del 750° reggimento, colonnello F.M. Zincenko, fu deciso di issare sull’edificio del Reichstag la bandiera consegnata al reggimento dal Consiglio Militare della III^ Armata. Partirono per la missione un gruppo di soldati comandati dal tenente A.P. Berest. All’alba del 1° maggio sul gruppo marmoreo che ornava la parte frontale dell’edificio sventolava già la bandiera della vittoria: l’avevano issata i sergenti esploratori M.A. Egorov e M.V. Kautarija.
Nello stesso momento dagli scantinati del Reichstag emergevano i nazisti esponendo la bandiera bianca. Iniziarono le trattative, ma i nazisti cessarono ogni discussione e diedero fuoco all’edificio. I sovietici non cessarono di colpire il nemico e finalmente la mattina del 2 maggio la guarnigione del Reichstag capitolò.

La guerra, purtroppo, non era ancora finita, perché a Praga si combatteva ancora.
Un passetto indietro. L’occupazione dell’Europa centrale era sempre stata una preoccupazione per gli alleati, Churchill soprattutto. Non voleva cedere le più grandi città ai sovietici, Vienna, Praga e Berlino. Ormai rimaneva soltanto Praga e allora quando si trattò di individuare il luogo in cui i due eserciti alleati avrebbero dovuto incontrarsi, Churchill “riteneva di straordinaria importanza incontrarsi con i russi il più lontano possibile ad est.” E a proposito di Praga, Truman, in una lettera a Churchill, fu più esplicito: “Non c’è alcun dubbio che la liberazione da parte delle nostre truppe di Praga e di un territorio il più possibile esteso della Cecoslovacchia occidentale, può influire sui paesi vicini. D’altra parte, se gli alleati occidentali non avranno un ruolo importante nel processo di liberazione della Cecoslovacchia, questo paese seguirà la sorte della Jugoslavia”.
Anche Montgomery sognava l’occupazione di Praga e di tutta la Cecoslovacchia occidentale “… sarebbe importante garantire un equilibrio politico in Europa che aiutasse noi, potenze occidentali, a vincere il mondo. Ciò significherebbe poter conquistare, prima dei russi, centri politici europei quali Vienna, Praga e Berlino”
Il comando sovietico approvò la proposta e arrestò l’avanzata delle proprie truppe in direzione del corso inferiore dell’Elba sulla linea Wismar-Schverin-Demitz. Ma nonostante l’accordo raggiunto, il 4 maggio, in una lettera al Capo dello Stato Maggiore Generale dell’Esercito Rosso, generale A.I. Antonov, Eisenhower dichiarò che il Comandante supremo americano intendeva occupare tutta la Cecoslovacchia occidentale, compresa Praga.
Il Comando Supremo sovietico non accettò. Il 5 maggio Antonov rispose che il Comando sovietico aveva già costituito un adeguato raggruppamento di truppe dando inizio all’operazione stabilita per liberare dal nemico entrambe le rive del fiume Vltava.
Per evitare un eventuale confusione di truppe, il Comando sovietico chiese al gen. Eisenhower di non fa avanzare le truppe alleate in Cecoslovacchia ad est della linea precedentemente fissata. Eisenhower dovette fermarsi.
A questo proposito, lo storico G. Erman, alle pagg. 160 e 161 del suo libro “Bolsciaia strateghia, Oktjabr 1944 – August 1945”, M. 1958, scrisse: “Ricevuta la missiva di Antonov, Eisenhower ordinò il 6 maggio alle truppe del 12° gruppo d’armata di non passare la linea Karlovy-Vary – Pielsen – Ceske – Budeevize. Ritengo – si diceva in un telegramma indirizzato a Mosca, con il quale comunicava la decisione presa – che le truppe sovietiche siano in grado di passare rapidamente all’offensiva e di sbaragliare le forze nemiche al centro del paese”.
Nonostante le decisioni dei militari, i politici alleati occidentali non si dettero per vinti e volevano a tutti i costi occupare Praga e tutta la parte occidentale del paese. Ma l’Esercito Rosso continuava ad avanzare nonostante ci fosse in Cecoslovacchia circa un milione di soldati tedeschi che il governo Doenitz (22) cercava di spingerli a ovest, oltre la linea delle truppe alleate, per farli arrendere agli americani.
Il disegno era chiaro e scoperto, si aveva paura dei russi e si era convinti che questi non sarebbero stati ai patti per cui era necessario creare una eventuale forza da mandare contro i sovietici a fianco degli alleati occidentali. Non a caso Churchill aveva detto ai suoi generali di ammassare i prigionieri tedeschi su una vasta area ed accumulare le loro armi nei pressi, affinchè potessero essere immediatamente riarmati e gettati nella battaglia.
Tutto fu vano. Al Comando Supremo sovietico si pose un compito di grande importanza politica. Si trattava di preparare in breve tempo una operazione per annientare il nemico e farlo prigioniero in territorio ceco portando a termine la liberazione di tutta la Cecoslovacchia, anche perché aveva un debito da regolare con i cecoslovacchi. Cioè quello di ringraziare migliaia di loro che si erano arruolati volontari affiancando le loro formazioni all’esercito sovietico, mentre migliaia di altri si erano organizzati in formazioni partigiane che agivano nei territori occupati dai tedeschi.
Infatti, si costituirono comitati insurrezionali i quali sin dal 1° maggio ordinarono l’insurrezione nazionale, che si sviluppò in tutte le fabbriche cecoslovacche e a Praga il 5 maggio, i partigiani disarmarono i tedeschi ed occuparono i punti vitali della città.
Per soffocare l’insurrezione, il comando militare tedesco inviò a Praga truppe prelevate dal Gruppo di armate “Centro” e il loro comandante Scherner, dava ordine di “soffocare con tutti i mezzi l’insurrezione di Praga”. Divisioni corazzate puntarono sulla città per cui si profilava una dura battaglia con gli insorti.
Contemporaneamente, il Consiglio nazionale insurrezionale faceva appello alla resistenza e chiedeva aiuto alle truppe alleate e all’Esercito Rosso.
Ecco il testo dell’appello: “Appello della città di Praga a tutte le armate alleate. I tedeschi avanzano su Praga da tutti i lati. Siamo minacciati dai carri armati, dall’artiglieria e dalla fanteria tedesca. Praga ha bisogno assolutamente di aiuto. Inviate aerei, carri armati ed armi. Aiutateci, aiutateci, aiutateci in fretta”.
Il Comando Supremo sovietico prima ancora dell’appello aveva convocato il comandante del 1° Fronte Ukraino, gen. Konev, ordinandogli di preparare un piano per Praga. Ai primi di maggio il piano era pronto ed ebbe inizio le operazioni alle quali parteciparono oltre al 1° anche il 2° e 4° Fronte Ukraino.
In una zona di 30÷50 Km. il 1° Fronte manovrò per circondare il Gruppo di armate tedesco “Centro”, mentre le altre truppe che si trovavano a circa 130 Km., al comando del maresciallo Malinovski del 2° Fronte combattevano a sud di Brno.
Il 4° Fronte al comando del gen. Eremenko più lontano da Praga, almeno 250 Km. si batteva contro la 1^ Armata corazzata tedesca.
In questo momento i tedeschi contavano circa 900.000 soldati, con 10.000 cannoni e mortai, oltre 2.200 carri armati e cannoni d’assalto e 1.000 aerei.
I tre fronti sovietici contavano all’inizio dell’offensiva circa 2 milioni e 100.000 uomini, 30.000 cannoni e mortai, più di 2.100 carri armati ed oltre 4.000 aerei.
Ebbe inizio la grande battaglia fissata per il 7 maggio. Mentre i preparativi erano avviatissimi, il 5 maggio Praga insorge per cui i sovietici furono costretti ad anticipare tutto. Intanto il governo Doenitz, informato della insurrezione ordinò al comandante del Gruppo armate “Centro” di ritirare al più presto le truppe verso ovest per consegnarle agli americani. Il gen. Scherner non ascoltò l’ordine ed ordinò alle sue truppe di soffocare l’insurrezione, per cui tutte le truppe tedesche confluirono su Praga.
Contemporaneamente venne inviato presso il Quartier generale di Eisenhower il colonnello generale Jodl per trattare la resa parziale delle armate naziste. La sera del 6 maggio Jodl comunicò a Doenitz che il comandante supremo alleato era pronto a sottoscrivere l’atto di resa, mentre le ostilità dovevano concludersi l’8.
Il governo tedesco conferì a Jodl i poteri necessari alla firma ritenendo sufficienti le 48 ore concesse “per salvare gran parte delle truppe del fronte orientale”. In un rapporto speciale del gen. Keitel al governo tedesco, riferì che la speranza di salvare parte dell’esercito era assai remota, perché le armate sovietiche sferravano colpi micidiali ovunque. Infatti, le truppe del 1° Fronte Ukraino furono le prime a sferrare un attacco possente, vincendo la resistenza della IV^ Armata corazzata a nord-ovest di Dresda e la sera del 6 maggio penetrarono per circa 25 Km. nello schieramento tedesco, tanto che i tedeschi si arresero.
Intanto dentro Praga, da due giorni si svolgeva una impari lotta fra i cittadini male armati e i tedeschi. Diverse barricate erette sulle strade furono distrutte dalle artiglierie dei carri armati, mentre le SS infierivano con particolare ferocia nei quartieri operai della città.
Nonostante l’accanita resistenza i carri armati conquistarono il centro di Praga e tre divisioni corazzate tedesche la sera del 6 maggio raggiunsero i sobborghi.
Lontano dalla città sulle pendici dei monti Ruani, si sviluppava una grande battaglia fra le truppe dei Fronti Ukraini e la 38^ Armata. Insieme vennero costituiti dei gruppi mobili che inseguissero il nemico in ritirata e avvicinarsi il più possibile a Praga. Nel pomeriggio del 7 maggio il comandante del Gruppo d’armate “Centro” ricevette l’ordine da Keitel di arrendersi. Ma questi lo rifiutò, ancora una volta.
I tedeschi nel frattempo ubbidendo agli ordini di Scherner, si abbatterono con tutte le forze sui praghesi, bombardandoli anche dall’alto. Il Consiglio nazionale insurrezionale ceco esortava la popolazione alla resistenza.
Alle ore 2 e 41 minuti Jodl ricevette pieni poteri e firmò a Reims il protocollo preliminare della capitolazione presso il Quartiere Generale del Comando Supremo davanti ai rappresentanti del Comando Militare degli USA, Inghilterra e URSS. La decorrenza del protocollo venne stabilita per il giorno dopo, 8 maggio 1945.
Doenitz, comunicò ai generali comandanti di “condurre il maggior numero possibile di truppe operanti sul fronte orientale, infiltrandosi in caso di necessità nello schieramento delle truppe sovietiche. Cessare immediatamente qualsiasi operazione militare contro gli anglo-americani e ordinare alle truppe di consegnarsi prigioniere”. (Voenno-istoriceskji zurnal – n. 6 - 1960, pag. 93).
Churchill non demorde. Telegrafa ad Eisenhower: Spero che il vostro piano non vi impedisca di avvicinarvi a Praga, se disporrete di truppe e se non incontrerete prima i russi”.
Era quindi necessario per le truppe dei fronti ukraini raggiungere Praga prima che fosse distrutta. Dopo i combattimenti strada per strada, le truppe sovietiche con l’appoggio della popolazione alle ore 10 del 9 maggio liberarono l’intera città. Anche il 4° Fronte Ukraino entra in città dopo aver percorso 200 Km. in 24 ore.
La sera del 9 maggio, in seguito all’impetuosa avanzata del 1° e 2° Fronte Ukraino erano state chiuse tutte le vie di ritirata dei tedeschi. Oramai erano accerchiate tutte le truppe dei Gruppi di armate “Centro” e “Austria”. Fino al giorno 11 continuò il rastrellamento dei prigionieri: 860.000 caddero nelle mani sovietiche. Il piano del governo Doenitz per salvare un milione di tedeschi dalla prigionia sovietica fallì.
I Fronti 1° e 2° Ukraini e la III^ Armata USA si incontrarono sulla linea Chemntz – Karlovy-Vary – Pielsen – Ceske – Budejovice e a sud.
La liberazione completa della Cecoslovacchia coincise con la fine della guerra. La data del 9 maggio 1945, che tutti i popoli del mondo festeggiano quale ricorrenza della vittoria sul nazismo, è diventata festa nazionale del popolo cecoslovacco.

Wiston Churchill in data 10 maggio 1945, inviò a Stalin il seguente radiogramma: Vi invio sincere congratulazioni per la splendida vittoria che avete riportato, cacciando gli invasori dal vostro paese e annientando la tirannide nazista. Noi vogliamo che ora, dopo tutti i sacrifici e le sofferenze del cammino percorso insieme, si possa procedere insieme, con leale amicizia e simpatia, sotto il luminoso sole della pace vittoriosa”.
Churchill, il giorno prima, a nome della nazione britannica aveva inviato all’Esercito Rosso e al popolo russo, il seguente messaggio: “Vi invio cordiali saluti in occasione della brillante vittoria che avete ottenuto cacciando gli invasori dalla vostra terra e distruggendo la tirannide nazista. Io credo fermamente che dall’amicizia e dalla comprensione reciproca fra i popoli britannico e russo dipenda l’avvenire dell’umanità. Qui, nell’isola che è la nostra patria, noi oggi pensiamo molto spesso a voi e vi inviamo dal profondo del cuore auguri di felicità e di benessere. Noi vogliamo che dopo tutti i sacrifici e le sofferenze sostenuti in valle oscura che insieme abbiamo attraversato, ora, legati da un’amicizia fedele e da simpatia reciproca, possiamo andare avanti sotto il sole splendente della pace vittoriosa. Prego mia moglie di porgere a tutti voi queste espressioni di amicizia e ammirazione”.
Ancora il giorno prima, l’8 maggio 1945 il Presidente degli Stati Uniti d’America Harry Truman, scriveva a Stalin: “Ora che le truppe sovietiche, inglesi e americane hanno costretto le armate degli aggressori fascisti alla capitolazione incondizionata, desidero trasmettere a voi e, tramite vostro, ai vostri eroici eserciti le più vive congratulazioni del nostro popolo e del nostro governo. Apprezziamo altamente il magnifico contributo recato dalla potente Unione Sovietica alla causa della civiltà e della libertà. Voi avete dimostrato come un popolo amante della libertà ed estremamente coraggioso sia capace di sgominare le malvagie forze della barbaria, qualunque sia la loro potenza. In occasione della nostra comune vittoria, salutiamo il popolo e gli eserciti dell’Unione Sovietica e i loro magnifici dirigenti. Sarò lieto se vorrete trasmettere questi sentimenti ai vostri comandanti sui campi di battaglia”.
Stalin, naturalmente, rispose a tutti ringraziando a sua volta gli eserciti e i popoli amici. Con grande gioia fu accolta in Francia la notizia della vittoria sulla Germania hitleriana, nel telegramma del gen. Charles De Gaulle a Stalin, in data 12 maggio 1945, è scritto: “Nel momento in cui la lunga guerra europea si conclude con la vittoria generale, vi prego, signor Maresciallo, di trasmettere al vostro popolo e al vostro esercito sentimenti di ammirazione e di profondo amore della Francia, nei confronti del suo eroico e possente alleato”.

L’Italia, nella persona del Presidente del Consiglio dei ministri succeduto a Badoglio, Ivanoe Bonomi, espresse la sua valutazione della vittoria sulla Germania nel messaggio inviato a Stalin in cui diceva: “Nell’ora della grande vittoria l’Italia saluta i popoli delle Repubbliche Sovietiche che hanno versato fiumi di sangue per annientare la minaccia del fascismo e del nazismo nel mondo”.
Altri messaggi pervennero da parte dei capi dei nuovi stati confinanti con l’URSS o liberati dalle sue truppe. Quelli non contano, perché potrebbero essere considerati di parte e quasi obbligati. Anche dopo la vittoria e nelle ricorrenze negli anni a venire i messaggi di ogni parte non smentiscono i primi, quelli non convenevoli. Vediamone insieme alcuni che ho raccolto quà e là.

Il feldmaresciallo Bernard Montgomery, scrisse: “La Russia compì un grande gesto militare… Mentre l’Inghilterra e l’America raccoglievano le forze, le armate germaniche mettevano a fuoco, saccheggiavano e uccidevano nelle terre russe, lasciando dietro a sé terribili distruzioni e incalcolabili vittime umane. In quel periodo l’Inghilterra e l’America potevano prestare alle forze armate sovietiche un’assistenza solo attraverso la fornitura di munizioni per vie marittime. La Russia in questo grave conflitto quasi da sola a sola contro le armate hitleriane in avanzata, subì tutta la forza del colpo germanico e seppe resistervi”.

Il Capo di Stato maggiore generale dell’esercito statunitense, gen. George Marshall, nel rapporto al ministro della guerra e al Presidente degli Stati Uniti, nel 1945, tra le altre cose ha scritto: “L’esercito russo che dovette respingere l’attacco di due terzi delle forze terrestri della Germania e di un terzo della flotta aerea germanica, in combattimenti cruenti e logoranti, ha demolito la leggenda sull’invincibilità delle divisioni corazzate germaniche…
…Fattore decisivo per il paese sin dall’inizio della guerra era il tempo – il tempo necessario per trasferirle (le truppe) al di là dell’oceano verso il fronte della guerra mondiale. Abbiamo avuto questo tempo grazie all’eroica resistenza del popolo sovietico. Il popolo sovietico acquistò questo tempo a prezzo del proprio sangue e del proprio coraggio …
… Non vi è dubbio che l’eroica resistenza del popolo sovietico e del popolo inglese ha evitato agli USA la guerra nel loro proprio territorio …
… Se l’URSS e l’Inghilterra avessero subito una sconfitta nel 1942 .. ci troveremmo di fronte ad un nemico che controllerebbe la maggior parte del mondo”.

L’ammiraglio francese Paul de Belot, scrisse: “I russi possono affermare con diritto che la lotta (nella seconda guerra mondiale) si svolse anzitutto tra le forze terrestri della Germania e della Russia, che quella di Stalingrado fu la battaglia decisiva della guerra e che la battaglia dell’Atlantico sarebbe stata perduta se i tedeschi non fossero stati costretti a tenere la loro aviazione all’est”.

L’ammiraglio statunitense William D. Leahy, dichiarò: “Se non ci fossero state le eroiche imprese militari della Russia, gli alleati avrebbero avuto pochissime speranze di vincere”.

Il ministro degli esteri della Danimarca, John Christmas Meller, dichiarò: “Tutti i popoli ringraziano oggi l’Unione Sovietica per il suo immenso contributo alla causa della disfatta del più accanito nemico di tutta l’umanità.

Tutti i giornali del mondo hanno salutato la fine della 2^ guerra mondiale, con articoli di pezzi grossi del giornalismo e furono scritti libri su libri da parte di giornalisti e storici, molti dei quali sono introvabili, come se qualcuno ne avesse fatto l’incetta e nascosti o buttati al macero. Comunque qualcosa si è salvato. Si è salvato quel qualcosa che ancora oggi è “fastidioso” rileggere, perché porta il lettore alla verità storica oggettiva e non quella soggettiva dalla quale si continua ad attingere. E’ come continuare ad attingere acqua pur sapendo che è imbevibile, perché non potabile.

The Daily Telegraph and Morning Post, il 1° aprile 1956 pubblicò la lettera di un lettore che diceva: “Durante le guerre napoleoniche e durante la seconda guerra mondiale la Russia ha avuto la parte decisiva. E’ dubbio che senza la sconfitta inflitta a Napoleone sotto Mosca nel 1812, l’impero britannico sarebbe stato in grado di sopravvivere. Chissà cosa sarebbe avvenuto se Hitler non avesse subito la sconfitta sotto Stalingrado!”.

La moglie del noto uomo politico americano Cyrus Eaton, signora Ann Eaton, in occasione del 20° anniversario del Consiglio dell’amicizia sovietico-americana, a New York, dichiarò: “Ricordiamo che gli immensi sacrifici dell’Unione Sovietica nelle due guerre mondiali hanno contribuito anche alla nostra salvezza”.

Lo storico A. Wert, nel suo libro “La Russia nella guerra 1941-1945, narra delle battaglie sul fronte orientale e scrive: “Cause storiche e geografiche hanno fatto sì che i russi hanno subito effettivamente i colpi principali nella guerra contro la Germania nazista e che grazie a ciò sono state salvate le vite di milioni di inglesi e americani”.
Il giornale Christian Science Monitor, dell’11 maggio 1955 scrive: Al popolo sovietico è toccato l’onere più pesante della guerra. Per misurare la gratitudine degli USA nei confronti dell’Unione Sovietica, basterà immaginarsi l’esito della guerra se non vi avesse partecipato l’Unione Sovietica”.

“Al popolo americano - scrive l’ex Segretario di Stato USA, Edward Stettinius – non conviene dimenticare che non era lontano da una catastrofe. Se l’Unione Sovietica non fosse riuscita a difendere il proprio fronte, i tedeschi avrebbero avuto la possibilità di conquistare la Gran Bretagna. Essi sarebbero riusciti anche ad invadere l’Africa, ed in questo caso sarebbero riusciti a creare una propria piazza d’armi nell’America Latina”.

Sempre l’ammiraglio americano William D. Leahy, in un articolo sul Lend-Lease, pubblicato dalla rivista statunitense National Geographic Magazine appena dopo la fine della guerra, rilevava che “… i russi avevano annientato più tedeschi di quanti tutti gli altri Stati alleati presi insieme. Ogni cannone tedesco distrutto da essi significava due contro di noi sarebbe stato puntato un cannone di meno; l’eliminazione di ogni soldato tedesco salvava la vita di molti soldati americani all’ovest … la vittoria nella parte orientale dell’Europa fu raggiunta soprattutto grazie alle azioni delle truppe sovietiche che, all’utilizzazione dei materiali sovietici, gli armamenti sovietici e della ferma decisione dei sovietici di morire piuttosto che cadere nella servitù germanica”.

Il giornale greco Avghi, il 23 febbraio 1963 scrisse: “I popoli dell’Europa, il popolo greco non hanno dimenticato e non dimenticheranno mai che gli eroici soldati dell’Armata Sovietica, senza risparmiare la propria vita, hanno apportato il contributo decisivo alla lotta per la restituzione all’Europa occupata dai nazisti del diritto alla libertà e alla dignità umana”.

Purtroppo non solo l’hanno dimenticato, c’è stato e c’è ancora chi capovolge le cose, chi mette in dubbio cose accadute, chi sminuisce le cose grandi per enfatizzare quelle minori sempre per esaltare una parte degli alleati e non avere il coraggio e l’onestà politica di dire la verità, come il ministro degli esteri del Belgio Paul Henri Spaak, conversando con il corrispondente delle Izvestia l’8 maggio 1965, dichiarò: “Penso che tutti gli uomini in Europa si rendono conto del grande contributo che l’Unione Sovietica ha apportato nella guerra contro l’hitlerismo, si rendono conto del fatto che tale contributo è stato il fattore decisivo”.
Ho trovato un libretto del 1981 sulla cui copertina di coda è sintetizzato questo fattore decisivo di cui parlò il ministro Spaak.

“Il fronte sovietico-germanico fu il fronte principale, quello decisivo della seconda guerra mondiale. La Wehrmacht hitleriana vi perdette oltre l’80% dei suoi effettivi. Dal 22 giugno 1941 al 9 maggio 1945 su questo fronte vennero annientate, sbaragliate o fatte prigioniere 607 divisioni germaniche, ossia più del triplo rispetto alle perdite subite dagli hitleriani sui fronti nord-africano, italiano ed euroccidentale. Tale risultato venne ottenuto in seguito ad intense azioni svolte dalle forze armate sovietiche: sette campagne delle nove e 160 grosse operazioni sul fronte delle 210 furono a carattere offensivo.
Ma il cammino sino a Berlino fu lungo. Per 1418 giorni e notti su un fronte lungo dai 3.000 ai 6.200 km. e nei territori provvisoriamente occupati dal nemico, si svolsero accanite battaglie senza tregua. Il popolo sovietico pagò cara la vittoria sul nemico. Ecco il prezzo: un minuto, 9-10 vite umane; un’ora, 587÷588; 24 ore oltre 14.000. Complessivamente oltre 20.000.000 di sovietici. Su ogni cinque caduti nella seconda guerra mondiale, due furono cittadini dell’Unione Sovietica. Anche il danno materiale subito dall’URSS fu molto grande. Esso aumentò a 485.000.000.000 di dollari americani con valore del 1941.
Nonostante il numero immenso di vittime l’URSS non solo vinse la battaglia a morte contro il fascismo, ma liberò 113 milioni di uomini in Europa, apportò il contributo decisivo alla vittoria sulle forze dell’aggressione”.

Mi è difficile concludere questa mia ricerca senza ricordare il contributo dato dalle forze partigiane di Grecia, Albania, Jugoslavia, Polonia, Paesi Bassi, Norvegia, Paesi Baltici, Ungheria, Francia, Italia e soprattutto Cecoslovacchia, oltre, naturalmente i partigiani, oltre un milione operanti nelle retrovie della Bielorussia, Ukraina e Russia compresa la piccola Moldavia. Contributo, non certamente determinante, ma importante riconosciuto dal numero dei morti, dei torturati, degli imprigionati, degli impiccati, dei fucilati. E ricordare le tante vittime innocenti trucidate per rappresaglia. Nell’Europa occupata dalle forze nazi-fasciste, i partigiani, uomini e donne, sono stati milioni ed è difficile, se non impossibile, ricordarli tutti. Poiché io dedico questa mia ricerca a loro, voglio ricordare per tutti alcuni personaggi dei quali due anconetani: Emilio Brunetti soldato dell’Armata italiana in Russia, fatto prigioniero dai partigiani nella zona del Don si mise a disposizione ed in un’azione rimase gravemente ferito perdendo l’occhio sinistro. Fu decorato con un’alta onorificenza da parte del governo sovietico.
L’altra, una donna, mia moglie Zeffira, staffetta partigiana.
Non posso non ricordare l’eroina per eccellenza “Tania”, partigiana moscovita. A questa giovane ragazza dedico alcune righe. Si chiamava Zoja Kosmodemjanskaja, nome di battaglia “Tania”. Eseguì diversi sabotaggi e una notte del dicembre 1941 si recò nel villaggio di Petriscevo vicino la città di Vereia. Diede fuoco ad una stalla in cui erano ricoverati i cavalli di un reparto tedesco. Venne scoperta e catturata.
Fu brutalmente torturata per ore, spogliata e picchiata. Lei non parlò. Vennero ascoltate poche parole: Non lo so! Non ve lo dico! No! La rivestirono, le apposero sul petto un cartello con la scritta “incendiaria” e portata sotto una improvvisata forca. Vennero radunati tutti gli abitanti del villaggio obbligati ad assistere all’impiccagione.
Riuscì a dire poche parole, ma fiere: “Ehi compagni! Perché siete tristi? Coraggio. Lottate, ammazzate i tedeschi, bruciateli, non date loro pace”. Prima che il carnefice desse un calcio allo sgabello su cui la fecero salire con il cappio al collo, riuscì con una mano ad allentare la stretta e gridò: “Addio compagni! Lottate, non abbiate paura!”
Il suo corpo venne lasciato penzolare alle intemperie per oltre un mese. Quando lo recuperarono era un blocco di ghiaccio.
A “Tania” è stato dedicato un monumento lungo l’autostrada Mosca-Minsk.
Come mi è difficile non parlare di un’altra ragazza, Dimitra Tsatsou, partigiana greca ventitreenne fucilata nel 1943.
Scrisse la sua ultima lettera, una lunghissima lettera, eccone un brevissimo passo: “Io fui presa e sicuramente oggi, domani, mi giustizieranno (…) Mammina perdi una figlia che non ti appartiene, perché apparteneva prima di tutto alla Grecia (…) Alla mia tomba portate, quando potete, fiori rossi. Null’altro. E battete con ogni mezzo la barbaria. Vi bacio tutti molto caldamente”.
Oltre Zeffira Espinosa, non posso fare a meno di ricordare altre ragazze, i cui nomi mi vengono in mente adesso: le sorelle Sarti, Bianca e la “Garibaldina”; le sorelle Matteucci, Aurora e Alba; Derna Scandali, Maria Pero, “Lella”, Sparta, Gina, Stefania, “Nuna” …. e tante altre.
Ecco, non potevo non finire con un omaggio come questo ricordando alcune persone nelle quali configuro tutte le partigiane e i partigiani che si batterono contro gli eserciti nazi-fascisti che occuparono i loro paesi.
Di fronte a quanto scrivono o dicono certi personaggi di oggi negando la vertità e osannando una sola parte degli attori della Seconda guerra mondiale, come se gli altri fossero stati solo dei comprimari o appena delle comparse, io prendo a prestito una frase detta da Mark Twain, non so in quale occasione: “L’uomo è l’unico animale che arrossisce. Ne ha bisogno!”.
Dare a Cesare quello che è di Cesare, non è un dovere, un obbligo, ma una necessità, altrimenti non capiremmo tante cose.
“La verità vi fa liberi”, ha scritto al cap. VIII del suo Vangelo, Giovanni l’Evangelista.
Io grido forte, evviva la verità!



Ancona, 25 agosto 2008

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